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CHE LA FESTA COMINCI

che la festa cominci  CHE LA FESTA COMINCI di Niccolò Ammaniti

“Voi pensate che stiamo giocando? E che gioco è? Un, due, tre, stella? Buzzico rampichino?”

Quando ho letto questa frase ho fatto un tuffo nella mia infanzia. Quanti di voi conoscono buzzico rampichino?
Ho fatto ricerche su internet e immancabilmente ho trovato una pagina di facebook dedicato a questo gioco.
A buzzico chi sta “sotto” deve riuscire a toccare gli altri, che scappano cercando un qualsiasi rialzo del terreno (un gradino, un marciapiede, una panchina, un muretto), per mettersi in salvo.
Mia figlia lo chiama “ce l’hai”, a Roma si chiama “buzzico” o meglio si chiamava.
Mi domando se anche Ammaniti avrà fatto ricerche su internet, sui giochi di una volta. Oppure, come me, ha fatto in tempo a giocarci, prima dell’invasione dei mostri alieni dei videogames.
Amo pensare che sia vera la seconda ipotesi. In fondo siamo quasi coetanei ed entrambi siamo cresciuti a Roma.
Questa romanità traspare fortemente in “Che la festa cominci”, non solo per l’ambientazione, ma anche per la visione del mondo, così ironicamente disillusa, quasi melanconica, a ricordare la caducità delle cose. Caratteristica tipicamente romana che si riscontra nei grandi poeti, come Trilussa e Belli o nei personaggi comici di Alberto Sordi o Carlo Verdone. Ecco “Mantos”, uno dei protagonisti della storia: capo della sfigatissima setta satanica delle belve di Abaddon, potrebbe benissimo avere il volto di Carlo Verdone.
Il libro inizia intorno ad un tavolo di una pizzeria di Oriolo Romano, (paesino dell’entroterra romano), dove Saverio Moneta in arte Mantos, leader della setta è preoccupatissimo dell’andamento del gruppo, (visto che ormai sono rimasti in quattro). Bisogna trovare un atto di satanismo estremo per risollevare le sorti della setta. Ammaniti condisce questa “preoccupazione” con il dilemma per la scelta tra pizza alla marinara e le pappardelle. Il capo si giustifica davanti ai suoi adepti con la nascita dei gemelli. “ Vabbè ragazzi… Dovete pure considerare che ‘sto periodo è stato molto duro per me. La nascita dei gemelli. ‘Sto maledetto mutuo per la casa nuova”. Insomma argomentazioni tipiche da satanista. L’altro protagonista della storia è Francesco Ciba giovane scrittore di più di quaranta anni. Alcuni critici ci hanno visto l’alter ego dello stesso Ammaniti, personalmente per alcuni tratti: il fatto di essere famoso per una trasmissione in televisione, il ciuffo, l’essere il secondo uomo più sexy d’Italia, mi ha ricordato un po’ Baricco.
Francesco Ciba rappresenta la figura dello scrittore vanesio, che snobba tutte le altre persone, come se fossero superficiali. Da “Artista” considera l’arte l’unica cosa importante, ma non vive senza le lusinghe degli altri, di cui si nutre e come ogni artista che si rispetti ha una sua fobia: “Le figure di merda”.
Ma Ammaniti attraverso le parole di Paolo Bocchi, “lo scassacazzi per antonomasia”, pseudoamico di Ciba e chirurgo estetico, espone la seguente teoria:
Le figure di merda non esistono più, si sono estinte come le lucciole. Nessuno le fa più, tranne te, nella tua testa. Ma non li vedi a questi? […] Quelle che tu chiami figure di merda sono sprazzi di splendore mediatico che danno lustro al personaggio e ti rendono più umano e simpatico. Se non esistono più regole etiche ed estetiche le figure di merda decadono di conseguenza.
Sia Francesco Ciba che Saverio Moneta si ritrovano al “Party del secolo”, la mega festa organizzata a Villa Ada da Sasà Chiatti “immobiliarista arricchito”, quelli che una volta a Roma venivano chiamati “Palazzinari”. Anche Sasà è un archetipo.  È Nerone, è l’Imperatore.  Sasà ha comprato Villa Ada, un grande parco pubblico di Roma e ne ha fatto la sua residenza privata. Per l’inaugurazione ha invitato tutti i vip, mettendo in piedi l’evento del secolo: caccia alla volpe, safari e caccia indiana alla tigre (con tanto di elefanti).
Non potevamo mancare il concerto di Larita: la cantante più in voga del momento e, in considerazione dell’atmosfera romana, “la cornettata finale” alle sei del mattino.
Questo Circo di caricature creato da Ammaniti, per raffigurare le miserie e gli splendori (dipende dai punti di vista) della vita contemporanea, è uno spasso e  la sagace ironia del racconto procede spedita, fino alla svolta della comunità ipogea.
Lo scrittore si inventa una popolazione discendente da atleti russi dissenti che, all’epoca dell’olimpiade di Roma (anni 60), si sono rifugiati all’interno di catacombe nel giardino di Villa Ada.
Questo parto della fantasia di Ammaniti non mi riesce a convincere. La rivolta del popolo ipogeo che, come l’orso Yoghi a Yellowstone, si nutre di rifiuti e si sente in pericolo per la festa organizzata da Chiatti, non funziona. Fa scadere da caricatura a macchietta anche i personaggi che avevamo apprezzato fino a quel momento. Rende fiacco, senza mordente, senza interrogativi, il finale, che vi lascio scoprire da soli.
Resto comunque affascinato dallo stile di scrittura di Ammaniti, che non posso non amare anche a causa della sua “romanità”.

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Sanremo e gli Eterni giovani

Claudio Baglioni

Sono stato messo KO dall’influenza, per cui mi ritrovo sul divano, chiuso in un bozzolo di coperte a tossire e a combattere i brividi di freddo.

Unica compagna la TV. In questo periodo è impossibile accendere la televisione e non vedere immagini del Festival di Sanremo.

Non è che voglio trovare una scusa per dire che ho visto il Festival…come se fosse una vergogna, roba troppo nazional-popolare per persone di un certo spessore culturale, da evitare categoricamente, come se fosse contagioso. Che poi secondo me tutta la televisione generalista è nazional-popolare, (ad eccezione forse dei programmi della dinastia “Angela”) e quindi è tutta da evitare.

Comunque, a parte il fatto che non sono una persona di spessore, per me è come una pasticca di Roipnol, la Tv. Mi sdraio accendo e spengo il cervello.

Sanremo, dicevamo, imperversa su tutti canali Rai, dalla mattina fino alla sera. Inutile dire come il Festival rappresenti uno specchio della società e questa volta forse ancora di più.

Notizia ANSA dell’altro giorno: italiani-sempre-piu-vecchi.

E il Festival?

Pure. Il Direttore artistico, nonché conduttore di fatto del Festival è Claudio Baglioni (16 maggio 1951), la bellezza di 66 anni, (anche per la Fornero potrebbe andare in pensione). Ne ha fatta di gavetta il ragazzo dai tempi in cui trascorreva l’adolescenza nel quartiere romano di Centocelle, (sarà per quello che mi è stato sempre simpatico, visto che sono nato anche io lì), fino a diventare Il 3 novembre 2003 Commendatore della Repubblica

Il sopranome di Claudio era “Agonia” d’altronde se vai a leggere la sua biografia…Nel 1965 riceve in regalo la sua prima chitarra e dopo breve tempo inizia a suonare alcune canzoni di Fabrizio De André da autodidatta. Il suo look di quegli anni: maglioni neri a collo alto, occhiali spessi, aria da intellettuale e testi ispirati a Edgar Allan Poemi sarebbe piaciuto vederlo mentre giocava a calcio con gli amici, secondo me era quello che nella “conta” veniva sempre scelto per ultimo (chi ha giocato a calcio sa di cosa parlo).

Comunque grazie alle indiscusse doti canore, sommate alla sua capacità poetica nello scrivere i testi, ha raggiunto il successo e le sue canzoni rimangono scolpite nella mia memoria, come penso in quella di molti altri.

Ma Baglioni non è il solo che sul palco dell’Ariston si atteggia a “eterno giovane”. Gli fanno buona compagnia Gianni Morandi (ospite) con i suoi 73 anni, Ornella vanoni (83 anni); Red Canzian (66 anni), Roby Facchinetti e Riccardo Fogli (rispettivamente 73 e 70 anni); Ron (64 anni); Enrico Ruggeri (60 anni); Enzo Avitabile (62 anni). In confronto max Gazze con i suoi 50 anni è un pischello. Non solo Italia però, basta pensare ai Rolling Stones (Mick Jagger con i suoi 74 anni in giro a fare concerti) o allo stesso Sting, coetaneo di Baglioni.

Il dato certo è che siamo costretti a rimanere giovani, sempre energetici, pieni vigore, di sprint, sempre in movimento, in viaggio. Questo vuole la nostra società, vuole settantenni con la voglia di giocare, che pensano ancora ad innamorarsi, al sesso. Insomma Eterni giovani. Per carità, non dico che a settantanni bisogna per forza stare seduti a giocare a carte al bar, vedere la Tv e andare a dormire presto dopo aver bevuto una tisana. Però essere costretti a fare i giovani è appunto una forzatura. Mi sembra un paradosso che in un mondo di anziani non ci sia posto per gli anziani. Per chi non vuole apparire per forza giovane. Un po’ come i miei amici che mi dicono: …e tagliati ‘sta barba che sembri più vecchio…ma io sono vecchio e rivendico il fatto di essere vecchio, di avere gli acciacchi, di non aver voglia di correre, di guardare alla vita con un ritmo diverso, più lento.

Comunque onore a Baglioni che si è dimostrato un grande artista e ha fatto vedere quanto nella canzone italiana il testo sia fondamentale e faccia la differenza, d’altronde come ha raccontato Fiorello… uno che ti scrive dei whatsapp così…Ciao Rosario, mi sono trovato a essere il sacrestano nel tempio della musica italiana. In quelle che saranno notti di note, dove le emozioni si intrecciano alle passioni, dove le armonie volteggiano come i gabbiani sospinti da venti autunnali. Sai quanto la tua arte sia per me sinonimo di sentimenti inenarrabili e in questo 6 febbraio, con la tua presenza in riviera, potresti essere il mio vero gancio in mezzo al cielo.

Sarà vero?

Dico però che una canzone come “Poster” è un racconto da grande scrittore.

…seduto con le mani in mano sopra una panchina fredda del metro, sei lì che aspetti quello delle 7.30 chiuso dentro il tuo palteot.

Un tizio legge attento le istruzioni sul distributore del caffè e un bambino che si tuffa dentro a un bignè. Quell’orologio contro il muro segna l’una e dieci da due anni in qua, il nome di questa stazione è mezzo cancellato dall’umidità.

Un Poster che qualcuno ha già scarabocchiato dice “Vieni in Tunisia” c’è un mare di velluto ed una palma e tu che sogni di fuggire via…di andare lontano, lontano…andare lontano, lontano…

E da una radiolina accesa arrivano le note di un’orchestra jazz, un vecchio con gli occhiali spessi un dito cerca la risoluzione a un quiz, due donne stan parlando con le braccia piene di sacchetti dell’Upim e un giornale è aperto sulla pagina dei films.

E sui binari quanta vita che è passata e quanta che ne passerà, quei due ragazzi stretti stretti che si fan promesse per l’eternità.

Un uomo si lamenta ad alta voce del governo e della polizia e tu che intanto sogni, ancora sogni, sempre sogni di fuggire via…di andare lontano, lontano…andare lontano, lontano…

Sei li che aspetti quello delle 7, 30 chiuso dentro il tuo paletot, seduto sopra una panchina fredda del metrò.

Quest’anno al Festival vinceranno Moro e Meta (Non mi avete fatto niente), o forse lo Stato Sociale (Una vita in vacanza), ma il testo che mi è piaciuto di più è quello di Max Gazzè (La leggenda di Cristalda e Pizzomunno).

Pizzomunno” è un monolite calcareo alto circa 25 metri che dà il nome alla spiaggia di Vieste a cui è legata questa leggenda. La figura della sirena rappresenta la personificazione del pericolo del mare. Nella favola il pescatore Pizzomunno ogni giorno all’imbrunire usciva per andare a largo e durante la notte veniva ammaliato dalle sirene malvagie, follemente innamorate di lui. Il ragazzo però, fedele alla sua amata Cristalda, resisteva al loro fascino fino a quando queste reagirono e trascinarono la sua amata negli abissi del mare. Così Pizzomunno, pietrificato dal dolore, si trasformò in una enorme roccia bianca.

Tra i giovani mi ha invece colpito Lorenzo Baglioni (niente a che fare con Claudio) e il suo “congiuntivo”…una canzone didattica.

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Wonder – Un mondo perfetto, o quasi

Wonder-locandina

Wonder” (il film tratto dall’omonimo romanzo di R.J. Palacio) racconta la storia del primo anno scolastico di August Pullman (Auggie), un bambino nato con una deformità facciale a causa di una malattia genetica rara.

In programmazione nelle sale italiane durante il periodo delle feste di Natale, mi è capitato di vederlo insieme ad un gruppo di amici e a mia moglie, la quale, complice la sua professione, appena ha visto il protagonista della storia, subito ha riconosciuto in lui la sindrome di Franceschetti.

Se leggete un po’ di recensioni sul film, in giro per il web, tutte parlano della Sindrome di Treacher-Collins, ma sono la stessa cosa.

I sintomi di questa malattia, oltre a problematiche relative all’udito, risiedono nella malformazione del viso. Si può avere una mascella dalle dimensioni notevolmente ridotte, con una bocca che sembra enorme, occhi posizionati in modo asimmetrico in genere nella parte esterna e verso il basso, la zona delle orecchie che presenta delle alterazioni o manca quasi completamente. Senza dimenticare la schisi palatina, ovvero una fessura al palato, che potrebbe rendere necessario nutrire il bambino attraverso un sondino naso gastrico. Si hanno per cui problemi respiratori, e nella masticazione.

Insomma un disastro, che soltanto attraverso una serie di interventi chirurgici viene in parte risolto e rende parzialmente accettabile l’immagine del volto, che sicuramente non rientra nei canoni di bellezza attuali.

Per questo, se avrete a che fare con una persona con questa sindrome, faticherete a sostenere il suo sguardo occhi negli occhi, un po’ come succede nel film.

Strano contrasto con la bellezza della mamma, interpretata da Julia Roberts che invece non mi stancherei mai di guardare.

Nel suo adattamento, il regista Stephen Chboski (Noi Siamo Infinito) che è anche co-autore della sceneggiatura, segue la traccia del romanzo e alcuni personaggi di Wonder raccontano la storia in prima persona. Si hanno quindi diverse prospettive da cui si osserva lo svolgersi della vicenda, e i differenti punti di vista si susseguono nel film.

Auggie ha 10 anni e non ha mai frequentato la scuola, la madre ha curato personalmente la sua educazione. Sogna lo spazio e ha una grande passione per le scienze, non accetta il suo viso e quando esce di casa si nasconde in un casco da astronauta. La saga di Star Wars è il mondo fantastico dove si rifugia e dove la diversità non è un problema, anzi è una risorsa, non per niente Chewbecca è il suo eroe.

Gli altri personaggi del film sono il padre di August, Nate Pullman (Owen Wilson); la sorella Olivia e il suo fidanzato Justin, un ragazzo di colore con la passione per la recitazione; Jack Will, un bambino che diventerà il migliore di Auggie; Julian, il compagno di scuola dai modi scortesi e un tantino bullizzante; Miranda la migliore amica di Olivia, con cui ha rotto i contatti per divergenze adolescenziali; il preside della scuola e l’insegnante di Inglese Mr. Browne. Quest’ultimo affronta l’insegnamento attraverso dei precetti con cui gli studenti si devono confrontare. Uno dei precetti è alla base di tutto il film e del romanzo

Quando ti viene data la possibilità di scegliere se essere giusto o essere gentile, scegli di essere gentile.

Probabilmente è una traduzione non particolarmente felice, perché, anche se non ho letto il libro, ho trovato che la frase dovrebbe essere:

Quando ti viene data la possibilità di scegliere se avere ragione o essere gentile, scegli di essere gentile.

Dov’è la differenza direte voi.

La differenza, secondo me, si trova nel fatto che la gentilezza deve essere sostanza e non forma. Se la gentilezza risiede solo nei modi, per poi alle spalle pensare e sparlare male di quelli con cui siete stati gentili, molto meglio essere giusti con loro e dirgli “gentilmente” quello che pensate. Quindi tra l’essere “giusto” e l’essere “gentile” scelgo di essere giusto. Discorso diverso è “avere ragione”, perché spesso significa pretendere di avere ragione, prevaricare, imporre, obbligare, fino ad arrivare a schiavizzare, tiranneggiare.

Insomma avere ragione non significa essere “giusto” perché, con un gioco di parole, possiamo dire che il “giusto” non pensa di essere nel giusto e non pretende di avere ragione.

E la gentilezza spesso viene confusa con un falso atteggiamento di cordialità ed educazione con cui si inganna il prossimo. La gentilezza d’animo, a differenza di quella esteriore, è ciò che più si avvicina al “giusto”

Il libro nasce da una vicenda vera accaduta all’autrice. La signora “Palacio” era seduta su un panchina di un parco con i suoi figli quando vide una bambina con la sindrome di Treacher-Collins, e ne rimase sconvolta. La Palacio racconta: “sono stata presa dal panico, temevo che mio figlio di tre anni vedendola avrebbe reagito urlando, come aveva fatto con le maschere alla festa di Halloween. Mi sono alzata di scatto, ho chiamato l’altro mio figlio e sono scappata. Alla mie spalle ho sentito la madre della ragazzina che, con voce calma, diceva: “Forse è ora di tornare a casa”. Mi sono sentita un verme e non sono riuscita a dimenticare quest’esperienza.

Forse è stata la gentilezza di questa madre che non ha preteso solidarietà, comprensione, rispetto pur avendone tutte le ragioni che ha spinto la “Palacio” a scrivere questa storia.

Il film commuove e qualche lacrima ci scappa. È confenzionato a dovere, diciamo soltanto che nella storia stona un po’ come tutto sia perfetto. Tutti i personaggi sono “giusti” e buoni, e se non lo sono, lo diventano. Auggie vive in una bellissima casa, i suoi genitori sono adorabili, un vero esempio di devozione e comprensione, ha una sorella che lo ama e non se la prende pur non avendo le stesse attenzioni da parte dei genitori. Justin, Il fidanzato di Olivia sopporta con amore tutte le situazioni a cui viene sottoposto, l’amica di Olivia (Miranda) si pente di essersi allontana dalla famiglia Pullman e torna a essere l’amica di sempre. Quando si trova nella scuola Auggie viene sottoposto a qualche atto discriminatorio da parte dei compagni, ma è niente, se lo confrontiamo con quelle che succede realmente nelle scuole. Poi durante l’anno scolastico viene accettato e amato da tutti, tranne che da Julian (l’unico cattivo del film), il quale però si redime nel finale. Il preside e l’insegnante sono motivati e preparati per cui dicono e fanno cose buone e giuste. August vince il primo premio a un concorso di scienze e a fine anno una medaglia, con consegna nel salone principale della scuola e una standing ovation generale di studenti e genitori

Insomma è una bella favola, niente di realistico e forse la maniera migliore di apprezzare “Wonder” è proprio quella di considerarlo come un film che ha la capacità di risvegliare i buoni sentimenti.

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Storia di una Gabbianella e del Gatto che le insegnò a Volare

Storia di una Gabbianella e del Gatto che le insegnò a Volare
di Luis Sepùlveda

zorba1- – Parola d’onore –

Questa espressione mi fa venire in mente i mafiosi: l’onorata società, almeno così veniva chiamata nei tempi A.R. (avanti Riina). Adesso forse “mantenere la parola data” è rimasta una caratteristica appannaggio solo dei Boy scout.

Zorba non è un mafioso e neanche un boy scout, eppure proprio da una sua promessa, anzi da tre, nasce questa storia:

…“ Promettimi che non mangerai l’uovo”

Stridette aprendo gli occhi

Prometto che non mi mangerò l’uovo”

ripetè Zorba.

Promettimi che ne avrai cura finchè non sarà nato il piccolo” stridette sollevando il capo.

Prometto che avrò cura dell’uovo finchè non sarà nato il piccolo”.

E promettimi che gli insegnerai a volare”…

Zorba per chi non lo sapesse è un gatto nero (a parte una piccola macchia bianca sulla gola) grande e grosso che vive a Amburgo nella zona del porto, dove è nato e dove stava per morire, nelle fauci di un pellicano, se non fosse intervenuto un bambino a salvarlo.

I gatti, si sa, non volano, ma Zorba ha promesso a Kengah, (una gabbiana dalle piume color argento) che avrebbe insegnato a volare al piccolo. Lo ha promesso mentre la gabbiana, stremata dal volo e ricoperta della peste nera (il petrolio rovesciato in mare), sente che la fine si avvicina e decide di deporre un uovo.

Il Porto è forse l’emblema di tutte le periferie, un “postaccio” abitato da gente malfamata, dove il degrado la fa da padrone, dove devi imparare velocemente le regole del gioco, (pena la sopravvivenza), dove il pericolo è sempre in agguato. Proprio nel porto Sepùlveda ambienta questa storia perché: …La parola d’onore di un gatto del porto impegna tutti i gatti del porto…

Tutta la comunità dei gatti: Colonello, Segretario, Diderot e Sopravento, si unisce per aiutare Zorba a mantenere le promesse. Si chiamano “compagni” tra di loro, ma non si avverte un richiamo ad un ideologia politica. Tuttavia è chiarissimo il pensiero dello scrittore Cileno, che riesce con questo breve racconto a darci anche una “piccola lezione” sullo straniero, sul diverso: ”… Ti vogliamo tutti bene, Fortunata. E ti vogliamo bene perchè sei una gabbiana, una bella gabbiana. Non ti abbiamo contraddetto quando ti abbiamo sentito stridere che eri un gatto, perchè ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa […] Ti abbiamo dato tutto il nostro affetto senza alcuna intenzione di fare di te un gatto […] abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio: abbiamo imparato ad apprezzare, a rispettare e ad amare un essere diverso…”

I gatti, pur di aiutare Fortunata, infrangono un Tabù, quello di miagolare l’idioma degli umani. Non riescono ad insegnare a volare alla piccola gabbiana ed hanno bisogno dell’aiuto degli umani. Ecco che Sepùlveda non ha perso tutte le speranze nell’uomo e nella sua capacità di immaginazione. Grazie ad essa si può vedere oltre la miseria, oltre la sconfitta, oltre l’apparenza, e forse si può aiutare un gatto ad insegnare a volare a una gabbianella. Perchè solo il poeta potrà svelare a Zorba come nei gabbiani

Il loro piccolo cuore

– lo stesso degli equilibristi –

per nulla sospira tanto

come per quella pioggia sciocca

che quasi sempre porta il vento

che quasi sempre porta il sole

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Il “lamento di Portnoy”

portnoy

Atti di esibizionismo, voyuerismo, feticismo, autoerotismo e coito orale sono assai frequenti; come conseguenza della – moralità – del paziente, tuttavia, né le fantasie né le azioni si traducono in autentica gratificazione sessuale, ma piuttosto in un soverchiante senso di colpa unito a timore di espiazione, soprattutto nella fantasmatica della castrazione

Il preambolo di O. Spielvogel, fantomatico psicoanalista di Alexander Portnoy, ci fa subito capire dove Roth andrà a parare, anche perchè, (a parere dello stimatissimo Spielvogel), gran parte di questi sintomi vanno ricercati nei legami formatisi nel rapporto madre figlio.
Proprio da questo parte Roth: da quel personaggio indimenticabile che è nostra madre.
Il “lamento di Portnoy” è un lungo monologo del protagonista durante una seduta di terapia, niente di pedante o tecnico. Il tutto viene raccontato in maniera dissacrante e cinica, alla Roth, nel tipico stile della comicità ebreo-americana: avete presente Groucho Marx o Woody Allen. Ecco l’accostamento con Allen non è casuale, anzi, più di qualcuno maligna che Woody abbia scopiazzato da Roth molte idee per la realizzazione dei suoi film.
Proseguendo con la lettura si conosce meglio questo “disturbo” di Portnoy; questa sua tensione sessuale, spesso di natura perversa, in contrasto con gli impulsi etici ed altruistici della cultura e tradizione ebraica, su cui Roth ironizza, ma dalla quale non riesce a separarsi.
Secondo Roth è la stessa tradizione ebraica, che come una grande mamma, lo controlla mentre cerca di “vivere” l’America.
Come un filo rosso, questo confronto tra lo stile di vita americano e la cultura Yiddish percorre tutto il libro.
E’ paradossale come viene affrontata la questione antisemita; soprattutto se si pensa che il romanzo è ambientato intorno agli anni quaranta/cinquanta, gli anni della seconda guerra mondiale, della Shoah. Roth ci descrive il modo di pensare degli ebrei, che considerano una minaccia la completa integrazione con i “goyische” (i non ebrei), in una sorta di “razzismo” o antisemitismo alla rovescia.

Emblematico è il seguente passaggio:

… per essere solidali e comprensivi e piantarla di trattare la donna delle pulizie come se fosse una bestia da soma, come se non provasse la stessa aspirazione alla dignità del resto della gente! E ciò vale anche per i goyim! Non tutti abbiamo avuto la fortuna di nascere ebrei, capisci. E allora un pizzico di comprensione per i meno fortunati, ok? Perchè ne ho piene le tasche di goyische qui e goyische là! Se è cattivo è goyim, se è buono è ebreo! Non vi accorgete, cari genitori da cui lombi sono stato generato, che un tale modo di pensare è una barbara idiozia? Che state solo tradendo le vostre paure? La primissima distinzione che ho appreso da voi, ne sono certo, non è stata giorno o notte o caldo e freddo, ma goyische e ebreo!…

Ecco la paura del diverso, che è alla base di tutti i razzismi: la “xenofobia”.

Portnoy si ritrova, dicevamo, con una madre iper-controllante. Sembrava quasi che parlasse della mia (per capire cosa avevo in mente o cosa stavo combinando era capace di controllare la spazzatura, come il più esperto degli investigatori). Ma è impressionante come questi genitori Yiddish di Portnoy siano simili allo stereotipo di quelli italiani: sempre preoccupati di come e quanto il figlio mangi, che si sposi e abbia figli. Identico è il sistema con quale agiscono per ottenere l’amore del proprio figlio (il senso di colpa). Quanti non hanno ricevuto un rimprovero dalla madre (o dal padre) perchè non si fanno sentire per telefono? A me ed a Portnoy è successo.
Ma c’è una frase della madre di Portnoy che più di ogni altra mi ha colpito. Una frase che mia madre mi ha ripetuto non so quante volte:

…Guarda un giorno sarai genitore anche tu, e allora ti accorgerai di cosa vuol dire. E allora forse la smetterai di prendere in giro la tua famiglia.

Insomma un testo che qualcuno potrebbe definire scurrile, ma sicuramente divertente e mai banale. Roth ci fa riflettere sui mali della nostra società attraverso la patologia di Portnoy, che in questo modo si descrive:

“… Forse è tutto ciò che sono realmente: un leccatore di figa, una bocca schiava del buco femminile. Lecca! E così sia! Forse la soluzione più saggia per me è vivere a quattro zampe! Strisciare attraverso la vita ingozzandomi di passera, lasciando che a raddrizzare i torti e a fare i padri di famiglia siano le creature erette!…”.

Non c’è soluzione alle contraddizioni del protagonista, che pur avendo un QI di 158, un lavoro di responsabilità ben remunerato e gratificante, vive per setacciare figa.
Se il linguaggio “diretto” e le problematiche relative al sesso non vi infastidiscono, dovrebbe essere un “Must”.

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Cattedrale


 


 
Ho letto da qualche parte che negli anni del benessere si chiede alla letteratura di raccontare la vita, mentre in quelli di crisi di scrutarne le ragioni, com’è proprio della poesia.

I racconti di Carver si avvicinano molto a questo concetto, per la sensazione di ineluttabilità che pervade in ognuno. Le cose non potevano che andare così.

Raymond Carver, scrittore e poeta statunitense, nato da una famiglia umile (la madre era una cameriera e il padre lavorava in una segheria) fu ben presto costretto a lavorare. Di lui sappiamo che ha dovuto imparare i più svariati mestieri, per, come si dice “sbarcare il lunario”, ma non hai smesso di coltivare la propria passione: la lettura e la scrittura.
Le cronache raccontano che Raymond trascorse i primi tre anni della sua vita nella piccola cittadina di Clatskanie fino a quando, dopo lo scoppio della guerra, la famiglia Carver, decise di trasferirsi, nel 1941, a Yakima.
Così lui ricorda quella prima casa, nel volume uscito postumo «Carver Country» il mondo di Raymond Carver:

« …La prima casa di cui mi ricordi con chiarezza di aver abitato, al 1515 di South Fifteenth Street, a Yakima, aveva il cesso di fuori. La sera di Halloween, o qualunque altra sera, così, per scherzo, i ragazzini del vicinato, ragazzini di dieci anni o poco più, portavano via il nostro cesso e lo lasciavano vicino alla strada. Papà  doveva trovare qualcuno che lo aiutasse a riportarlo a casa…»

Nè l’infanzia né il resto della vita sono stati facili per Carver. Forse non lo sono per nessuno direte voi, ma la sua appartenenza alla «working class» me lo fa sentire particolarmente vicino.

Pur essendo cresciuto «artisticamente negli anni sessanta/settanta nel pieno della «beat generation» le sue opere sembrano non essere influenzate da quell’utopia collettiva e rivoluzionaria, ma raccontano storie di una quotidianità  precaria, non distante da quella dei nostri giorni.
«Cattedrale» del 1983 è un insieme di racconti: dodici. Fu il primo libro di Carver ad essere pubblicato in Italia (prima edizione nell’84), ma ebbe un clamoroso insuccesso. Solo nell’87 (forse eravamo più maturi per apprezzarlo?) questa opera trova il consenso del mondo letterario italiano.

Carver non amava i romanzi (non sono sicuro, ma con tutta probabilità non ne ha scritto nemmeno uno) o perlomeno si sentiva più a suo agio nello scrivere racconti. Nelle sue opere l’attenzione è concentrata su eventi minimi, forse banali, ma che sono descritti con una tensione crescente, come se qualcosa di speciale dovesse succedere da un momento a l’altro. Poi in effetti non c’è nessun cambiamento nella vita dei personaggi di Carver (inteso come risoluzione di un conflitto interiore), ma qualcosa illumina la scena, generalmente un oggetto. Abbiamo così, come succede nella poesia, quella cosa che rivela e «risolve» la verità, la visione dell’umanità che si schiude alla fine del racconto.
Emblematica è forse la storia che dà  il titolo alla raccolta: Cattedrale.

Un uomo ha una moglie che per ragioni di lavoro è diventata amica con un cieco

«…gli leggeva varie cose, rapporti e analisi di casi, relazioni, roba del genere...».

All’improvviso questo cieco fa irruzione nella vita dell’uomo.

«Questo cieco, vecchio amico di mia moglie, stava arrivando da noi per trascorrervi la notte. Sua moglie era morta e lui era in visita dai parenti della defunta nel Connecticut. Aveva telefonato a mia moglie dalla casa dei suoceri. Avevano preso accordi. Sarebbe arrivato in treno, un viaggio di cinque ore, e mia moglie sarebbe andato a prenderlo alla stazione. Non lo vedeva da quando aveva lavorato per lui un estate a Seattle, dieci anni prima. Lei ed il cieco si erano tenuti in contatto…»

Questo l’incipit del racconto.
L’uomo non sembra apprezzare questo arrivo e prova una sorta d’imbarazzo, quasi misto a gelosia. Poi la televisione e un documentario sulle cattedrali europee ribaltano la situazione

È stato a quel punto che il cieco si è schiarito la gola. Gli è venuto su qualcosa. Ha tirato fuori un fazzoletto dalla tasca di dietro. Poi ha detto: “Ho capito, fratello. Non è un problema. Capita. Non stare a preoccupartene troppo”, così ha detto. “Ehi, sta’ a sentire. Me lo fai un favore? Mi è venuta un’idea. Perché non ti procuri un pezzo di carta pesante? E una penna. Proviamo a fare una cosa. Ne disegniamo una insieme. Prendi una penna e un pezzo di carta pesante. Coraggio, fratello, trovali e portali qua”, ha detto

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Chiedi alla polvere

tmp_17058-afante2-817779766  di John FANTE

Io sono uno di quelli che a Roma vengono definiti: “purciari”, perché invece di comprare un libro, lo prendono in prestito in biblioteca.

Quando mi è arrivata a casa la comunicazione che “Chiedi alla polvere” era pronto, mi sono anche permesso il lusso di mandare mia moglie a ritirarlo. Lei, a differenza di me che sono un po’ ombroso, fa amicizia con tutti, ovviamente anche con la bibliotecaria.

“Giulia mi ha detto che questo libro è uno di quelli che consigliano anche per i ragazzi delle scuole medie.”

Mia moglie sembrava quasi contenta quando tornata a casa mi porgeva il libro, pensava che avrei potuto leggerlo alle bambine, prima di andare a dormire.

Eppure qualcosa mi diceva che non l’avrei fatto.

L’edizione che avevo scelto aveva la prefazione di Bukowski, era una vecchia edizione, perché nelle nuove c’è invece quella di Alessandro Baricco. Così per prima cosa ho iniziato a leggere la prefazione, cosa che in genere non faccio mai, ripromettendomi di chiedere in prestito anche la nuova edizione e confrontare le due introduzioni.

Bukowski è un vero e proprio fan di Fante, lo ha conosciuto anche lui in Biblioteca, quando era ubriaco ma non ancora famoso, conosciuto nel senso che si è trovato per caso in mano questo libro e per lui è stata come una rivelazione.

Finalmente qualcuno che scrive in maniera vera, viscerale.

Poi ho iniziato a leggere il romanzo. Fante racconta la storia di un giovane scrittore, Arturo Bandini un italoamericano, che vive con pochi soldi in un infimo alberghetto della California e che si innamora di una cameriera messicana. La storia d’amore non decolla, nonostante i due in qualche modo comincino a frequentarsi. La cameriera sembra preferire un “wasp” americano che lavora nel suo stesso bar.

Decolla invece la carriera di Bandini come scrittore, in maniera inversamente proporzionale alla storia d’amore. La cameriera si perde dietro al “wasp” e va a convivere con lui ammalato di tisi, isolato dalla vita sociale e autoconfinatosi nel deserto del Mojave. Qui Bandini va a cercare Camilla (questo il nome della cameriera). La donna non c’è, allora Arturo chiede all’americano dove si sia cacciata, lei e il cagnolino che le aveva regalato. Lo chiede a tutto il deserto, anche alla polvere, ai granelli di sabbia che coprono ogni cosa.

Lirico, ironico e amaro, come solo Fante sa essere.

Nel libro ci sono anche digressioni con altri personaggi: un compagno di albergo di Bandini, (Hellfrick), un uomo anziano, veterano della grande guerra, alcolizzato, con cui Bandini, per la fame di carne (di una bella bistecca), organizza il furto di una vacca. Altro personaggio è Vera Rivken, una donna ebrea non più giovane, che si innamora di Arturo sin dal primo giorno che lo nota in un bar. Donna con cui Arturo giace immaginando di fare l’amore con Camilla; spunto per parlare dei sensi di colpa generati dalla morale cattolica.

Che tipo quel Bandini, che parla in continuazione a se stesso, rappresenta in pieno il mio immaginario di italoamericano: me lo vedo cantare sul balcone, là dove il mare luccica e tira forte il vento, (parafrasando Dallamericaruso).

Che differenza invece tra Bukowski e Baricco. L’italiano nella sua introduzione disseziona il romanzo con l’abilità di un chirurgo e con poche righe lo riassume: Chiedi alla polvere è un romanzo costruito su tre storie. Prima: un ventenne sogna di diventare uno scrittore e in effetti lo diventa. Seconda: un ventenne cattolico cerca di vivere nonostante il fatto di essere cattolico. Terza: un ventenne italomericano si innamora di una ispanoamericana e cerca di sposarla. Il tutto a bagno nella California.

Chapeau per lo scrittore torinese, che come gli artigiani di cui è innamorato (soprattutto della loro capacità di costruire qualcosa di bello per sé e per gli altri) analizza il romanzo di Fante con metodologia scientifica, ma con una prosa accattivante, conducendo il lettore all’interno del gesto di scrivere. Ci mostra così, come fossimo davanti a un video, la costruzione del racconto.

Di tutt’altro tenore Bukowski: Ero giovane, saltavo i pasti, mi ubriacavo e mi sforzavo di diventare uno scrittore. Le mie letture andavo a farle nella biblioteca di Los Angeles, nel centro della città, ma niente di quello che leggevo aveva rapporto con me, con le strade o con la gente che le percorreva […] poi un giorno, presi un volume e capii subito di essere arrivato in porto […] Quando cominciai a leggere quel libro mi parve che mi fosse capitato un miracolo, grande e inatteso.

Questa è la narrazione di un amore.

Per la cronaca a mia figlia non l’ho letto… magari un giorno lo incontra in biblioteca, dimenticato sopra qualche scaffale polveroso.