Pubblicato in: Calendario dell'avvento, iniziative

Buon Natale

25 dicembre

Tempo di saluti e ringraziamenti.

Siamo arrivati al Natale ed è stato bello arrivarci insieme alle vostre proposte, racconti, foto, disegni e ricordi…Ancora non abbiamo fatti i calcoli di chi vince tra panettone e pandoro, ma sicuramente Natale è avere intorno a noi le persone che amiamo, i loro sorrisi , il loro affetto…l’atmosfera della famiglia riunita, anche solo con il pensiero.

Natale è anche sicuramenti i canti…i canti natalizi. Nei miei ricordi, riaffiora il suono della zampogna, strumento che sentivo e vedevo solo a Natale.
Non poteva mancare  quindi  un canto di Natale, per concludere questo calendario dell’avvento. Il coro Shalom di Parabiago ci è venuto in aiuto e ci ha donato la sua Adeste Fideles, che fa da sottofondo musicale al video con le immagini di tutti gli autori del calendario.

Prima di lasciarvi vi regaliamo ancora alcune risposte alle nostre curiosità sul NATALE.


foto guarneriMarina Guarneri

Laureata in Giurisprudenza, ha coniugato lo studio con la passione per la scrittura coltivata fin da bambina. Il blog, dove trovare tutte le informazioni su Marina, è il Taccuino delle scrittore – blog di Marina Guarneri.


Ecco le sue risposte.

1) Qual è il Natale che ricordi con particolare attenzione e perché?
Come dimenticare il primo Natale in cui sono tornata in Sicilia dopo il trasferimento a Roma. Era il 2013 e io avevo ancora addosso il profumo di casa mia, abbandonata in agosto… e anche centinaia di orribili pruriginose pustole sparse dappertutto: il 23 dicembre ho viaggiato con 39 di febbre, il 24 il dottore mi ha diagnosticato la varicella. Ho trascorso il magico Natale nisseno chiusa a casa e mentre mia madre spargeva lo zucchero a velo sul pandoro, io spargevo talco mentolato su tutto il corpo. Non proprio una festa!

2. Se potessi scegliere, cosa vorresti ti regalassero per Natale?
L’asciugatrice, ma temo che le slitte di Babbo Natale non siano adeguatamente attrezzate per il trasporto.

3. Se pensi al Natale, quale racconto, romanzo o poesia ti viene in mente?
Naturalmente il romanzo “Canto di Natale” di Charles Dickens

4. Non è Natale senza…continua tu.
Il presepe

5. Pandoro o panettone?
Pandoro


massi riccardiMassimiliano Riccardi

Genovese. Nato nel 1968, cresciuto respirando gli umori di una città che non c’è più. Da sempre lettore compulsivo. Predilige la saggistica legata alla storia. Ama il romanzo noir ma spesso devia verso il fronte della letteratura underground. Appassionato di cinema, colleziona film.  Massimiliano Riccardi infinitesimale – il suo blog.


Ecco le sue risposte.

1. Qual è il Natale che ricordi con particolare attenzione e perché?
Quello con i miei nonni che non ci sono più. Perché erano i tempi dell’innocenza, e dell’amore puro e disinteressato.

2. Se potessi scegliere, cosa vorresti ti regalassero per Natale?
Una montagna di soldi per poter fare più regali ai miei figli. Dico la verità e non mi vergogno di apparire materialista.

3. Se pensi al Natale, quale racconto, romanzo o poesia ti viene in mente?
Dickens, molto banalmente penso a Dickens

4. Non è Natale senza…continua tu. 
Senza mia moglie, non concepisco nulla senza la presenza di mia moglie. Alle volte mi capita di lavorare a Natale, i ragazzi viaggiano da soli presi dalla foga dei regali, vanno oltre. Noi che diventiamo vecchietti abbiamo bisogno di stare vicini, sempre. Le feste senza la vicinanza non sono la stessa cosa senza mia moglie al fianco.

5. Pandoro o panettone? 
Aaaaaaah, tutti e due e in abbondanza, sono un golosone.


pucciil mio nome è Rosalia Pucci Amo scrivere e ho un sogno nel cassetto: pubblicare. La mia casa virtuale è:  scriverelavita.altervista.org


Ecco le sue risposte.

1) Qual è il Natale che ricordi con particolare attenzione e perché?
I Natali più belli sono quelli dell’infanzia. Siamo quattro figli e i nostri genitori, pur nella semplicità, tenevano molto a farci vivere un Natale indimenticabile. Ricordo mio padre entrare in casa con l’abete sulle spalle, noi figli andare nel bosco a cercare il muschio per il Presepe. Erano giorni felici dove non c’erano  pacchi da scartare ma emozioni da cogliere

2) Se potessi scegliere, cosa vorresti ti regalassero per Natale?
Non c’è una cosa che desidero, ogni regalo è ben accetto. Anche se da sempre preferisco più fare regali che riceverli. Mi piace leggere negli occhi degli altri la sorpresa.

3) Se pensi al Natale, quale racconto, romanzo o poesia ti viene in mente?
Canto di Natale e Piccole donne

4) Non è Natale senza… continua tu.
… Senza la famiglia riunita

5) Pandoro o panettone?
5- Pandoro caldo con zucchero a velo


camapnariDaniele Campanari 
Giornalista – Speaker radiofonico – Attore / Doppiatore. Collaboro con diverse testate cartacee e online, tra le quali “Poesia, di Luigia Sorrentino”, il primo blog di poesia della Rai.
Sono voce ufficiale degli store nazionali Ikea .

Informazioni su Daniele le trovate su https://www.danielecampanari.com


Ecco le sue risposte

1) Qual è il Natale che ricordi con particolare attenzione e perché?
Il Natale del 2000. Avevo dieci anni e l’arrivo del nuovo secolo mi incuriosiva. E perché si è materializzata per la prima volta la recita davanti ai parenti. Non di una poesia, ma di una canzoncina che avevo composto appositamente per il nuovo anno. Fu l’unica volta in cui sono salito con i piedi su una sedia senza essere sgridato.

2) Se potessi scegliere, cosa vorresti ti regalassero per Natale?
Non dico molto, però qualche piccola certezza potrebbe bastare.

3) Se pensi al Natale, quale racconto, romanzo o poesia ti viene in mente?
Diversi racconti, romanzi o poesie. Per non sceglierne uno dico una parte del romanzo (inedito) che ho scritto: “Non ci eravamo fatti neanche gli auguri di Natale. Però avevamo diviso un pacchetto di crackers e questo poteva bastare. Mi chiedevo dove fossi finito mentre mi sedevi accanto durante lo studio. Ti imploravo di spiegare l’esercizio che non avevo capito. Perché tu eri bravo, papà, risolvevi ognuna delle nostre equazioni mancate e dicevi che i problemi erano stati inventati proprio per essere risolti. Venticinque è stato per lungo tempo il risultato della mia maledetta operazione, venticinque come il peso del mio corpo.
Non ci siamo fatti neanche gli auguri di Natale, però ci siamo scambiati i regali: tu mi hai dato l’anello, io un po’ della mia insoddisfazione.
Non ci siamo neanche detti quanto fosse fondamentale l’amore tra un padre e una figlia, non ci siamo chiesti perché fossimo così distanti.
Non ti sei accorto che un giorno sono caduta dietro di te: eravamo al centro commerciale, i medici del 118 mi hanno soccorsa mentre tu pagavi il regalo.”

4) Non è Natale senza… continua tu.
La cena in famiglia.

5) Pandoro o panettone?
Pandoro, senza dubbio.


Grazie di cuore veramente a tutti.

Un grazie grandissimo a Tiziana Balestro. Sua è stata l’idea del calendario e la passione con cui ha seguito questo progetto è stata coinvolgente. Il suo impegno è stato il motore propulsivo che ne ha permesso la realizzazione.

Buon Natale

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Pubblicato in: Calendario dell'avvento, iniziative

L’ultimo Natale

data 24 dicembre

L’ultimo Natale

Tiziana Balestro

Squilla la campanella.
– Ciao, ragazzi! Ci vediamo il sette gennaio, mi raccomando fate i bravi.
La professoressa di latino non fa in tempo a terminare la frase che gli studenti sono già fuori dall’aula. Elsa sta aggiustando ancora lo zaino: non ha fretta.
– Ferrotti, si sente bene?
– Sì, professoressa.
– Va bene. Passi buone feste.
– Altrettanto, professoressa.
Passando per il cortile, il vociare degli studenti si fa carico di gioia. Le meritate vacanze natalizie; sì…perché per uno studente nulla è più liberatorio come l’ultimo giorno di scuola prima di una festa comandata.
Comandare, verbo infinito tempo presente.
Al cuor non si comanda. Cos’è questo? No, non ci siamo, non è la storia che vorrei scrivere. Se credi che dovrei parlare del Natale come un periodo di gioia, abbondanza, ilarità, ti stai sbagliando. Non voglio scrivere di comandare qualcuno di essere felici perché a Natale si deve esserlo per forza.
Assolutamente no, non è per forza un giorno di festa.
Elsa non ha l’aria felice, eppure mancano tre giorni esatti alla natività di nostro Signore.
Elsa si ferma qualche minuto fuori dal cancello della scuola prima di incamminarsi a piedi verso casa. Le vetrine rilucono nel loro allestimento tra fiocchi di neve e finti pacchetti regalo. A Natale non si bada al risparmio. Tu lo vedresti un Natale senza luci intermittenti, l’albero, i dolci, gli acquisti, i pacchetti da incartare, il presepe, le canzoni natalizie a ogni pubblicità, i film visti in televisione, la messa di mezzanotte, la letterina a Babbo Natale e il suo “oh, oh, oh?”
Quello che per qualcuno può essere bello, per altri non lo è. Su questo non dovresti che darmi ragione.
Elsa arriva a casa. La madre tornerà dal lavoro alle diciotto. Ha tutto il tempo per ascoltare un po’ di musica e riposarsi. Non ha fame. Già sente le lamentele della madre che ripete come uno dei suoi dischi nel momento del ritornello: “Mangia che sei secca.”
Tanto vale andare subito a buttare tutto nella pattumiera, nel cestino della spazzatura in cucina sarebbe impensabile. La madre accorgendosene l’assillerebbe per ore.
Cuffie nelle orecchie e si abbandona alla musica. All’inizio si mette a canticchiare uno dei suoi pezzi preferiti, quello dei “Depeche Mode”, ma è così debole che si addormenta.
Anche tu penserai che è quasi impossibile trovare soporifera una canzone del suddetto gruppo, se non altro per il ritmo delle loro canzoni. Credi che la debolezza di Elsa sia causata dalla sua inappetenza? In questo periodo, poi. Natale è alle porte, non è il momento giusto per mettersi a dieta. Abbiamo già visto che è magra, non ha bisogno di rinunciare alle delizie del palato. Sarà innamorata? L’amore toglie l’appetito.
La musica continua il suo andamento nell’orecchio destro, l’auricolare sinistro le è scivolato sotto il collo. Mentre si risveglia, sente la chiave girare nella serratura.
– Cavolo, la mamma – sussurra.
– Elsa, sono tornata, tutto bene?
– Sì, mamma.
Sistema la cameretta in poche frazioni di secondi grazie al vecchio sistema del “butta tutto dentro l’armadio e pensaci dopo”.
– Elsa, hai mangiato?
– Sì, mamma.
Sì dissero rispettando un copione.
La madre come un disco: – Come è andata a scuola. Che voti hai preso. Che vi ha detto la professoressa. Cosa hai fatto.
“ Hai mangiato” è sempre in cima alla classifica. Elsa non ha la minima voglia di fiatare, figuriamoci dialogare. La musica nelle orecchie è l’unico suono che desidera ascoltare. Sua madre lo dovrebbe capire, sono tre anni che non le va di fare grosse conversazioni. A volte Elsa non riesce a capire perché sua madre parli così tanto. Anche per lei è stato un trauma tutto. E allora? Perché non si quieta? Perché si ostina a voler fare come se niente fosse? Che ci fa quell’albero in salotto da decorare e il presepe? La tradizione. Lui lo “voleva” e noi dobbiamo continuare a farlo. Ecco le parole che Elsa si sente ripetere da tre anni. Maledizione! Come si fa a stare così? È Natale!
Mio caro lettore, hai mai sentito di qualcuno a cui la natività non piace? Io no. Ma evidentemente ci sbagliamo. Elsa odia il Natale. Credi che dovrebbe lasciarsi andare come sua madre? In fin dei conti è Natale.
Elsa conta i giorni che la separano al sette gennaio. E siamo solo al ventitré di dicembre. Intanto scarabocchia sul taccuino. Il disegno è una delle sue attività preferite. La musica immancabile nelle sue orecchie che la porterà alla sordità: così sostiene sua madre.
– Ora mi hai veramente stancato. Sono quattro volte che ti chiamo e non mi rispondi. Tu e la tua musica. La tua maledetta musica che ti isola da me – urla la madre, irriconoscibile.
Le strappa gli auricolari così forte che le si stacca un orecchino.
Getta a terra il lettore cd vicino ai suoi piedi. Elsa è immobile, si è quasi dimenticata di far uscire l’aria, di respirare.
Pochi secondi dopo:
– Pensi che a me piaccia vivere così, eh? No… io non voglio perdere anche te, faccio di tutto per far finta che vada tutto bene. Anche ora che è Natale. Lo sai dove lo butterei quell’albero? Nella pattumiera. Il presepe, le decorazioni, i dolci, gli auguri… li odio, li odio!
– Se non fosse stato per quel regalo dimenticato al negozio, tutta quest’atmosfera sarebbe diversa. Non vivo più dal giorno in cui hanno investito tuo padre. Sopravvivo. Per cosa? Per tuo padre che non c’è più e tu che mi passi davanti come un fantasma? Che senso ha festeggiare? Vattene. Esci da casa a farti un giro, ora sono io che non voglio nessuno vicino a me. Butta tutto, non desidero un oggetto che mi ricordi il Natale.

Se questo ti ha sorpreso è perché non conoscevi la madre e il suo dolore. Sanno essere forti, ma non pensi anche tu che nessuno ci può imporre di mostrarci felici per forza? “Dopotutto è Natale” è un buon finale da film, ma io non volevo raccontarti questa chiusura. Elsa, dopo l’attimo di smarrimento, abbandona sul letto il lettore cd con un colpo secco attutito dal piumone del letto. Si dirige in salotto ed esce con quanta più roba possano contenere le sue esili braccia. Gettato tutto, torna dalla madre che era distesa sul letto. A piccoli passi si avvicina al bordo del piumone e si infila dentro, vicino a lei. Non si dicono nulla, si addormentano abbracciate tra un singhiozzo e l’altro.
Si sono ritrovate e, per loro, conta solo questo. Senza tante ostentazioni, senza tanti addobbi. In fondo lo spirito del Natale è questo: passare del tempo in famiglia ritrovando l’affetto e la voglia di stare insieme. Pensi anche tu che sia così? La storia finisce con loro dentro un letto, anziché in salone con l’albero acceso e i regali da scartare.
– Auguri, mamma!
– Auguri, Elsa – asciugandole le guance.
Buon Natale anche a te che stai leggendo.


tiz modTiziana Balestro è nata nel 1977 in un paesino umbro. Madre di due splendidi bambini prim’ancora di ogni altro lavoro, attività e passione. Amante delle lingue straniere, in particolare dello spagnolo che ha studiato da autodidatta, come molte delle sue passioni. Nell’ultimo anno ha pubblicato racconti su diverse antologie. Il seguente racconto è pubblicato in “Storie di Natale” (terzo volume dopo le precedenti antologie solidali “Buck e il terremoto” e “Storie di gatti” il cui ricavato andrà alla Croce Rossa Italiana a favore delle zone terremotate del centro Italia). Durante l’anno in corso ha vinto vari contest letterari (per citarne uno quello della Mondadori: Storie delle buonanotte per bambine ribelli: 101 donna ribelle). Co-autrice di questo blog, è la parte femminile che inventa storie, articoli, anche in collaborazione con Calibano.


Anche Tiziana si è sottoposta alla nostra piccola intervista sul Natale. Ecco le sue risposte.

 1) Qual è il Natale che ricordi con particolare attenzione e perché?

Ricordo il Natale del 2007. Un mese prima nacque mio figlio e durante le festività natalizie m’ammalai. Dopo la gioia della nascita, mi aspettò un Natale di dolori soprattutto perché allattando non potevo prendere medicinali più forti che potessero guarirmi in fretta. La convalescenza durò, per questo, oltre capodanno. Da dimenticare, ovviamente.

2) Se potessi scegliere, cosa vorresti ti regalassero per Natale?
Vorrei che mi regalassero dei libri o in alternativa una gita a sorpresa.

3) Se pensi al Natale, quale racconto, romanzo o poesia ti viene in mente?
Il Natale da piccola era fantastico: l’aspettavo sempre con un certo fermento. Da grande, forse a causa di perdite familiari e varie vicissitudini, non mi piaceva. Contavo i giorni che mi separavano al 7 gennaio. Per cui mi rivedo nel Grinch e le sue avventure narrate dal Dott Seuss.

4) Non è Natale senza… continua tu.
Non è Natale senza l’albero, il presepe che faccio con i miei bambini. Più tutti i lavoretti con carta, forbici, colla per creare ad esempio un calendario dell’avvento o semplicemente biglietti d’auguri.

5) Pandoro o panettone?
Anni addietro avrei optato per il pandoro, ultimamente propendo per il panettone. Sono golosa e dico entrambi.

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È Natale, non soffrire più (no, scherzavo, soffri)

data 23 dicembre

È NATALE, NON SOFFRIRE PIÙ
(no, scherzavo, soffri)

Gianluca Morozzi

Se mi dite: Natale, senza specificare l’anno, io penso a una serie di cose piuttosto ordinarie. Il Pandoro, i tortellini in brodo di mia nonna, le lucine sull’albero. Nulla di molto originale.
Ma se mi dite: Natale 1991, allora sento risalire un nauseabondo sapore dal fondo dello stomaco.
E sento freddo.
Molto, molto freddo.
Tutta colpa, a suo modo, di Marianna.

Avevo notato Marianna all’Università, il primo giorno di lezione.
Quando l’avevo vista comparire con una minigonna a fiori, una canottiera che metteva in evidenza le sue forme rigogliose, gli occhi smeraldo, tantissimi capelli morbidi e neri sparsi sulle spalle abbronzate, mentre si sventolava con un ventaglio e si sedeva come si sarebbe seduta un incrocio tra Ava Gardner e Sharon Stone, avevo deciso di conoscerla. Non ero stato l’unico a fare quel pensiero nell’aula affollata, ma c’erano tantissime fuorisede venute a Bologna da ogni parte d’Italia, e gli sguardi si erano suddivisi tra venete, salentine, tanti capelli biondi o rossi o neri e canottiere e minigonne, insomma: mentre gli autoctoni puntavano le fuorisede programmando una romantica gita alla scoperta di una certa finestrella affacciata su un misterioso canale o ideando una classica serata sui colli bolognesi, io avevo scelto Marianna. Senza sapere ancora che si chiamava Marianna.
Ci avevo messo un mese per attaccare bottone con la classica scusa dello scambio di appunti. Carico di adrenalina per quel primo, isolato successo, avevo azzardato un invito al cinema Apollo, che per gli studenti applicava la splendida tariffa di dieci film per diecimila lire con tanto di bomboloni nell’intervallo. Incredibile a dirsi, Marianna aveva accettato.
Aspettando la proiezione di Palombella rossa (che avevo fatto finta di non aver già visto ai tempi della sua uscita in prima visione), avevo scoperto un po’ di cose su di lei.
Che veniva da Cropalati, in provincia di Cosenza.
Che il suo scrittore preferito era Andrea De Carlo.
Che il suo film preferito di tutti i tempi era Edward Mani di Forbice.
E che aveva avuto una storia di dieci anni con un certo Francesco detto Ciccio (si erano messi insieme alle elementari, in pratica), ma che avevano litigato per via dell’idea di Marianna di venire a studiare a Bologna e si erano lasciati.
Mentre il film cominciava, io soppesavo i vari elementi.
Su Andrea De Carlo potevo basare lunghe e belle conversazioni basate su Due di Due o Tecniche di seduzione.
Su Edward Mani di Forbice potevo analizzare la filmografia di Tim Burton e la carriera di Johnny Depp.
Sulla fine della sua decennale relazione, beh, chiodo scaccia chiodo. Tra un film all’Apollo (ne avevamo ancora nove sulla tessera) e un dibattito su Macno, le sarei di certo entrato nel cuore.
Più o meno a novembre, dopo due mesi di corte mascherata con risvolti intellettuali, avevo gettato la maschera e dichiarato le mie serissime intenzioni. Marianna, mentre le esponevo i miei sentimenti seduto a un tavolaccio di legno di un’osteria di via del Pratello, aveva reagito in modo medio. Cioè, non era scappata urlando, ma non mi aveva neanche afferrato per il bavero per baciarmi con passione.
Mi aveva ascoltato con le braccia conserte, aveva annuito, e aveva detto solo: Lo sospettavo, ma non ne ero sicura al cento per cento.
Non la più grande frase d’amore del secolo, direi. Ma neppure Sparisci, rospo.

E così era passato un altro mese, l’autunno era diventato inverno e Marianna, niente da dire, stava bene anche con i maglioni pesanti e le sciarpe grezze comprate al bersaniano Mercatino dei Freak. Le vacanze di Natale si avvicinavano, e tra noi non c’era stato ancora un mezzo bacio o una traccia di avvicinamento.
Il 20 dicembre la bella Marianna sarebbe tornata a Cropalati, ma attenzione: pur con l’ovvia intenzione di passare i momenti di festeggiamento in famiglia, per la maggior parte del tempo si sarebbe chiusa nella casa vuota della nonna morta, isolata e sola, per preparare a dovere Diritto Civile. Con la scusa di volerle fare gli auguri di buon anno, in quel mondo ancora pre-cellulari, avevo estorto il numero di telefono di casa della nonna.
Avevo un piano.
Cosa piace alle ragazze, pensavo? L’uomo romantico, pronto a grandi gesti dimostrativi della propria incontrollabile passione. Così avevo studiato treni locali a lunga percorrenza e pullman per farle una sorpresa: sarei apparso a Cropalati con un bellissimo, doppio regalo per lei, senza preavviso. Lei mi avrebbe accolto stupita sulla soglia della casa della nonna, mi avrebbe fatto entrare con gli occhi di Meg Ryan di fronte a Billy Crystal nel finale di Harry, ti presento Sally, e avremmo passato giorni e giorni ad amarci cullati dall’accogliente Calabria.
Il primo regalo era stato facile: in un negozio di fumetti e oggettistica varia, avevo trovato una statuina di Edward Mani di Forbice alta trenta centimetri.
La costruzione del secondo regalo era stata invece meticolosa e complessa. Tra i dieci film dell’Apollo c’era anche un altro film di Nanni Moretti, il celebre Bianca. A Marianna era piaciuta molto la scena in cui Moretti mangia grandi cucchiaiate di Nutella da un bicchiere alto quasi quanto lui.
E io avevo colto l’occasione.
In un negozio di giocattoli avevo acquistato un box di plastica trasparente pieno di peluche e alto un metro e mezzo. Avevo tolto i peluche, avevo comprato una ventina di barattoli di Nutella e poco alla volta, con molta pazienza e molto amore, ne avevo riversato il contenuto nell’immenso contenitore. Alla fine sembrava proprio il bicchierone gigante di Moretti, con un po’ di fantasia.
Con un ultimo sforzo avevo avvolto quel mostro nella carta regalo, e con i miei ultimi soldi da studente avevo comprato i biglietti per il mio viaggio a sorpresa. Il giorno della Vigilia, avevo iniziato il mio romantico cammino verso orizzonti d’amore a base di afrodisiaca crema alla nocciola.
Avete mai provato a viaggiare con mezzi economici verso la provincia di Cosenza tenendo in braccio un pesantissimo bicchiere di un metro e mezzo? Ecco: non fatelo mai. Specialmente se l’altro regalo è sì più piccolo, ma ha le mani a forbice tagliente.
Quand’ero finalmente arrivato a Cropalati, distrutto dalla traversata e dal trasporto di quei regali infernali, era tarda sera, era buio e faceva freddo come neanche nelle peggiori serate di Bologna. Ma tanto la meta era vicina, e ci avrebbe pensato Marianna a scaldarmi. Magari aveva anche un camino, in casa della nonna. Dovunque essa si trovasse.
Avevo cercato una cabina telefonica, ci avevo incastrato il mostruoso bicchiere, appoggiato sopra Edward Mani di Forbice e avevo composto il numero estorto con l’astuzia.
Marianna ci aveva messo parecchio a rispondermi, un po’ affannata. Io gongolavo: avevo iniziato a parlare del più e del meno, in attesa di calare il carico da undici e dirle che le stavo telefonando da vicino, da molto vicino…
Poi avevo sentito in lontananza, dall’altro capo del filo, una voce di uomo piuttosto impaziente. E Marianna, gentile ma sbrigativa, mi aveva spiegato che in quei giorni si era rivista con Francesco, detto Ciccio. E che, in pratica, le vacanze le stava passando con lui.
Mi aveva liquidato con un ciao, ciao, ci vediamo a Bologna.

A quel punto, poco a poco, avevo realizzato.
Considerate che il primo mezzo di trasporto per tornare indietro passava solo la mattina dopo. Considerate che, dopo le mostruose spese sostenute per fabbricare il regalo e per il viaggio, non avevo più un soldo per permettermi un albergo. E che fuori faceva un freddo inqualificabile.
Insomma: avevo trascorso la notte tra il 24 e il 25 dicembre raggomitolato nella cabina telefonica, sperando che le pareti mi riparassero dai venti ghiacciati che ululavano per tutta Cropalati. A un certo punto avevo cercato di scaldarmi con la Nutella e, no, non avevo un cucchiaio. Mangiarla a manciate?
Poi mi era caduto l’occhio su Edward Mani di Forbice.

Avevo mangiato Nutella per ore, salvandomi forse dalla morte per congelamento, ma imbrattandomi in ogni dove.
L’occhiata dell’autista del pullman – in servizio il giorno di Natale e quindi di pessimo umore – quando il giorno dopo mi aveva caricato era stata una sciabolata disgustata.
Se non avete mai viaggiato da Cropalati a Bologna con mezzi economici dopo una notte al freddo e al gelo e con la pancia piena dell’equivalente di cinque barattoli di Nutella, ecco: non fatelo mai.
Per quanto si possa ricavare qualcosa di positivo anche dalle esperienze più imbarazzanti. Per esempio: non soffri per un cuore spezzato, quando sei occupato a non vomitare sul pullman per tutto il viaggio dalla Sila alla tua innevata città.


onda sonica 5 Gianluca Morozzi è nato a Bologna nel 1971. Ha esordito nel 2001 con il romanzo “Despero” (Fernandel) e ha raggiunto il successo nel 2004 con “Blackout” (Guanda), da cui è stato tratto il film omonimo. Ha pubblicato finora 24 romanzi e 212 racconti. Oltre che scrittore, è musicista e conduttore radiofonico. I suoi ultimi romanzi sono “Lo specchio nero” (Guanda) e “Confessioni di un povero imbecille” (Fernandel).

 


Anche Gianluca Morozzi ha partecipato al nostro gioco sulle curiosità legate al Natale. Ecco le sue risposte.

1) Qual è il Natale che ricordi con particolare attenzione e perché?

Quello di cui parlo in questo racconto. Gelido, nauseabondo, ma a suo modo romantico.

2) Se potessi scegliere, cosa vorresti ti regalassero per Natale?

Un weekend con Emma Stone.

3) Se pensi al Natale, quale racconto, romanzo o poesia ti viene in mente?

Posso dire una canzone? Quella dei Pogues, “Fairytale in New York”.

4) Non è Natale senza… continua tu.

Il Christmas Special di Doctor Who.

5) Pandoro o panettone?

Pandoro. Ripieno, se possibile.

 

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Sempre e per sempre

data 22 dicembre

Sempre e per sempre

Paolo Pagnini

“Gestisco un rifugio”, mi confidò con una punta di pudore un giorno che eravamo appunto entrati un po’ in confidenza. E prima che potessi chiedergli quale fosse, questo rifugio, aggiunse “Uno di quelli veri. Non un ristorante di alta quota. Un rifugio dove rifugiarsi quando ci si trova in difficoltà. Uno di quelli che, in certi momenti, possono salvarti la vita. E di sicuro, da quando esiste, da molto prima di me, di vite, quel posto, ne deve avere salvate veramente tante.”
L’avevo incontrato tre settimane prima in una sperduta spiaggia sulla costa più impervia della Corsica e avevamo concordato di partecipare insieme ad alcune escursioni e poi eravamo passati a più impegnative arrampicate sulle torri di granito dei Col de Bavella. Mi sembrava che non avesse troppa voglia di parlare di se, per cui non avevo fatto troppe domande. E dunque, quel giorno la sua uscita un po’ mi stupì.
“E com’è?” gli chiesi. Un po’ per non perdere l’occasione di fare un minimo di conversazione, e un po’ perché veramente mi interessava e stavo iniziando ad accarezzare l’idea di andarlo a trovare nelle sue montagne, prima o poi.
“E’ un po’ come un porto. Un porto sicuro. Magari fuori infuria la tempesta e la gente arriva allo stremo delle forze. Anche impaurita. Molti hanno l’atteggiamento di chi ha temuto di morire. E qualcuno, magari, la vita l’ha anche rischiata veramente. E’ bello sapere di essere lì, di esserci sempre. Per chiunque abbia bisogno sul serio di me, e del mio rifugio. Mi è sempre piaciuto il mare e mi sono sempre immaginato di essere come uno di quei piccoli porti situati in posizioni strategiche. Quelli che servono soprattutto a dare riparo dalle tempeste. Le barche e le persone arrivano. E si fermano. Conosco e riconosco quegli sguardi, che riacquistano fiducia un po’ alla volta. All’inizio sembra che ti vogliano far capire che non se ne vorrebbero andare più. Qualcuno, donne soprattutto, me l’hanno anche confessato e poi proposto. Oppure, semplicemente, hanno prolungato la loro permanenza, giorno dopo giorno. Ma poi il tempo è migliorato. La tempesta è finita. E’ come il richiamo del mare aperto. Nessun marinaio resta tutta la vita al sicuro nel suo porto. Nessun escursionista resiste al fascino magnetico dell’esplorazione. E ripartono tutti e tutte. Ripartono sempre, in cerca di avventure. O forse in cerca semplicemente di vivere la loro vita. Che non è quella di chi, come me, gestisce un rifugio. Un posto sicuro, dove mettersi al riparo dalle intemperie, dai pericoli. Dove arrivare, restare un po’, e poi da cui ripartire. Magari anche, un giorno, tornare, ma solo per ripartire di nuovo.”
Era il discorso più lungo che gli avessi sentito fare da quando lo conoscevo.
Dopo qualche giorno la mia vacanza in Corsica terminò. Tornai a casa e rimanemmo in contatto attraverso i tanti strumenti tecnologici che ci danno la sensazione di non perderci più nel mondo e di restare collegati con tutta la sfera di amici e conoscenti. Mi inviava, ogni tanto, fotografie di quel posto incredibile dove viveva e mi invitava ad andarlo a trovare. Ma per qualche motivo non riuscivo mai a far combinare gli impegni, e il tempo passava e piano piano anche il contatto si fece meno intenso e frequente.
Fino a quando, pochi giorni prima di Natale, ecco che tutto sembra improvvisamente congiurare affinché io possa finalmente concedermi questa piccola pausa. Decido di non anticipargli nulla e di fargli una sorpresa. Accentuata dal fatto che è da un po’ che non ci sentiamo.
Entro e lui è lì, che mi sorride, come se mi stesse aspettando da sempre. E capisco che quello è l’atteggiamento giusto. L’accoglienza garantita di un “porto sicuro”. Mi guarda senza incertezze. Si avvicina. Ci abbracciamo dandoci robuste pacche sulle spalle.
“Ma non c’è tempesta”, scherza, “cosa sei venuto a rifugiarti a fare?”
Lo sguardo è quello che conosco. Il sorriso pure. Ma c’è qualcosa di indefinibile nei suoi occhi. Come se fosse in attesa di svelarmi un straordinaria, meravigliosa sorpresa.
E con un tempismo assolutamente perfetto (cinematografico, direi) arriva lei, straordinaria e meravigliosa e sorprendente. Me la presenta e lei risponde con tono confidenziale che mi fa capire che lui le ha già parlato di me.
La sera, seduti nella veranda vetrata, silenziosa e spettacolare, con le cime sulla destra e la valle a sinistra, mi racconta.
“Era capitata una prima volta allo stremo delle forze, nel bel mezzo di una delle tempeste più violente degli ultimi anni. Erano in tre, e devo ammettere che li avevo trovati piuttosto malconci. Si sono fermati qualche giorno e poi sono ripartiti. Pochi mesi dopo, ancora nel bel mezzo di una bufera, è arrivata ed era sola. Aveva litigato con non so chi, e aveva deciso di partire per quello che doveva sembrarle, a tutti gli effetti, il più inaccessibile ma anche il più accogliente dei luoghi. Si è fermata tre settimane, ma già dopo dieci giorni il suo sguardo si era fatto meno convinto, e sempre più spesso la vedevo scrutare le cime e la valle.” E mentre racconta me le indica muovendo la mano a destra e a sinistra. Decido di non interromperlo con domande inutili. Ma lui sorprendentemente interrompe da solo il suo racconto. E restiamo entrambi in silenzio. A goderci quella assoluta e totale assenza di qualsiasi rumore. Fino a che ci perdiamo, ognuno nei suoi pensieri.
All’indomani a colazione, improvviso e come se la sera prima non si fosse interrotto, prosegue.
“E’ ripartita ed ero convinto che non l’avrei rivista mai più. Del resto, pensavo, è il mio destino. Gestisco un rifugio e sono diventato un rifugio io stesso. E nessuno si ferma troppo in e con un rifugio”
“Sì, ma adesso è qui?!” non resistevo più dalla curiosità.
“E’ qui. E forse, questa volta resterà. Perché è arrivata con il bel tempo. Non cercava un riparo dalle intemperie, non aveva bisogno di rifugiarsi, di proteggersi da nulla. Qualche giorno fa abbiamo parlato e lei mi ha svelato che quello che l’ha affascinata sono io, ma quello che l’ha veramente travolta è l’atmosfera di questo posto, e soprattutto la consapevolezza di sentirsi appagata dal suo nuovo ruolo e dal fatto di condividerlo con me. Le ho raccontato della nostra vacanza in Corsica, e di quello che ci eravamo detti io e te sui porti sicuri e sui rifugi e lei mi ha detto che è proprio così che si sente.”
La guardiamo entrambi muoversi perfettamente a suo agio, agile e disinvolta e padrona assoluta degli spazi e di tutto l’ambiente, con uno sguardo, un sorriso e una parola per tutti quelli che hanno scelto di trascorrere qui il loro Natale. Poi con il suo sorprendente tempismo si gira verso di noi, mi guarda, lo guarda e i suoi occhi sono così rassicuranti e raggianti che mi sento certo da oggi li troverò entrambi, sempre e per sempre, dalla stessa parte.


DSC_0115Paolo Pagnini è nato, legge, scrive e vive a Pesaro.
Osservatore attento e curioso, si lancia in spericolate sperimentazioni nei più diversi settori: dalla comunicazione allo spettacolo, dalla radiofonia alla fotografia, dal commercio alla ideazione e promozione di iniziative turistiche, culturali e artistiche. Dedica grandi energie ed impegna il suo tempo migliore in cose di libri e di parole.
Tra queste gli piace ricordare l’iniziativa di divulgazione trasversale d_Vulgare (www.divulgare.info) e il progetto social I 44 racconti, un inedito esperimento di selfpublishing cartaceo di antologie di racconti “a tema e fuori tema” raccolti attraverso un gruppo facebook.
Firma la rubrica settimanale “La Moka” sul quotidiano fluviale online ilfoglia.it e collabora con il portale web “Il Cofanetto Magico”.

Ha appena pubblicato “L’ultima vita – Romanzo Polifonico” (www.facebook.com/lultimavitaromanzopolifonico/) con Bertoni Editore (http://www.bertonieditore.com/shop/100-paolo-pagnini) nel 2017 ha anche partecipato al volume antologico di Impressioni Pesaresi “Atarcont”, curato da Bruno Mohorovich.

Aggiorna quotidianamente il suo profilo facebook e frequentemente il sito web e risponde con estrema sollecitudine a messaggi in cinque diverse tecnologie. Lo potete trovare su www.paolopagnini.it e www.facebook.com/paolo.pagnini.14

Paolo ha voluto anche partecipare alla nostra piccola intervista sul Natale. Ecco le sue risposte.

1) Qual è il Natale che ricordi con particolare attenzione e perché?
– Il Natale del 1987 perchè l’ho trascorso in famiglia ma ero, al contempo, su tutti gli schermi di Raidue con la banda di “Indietro Tutta!”, in quando componente del “Pubblico del Nord”.

2) Se potessi scegliere, cosa vorresti ti regalassero per Natale?
– Un viaggio a New York per assistere allo spettacolo che Bruce Springsteen tiene a Broadway, con l’aggiunta dell’indispensabile “tocco magico” del poter riuscire a capire ogni sua parola; e come bonus il libro fotografico “Further Up The Road” di Frank Stefanko

3) Se pensi al Natale, quale racconto, romanzo o poesia ti viene in mente?
– La canzone “Natale” di Francesco De Gregori …

“Qui la gente va veloce ed il tempo corre piano
come un treno dentro a una galleria
tra due giorni è Natale e non va bene e non va male
buonanotte torna presto e così sia.
E tu scrivimi, scrivimi
se ti torna la voglia
e raccontami quello che fai
se cammini nel mattino e t’addormenti di sera
e se dormi, che dormi e che sogni che fai.”

4) Non è Natale senza… continua tu.
– l’atmosfera…

5) Pandoro o panettone?
– Panettone senza dubbi né esitazioni!

 

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In difesa del Natale

data 21 dicembre

In difesa del Natale

Ella

La sala è gremita come ogni anno. In platea, attenti partecipanti ascoltano i relatori che, uno dopo l’altro, propongono interventi interessanti e ben strutturati. Alcuni a dire il vero sono stati noiosi, indugiando troppo in tecnicismi o arzigogoli filosofici, ma tra un dissimulato sbadiglio e l’altro anche le presentazioni meno accattivanti hanno fatto il proprio corso.
Il moderatore, mal celando un guizzo di trepidazione, annuncia finalmente l’ospite più atteso della giornata. Figura di un certo rilievo, bisogna dire. L’uomo, lento, si avvicina al leggio e si schiarisce lo gola. Si guarda intorno, di fronte a lui solo dei poveri incantati che aspettano di sentirsi ripetere ciò che già sanno. È anziano, ha perso ogni fede. Il pubblico gli sorride fiducioso, ma lui si sente solo, come fosse l’ultimo sulla Terra. L’ultimo dotato di buon senso, almeno. Si volta a leggere sullo schermo alle sue spalle il titolo dell’intervento che si accinge a fare: “cosa significa il Natale?”.
– Qual è il significato del Natale? – esordisce scettico senza un cenno di saluto – Mi state chiedendo se ha mai avuto un senso?
Silenzio. Qualche sguardo perplesso.
– Feste, addobbi, regali – prosegue senza attendere commenti – il perdono, la bontà, l’altruismo e tutti i valori che ogni famiglia per bene predica. Bla, bla, bla. Ve lo dico io cosa vuol dire il Natale: un bel niente. Un niente infiocchettato e avvolto in carta pregiata.
Molti cominciano a bisbigliare tra loro. Tra le decine di spettatori allibiti, uno trova il coraggio di replicare:
– Ma i bambini…
– Già – lo interrompe il relatore – peccato che non sia più tanto facile accontentarli. Guai se uno dei costosi regali sotto l’albero non dovesse essere del colore giusto! In questa società consumista, permettiamo al disappunto e all’ingordigia di oscurare nei nostri cuori la gioia del ricevere.
– Le festività natalizie sono un’occasione per stare insieme alle persone amate! – controbatte qualcun altro.
– Ditemi – replica prontamente l’uomo – quand’è stata l’ultima volta che avete trascorso del tempo con i vostri cari senza farvi distrarre dalla televisione, o dal vostro cellulare?
Increspa le labbra in un sorriso amaro, nessuno fiata. Riprende:
– Quest’oggi, signori, sono qui per dirvi che lo spirito del Natale è andato perduto. I doni vengono attesi, pretesi e dati per scontati così come i momenti di condivisione. La frenesia quotidiana della vita odierna non lascia spazio a inezie come i baci sotto al vischio o i canti natalizi. Nessuno canta più! Gli unici luoghi in cui si sente quella musica, ormai, sono i negozi. La tradizione è diventata una strategia di marketing, il Natale una mera operazione commerciale. L’aridità ha preso il posto della speranza – il suo tono si fa cupo – E se la gente non crede più nel Natale, c’è una sola decisione possibile: alla presenza di tutti voi, oggi io rassegno le mie dimissioni.
Porta una mano al capo, si sfila il berretto rosso e bianco e lo posa sul leggio, tra lo stupore e lo sgomento dei presenti. Tutti gli elfi, dagli addetti alla produzione dei giocattoli, ai responsabili dello smistamento delle letterine, sono increduli. Persino le renne si agitano. Nella grande sala che ospita il centonovantaquattresimo “Convegno sulla magia del Natale” regna la confusione.
– Mi scusi, signor Babbo Natale, ma non sono d’accordo!
Dal fondo della sala si leva una voce che sovrasta il mormorio generale, ma nessuno riesce a individuare da dove provenga. Molte teste si girano alla ricerca del misterioso obiettore.
– Sono io, eccomi! Sono proprio qua!
Ancora confusi gli astanti sbirciano ovunque, finanche in direzione del soffitto, ma nulla.
– Sono la narratrice! Non avrei voluto intromettermi, ma non posso tacere di fronte a una tale sciocchezza.
Sì, ho detto a Babbo Natale che ha fatto una sciocchezza. Che c’è? Quando ci vuole, ci vuole. E adesso spiego a voi, cari lettori, e a questo personaggio irriverente, perché ne sono convinta.
Babbo Natale mi guarda un po’ sorpreso, i pollici infilati nella cintura di cuoio nero dalla fibbia dorata e preziosa che gli fascia la prominente pancia. Prendo fiato. Non capita spesso di dover parlare di fronte a un tale pubblico. Va bene, posso farcela.
– Sarà anche vero che i tempi sono cambiati e il consumismo ha preso il sopravvento, ma non mi venga a dire che il Natale non è magico! Ci sono tante persone che continuano a farsi meravigliare dagli alberi addobbati, dalle luci, dai profumi, dalla gentilezza. I pacchetti preparati con cura non sono soltanto un vezzo. Essi contengono due delle cose più straordinarie al mondo: l’amore di chi lo prepara e il sorriso di chi lo riceve. E non importa quanti bambini capricciosi mettano il broncio, questo non basta ad annullare il loro stupore e la candida felicità che hanno negli occhi quando si sentono amati. Ho udito canti natalizi risuonare nelle case, sottofondo di balli spensierati e risa di amici che si vogliono bene. Ho visto famiglie ritrovarsi e sconosciuti augurarsi buone feste, incontrarsi in luoghi virtuali per condividere storie e pensieri sul giorno più speciale dell’anno. Se guarda bene li può vedere anche lei: ci stanno leggendo proprio adesso.
Babbo Natale resta zitto, sembra pensieroso. Vi sta scrutando, sapete? Credo che stia contando quanti siete. Un’espressione di genuina sorpresa appare sul suo volto. Afferra il berretto che aveva abbandonato sul leggio, lo stringe tra le mani.
– E così siete venuti qui apposta per me. Fra milioni di argomenti fra cui scegliere, avete deciso di leggere una storia natalizia. Avete creduto in me, che pur sono un semplice personaggio immaginario. Ora ho la certezza che lo spirito del Natale esiste – dice, indossando il suo berretto – e vive in ciascuno di voi.
Un “oh, oh, oh” riempie la stanza, tutti gli spettatori si uniscono in una fragorosa standing ovation.
Per fortuna c’eravate voi. Da sola, non so se sarei riuscita a ricordare al buon vecchio Babbo quanto è bello il Natale!


mandala-2918567_960_720ELLA

Nutro da sempre una grande passione per il linguaggio in tutte le sue forme, unita all’abitudine di immaginare mondi e personaggi che un giorno ho deciso di mettere nero su bianco. Non so se questo faccia di me una scrittrice, ma una cosa è sicura: anche se a volte me ne dimentico, scrivere fa parte di me. Nel mio cassetto, come in tutti i cassetti che si rispettino, c’è un sogno: vedere il mio nome sulla copertina di un libro. Ah, e stringere la mano al mio autore preferito!”


Ella è un altro dei nostri incontri a bordo di PescePirata. Ecco come ha risposto alle nostre curiosità sul Natale.

1) Qual è il Natale che ricordi con particolare attenzione e perché?
Convivo con il mio compagno da poco più di un anno, e il Natale 2016 è stato il primo passato nella nostra casa. Addobbare un albero non era mai stato così emozionante!

2) Se potessi scegliere, cosa vorresti ti regalassero per Natale?
L’iscrizione a un corso di scrittura creativa, o di teatro.

3) Se pensi al Natale, quale racconto, romanzo o poesia ti viene in mente?
Canto di Natale, ma nella versione a fumetti con zio Paperone nei panni di Scrooge. Quando la lessi, da bambina, ne rimasi affascinata. Solo in seguito scoprii che era tratta da un romanzo.

4) Non è Natale senza… continua tu.
…le persone che amo, e i loro sorrisi.

5) Pandoro o panettone?
Ehm… non si possono avere i biscotti allo zenzero?

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Sotto l’albero

data 20 dicembre

Sotto l’albero

Giuseppe Novellino

Gattonando, Elias si affaccia sulla soglia della camera. Con un movimento ormai collaudato si mette seduto e sorride.
È la mattina di Natale. Lui e i suoi genitori hanno dormito a casa dei nonni.
Nonno Michele si piega e tende le braccia verso il piccolo. – Buoooongiorno! Vieni a darmi un bacio.
Elias lo guarda con infantile serietà, poi si stropiccia gli occhi.
Dietro il bambino, emerge dal buio del locale il papà. È in pigiama, a piedi nudi, con una faccia assolutamente impresentabile e i capelli arruffati. Sbadiglia, e dice a suo padre:
– Non portarlo subito in salotto. Aspettiamo che si alzi anche Francesca. – Si stira con evidente voluttà e soggiunge : – Dobbiamo essere tutti riuniti per goderci lo spettacolo.
Elias ha nove mesi. Il suo primo Natale.
Intanto ha ripreso a gattonare. Ignora il nonno e si dirige verso la cucina, dalla quale proviene uno stimolante odore di caffè.
– Avete dormito? – domanda l’anziano al figlio che se ne sta ancora imbambolato sull’uscio della camera.
Quello annuisce con un cenno. – C’è stato solo un risveglio a metà notte… Elias non rinuncia al seno di sua madre.
Il nonno sorride, compiaciuto.
– Ecco il mio piccolino. – È la voce della nonna. Il bimbo ha spinto la porta della cucina e vi si è infilato.
C’è già zio Luca, in quel locale. Ha preso in braccio il nipotino e con lui va nel corridoio. Si capisce che è elettrizzato, è impaziente di assistere all’apertura dei regali sotto l’albero. Al bimbo, lui ha regalato qualcosa di speciale: un giocattolo davvero bello che ha trovato a Londra, dove lavora. Chissà che meraviglia susciterà nel piccolo!
Il nonno corre nel salotto, per controllare che tutto sia in ordine, in funzione di Elias. Quel Natale è dedicato a lui. Tutti aspettano di vedere le sue reazioni. Già la sera prima, è rimasto affascinato dalle luci dell’albero e del presepe. Adesso si troverà alla prese con quei bellissimi giocattoli e il suo piacere raggiungerà certamente le stelle.
Fuori ha smesso di nevicare. Un sottile manto bianco ricopre le piante del giardino, ancora poco illuminato dalla luce del giorno.
Dopo un po’ tutti sono riuniti nel salotto, tranne Francesca, che si presenta per ultima con in braccio il figlioletto che ha sottratto al cognato. Tutti battono le mani.
Come gli altri, nonno Michele è ansioso di vedere il comportamento di Elias davanti a tutti quei regali. Pensa a come guarderà l’ochetta che cammina e canta facendo un girotondo. Già pregusta la scena.
Ecco la nonna che comincia a togliere i pacchi da sotto l’albero per metterli sul tappeto. Zio Luca è sprofondato nel divano e assiste con aria sorniona.
Il bimbo si agita e vuole scendere dalle braccia della mamma. Il suo papà ha infilato un CD nell’apparecchio, e ora si diffonde una musica natalizia di cornamuse e tamburelli.
Il pupo gattona verso i pacchetti variopinti, ne afferra uno piccolo e lo porta alla bocca.
Inizia così lo spoglio dei regali.
Ma Elias è attirato non da quello che pensano gli adulti. Non degna uno sguardo all’ochetta semovente del nonno e neppure al bellissimo marchingegno di zio Luca. Afferra invece una carta fiorata e se la porta sulla testa, poi si mette a giocare con i nastri, con le scatole. Intorno a lui è un caleidoscopio frusciante; e si capisce che sta godendo enormemente per quegli stimoli sonori e visivi. I giocattoli, invece, giacciono ammucchiati in un angolo.
Gli adulti si scambiano sguardi un po’ contrariati e cercano di ricondurre l’attenzione del marmocchio su ciò che dovrebbe essere il vero oggetto d’interesse. Ma lui niente, è attirato dalle carte e dai policromi nastri di seta sintetica.
Adesso dal CD viene una smagliante “Jingle Bells”
La cerimonia dei regali sotto l’albero è tutta qui.


Foto Giuseppe

Giuseppe Novellino, nato a Sondrio il 27 maggio 1949. È residente a Sondrio.
Laureato in Pedagogia, ha insegnato tre anni nella Scuola elementare. Dal 1976 al 2007 presso l’Istituto Professionale “Fabio Besta “ e presso l’Istituto Magistrale “Lena Perpenti” di Sondrio. Attualmente è in pensione.
Ha prestato collaborazione a giornali della Provincia di Sondrio, scrivendo numerosi articoli e racconti.
È autore dei seguenti libri di narrativa:
Bambini cose animali Casa Editrice “La Scuola” – 1989
Sogni nella città Casa Editrice “La Scuola”  – 1990
Dinamite pura Casa Editrice “Albatros-Il Filo”  – 2009
La vertigine e l’attesa “Edizioni Creativa”  – febbraio 2010 Molti suoi racconti sono stati pubblicati su antologie cartacee e on line. Si considera un lettore forte, onnivoro, appassionato di storia, di letteratura e di filosofia. È un esperto di storia del cinema e di linguaggio cinematografico. Partecipa alla redazione di Art-Litteram, dove ha pubblicato numerose presentazioni e recensioni di libri di narrativa.


 

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L’altro cammello

data 19 dicembre

L’altro cammello

Paolo Zardi

Il cammello si chiamava Cammello. O meglio, questo era il nome che gli aveva dato il suo proprietario, un re magio che aveva ricevuto quella bestia in regalo da un vecchio parente. Ma la mamma, da piccino, quando era pronto il latte, diceva: “Gesù, svelto, che sennò si raffredda!”. Era molto tempo prima, anche se Cammello non sarebbe stato in grado di dire quanto. Il sole si alternava alla luna tutti i giorni; qualche volta li vedeva insieme, alla mattina presto, mentre aspettava che gli uomini si svegliassero, che uscissero dalla tende – l’aria era ancora fredda e tersa – o poco prima del tramonto, quando il cielo diventava blu, e la sabbia scottava come pane caldo. Ma anche se non aveva mai contato le albe che aveva visto, le ricordava tutte.
Era ancora piccolo quando era stato stato venduto la prima volta; poi fu regalato, rubato, abbandonato, salvato, di nuovo venduto, ereditato, rapito, di nuovo venduto… Il suo attuale proprietario era un commerciante, e non era re, e non era magio – i grossolani errori di traduzione di cui era pieno il libro che, anni dopo, avrebbe raccontato la loro storia. Si faceva chiamare il “mago della mirra” perché aveva prezzi bassi e qualità tutto sommato discreta. Un tipo grosso, peloso e molto pratico: soldi, partita doppia, bilanci. Il suo migliore amico era il commercialista. Un uomo sempre in movimento, insomma, con il talento naturale di chi rende semplice ogni cosa. Quella mattina, però, si era svegliato male. Guardava il cielo con sospetto, come se un cliente volesse tirargli un pacco. Nel pomeriggio, la sua inquietudine era diventata rabbia. Girava per il negozio imprecando: perché proprio io?

Quella sera a Cammello fu servita la cena abbondante che precede i lunghi viaggi, accompagnata da un centinaio di litri d’acqua. Presto, forse la mattina dopo, si sarebbero messi in marcia. Erano le notti che preferiva, quelle in cui si attendeva la partenza: il brusio dei servi che preparavano le borse, le provviste accatastate, le candele accese. Più tardi, quando tutti già dormivano, vide il suo padrone alzarsi, andare verso le stalle, e guardare in alto, a scrutare il cielo, ancora inquieto. Qualche volta, durante le notti passate in mezzo al deserto, accampati in una valle silenziosa, vicini a una pozza d’acqua, l’aveva sorpreso a parlare con la luna. Pareva che le domandasse a cosa servissero tutte quelle stelle, cosa fossero quell’immensa solitudine, quel silenzio sconfinato. Il cielo, là sopra, sembrava non finire mai; e il mago della mirra stava là sotto, piccolo come una formica, e parlava alla luna fino a quando il fuoco non si spegneva, e allora si avvicinava a Cammello, gli dava uno scappellotto in testa e gli diceva beato te che non pensi a nulla; poi si metteva accanto alle braci e con un legno le ravvivava, e a lui sembrava che gli occhi del suo padrone luccicassero. E quella notte era proprio una di quelle notti in cui le stelle del cielo sembravano voler dire qualcosa – qualcosa sull’essere grandi, e qualcosa sull’essere piccoli – ma era una lingua che gli uomini non capivano: pensavano troppo. Poi le palpebre iniziarono a pesare per il sonno, e proprio mentre si stava addormentando gli parve di udire in lontananza il pianto di un bambino, il dolce ssshh di una mamma, il fruscio di una carezza ruvida e paterna, il lento respiro di due bestie che con il fiato scaldavano l’aria fredda. Allungò il collo e si guardò intorno. Non c’era nessuno, ma non si preoccupò: sapeva che le cose esistevano anche se non le potevi vedere. Intanto i servi avevano spento le candele, e il padrone era tornato in casa: allora, con un sospiro appoggiò la testa sulla sabbia, e chiuse gli occhi, e sotto il cielo stellato iniziò a sognare la notte in cui sua madre, la creatura più dolce della terra, lo aveva messo al mondo, nel tepore di una stalla.


12108034_10207490364837889_4508738409214083104_n Paolo Zardi (1970) ha esordito nel 2008 con un racconto nella raccolta “Giovani Cosmetici” curata da Giulia Belloni. Ha pubblicato i romanzi “La felicità esiste” (Alet, 2012), “XXI secolo” (Neo, 2015) e “La Passione secondo Matteo” (Neo, 2017), le raccolte di racconti “Antropometria” (Neo, 2010) e “Il giorno che diventammo umani” (Neo, 2013), e i romanzi brevi “Il signor Bovary” (Intermezzi, 2014), “Il principe piccolo” (Feltrinelli Zoom, 2015) e “La nuova bellezza” (Feltrinelli Zoom, 2016). Il suo romanzo “XXI secolo” è stato tra i 12 finalisti del Premio Strega 2015 ed è stato tradotto in spagnolo nel 2016.


Il racconto L’altro cammello  lo trovate anche sul blog di Paolo Zardi: Grafemi.  Ed ecco a voi le risposte di Paolo alle nostre curiosità sul Natale.

1. Qual è il Natale che ricordi con particolare attenzione e perché?

Sicuramente tutti i Natali di quando ero bambino, e in particolare quello in cui, in prima elementare, preparammo una bellissima recita per i nostri genitori. La bellezza del momento in cui questi nanetti, tra i quali c’ero anch’io, cantavano “Adeste fideles” con la convinzione che davvero un mondo migliore era possibile, è stata eguagliata solo dalle recite dei miei figli che, 35 anni dopo, mi hanno commosso per la purezza di quesi sentimenti.

2. Se potessi scegliere, cosa vorresti ti regalassero per Natale?

Libri; libri: libri!

3. Se pensi al Natale, quale racconto, romanzo o poesia ti viene in mente?

Mi vengono in mente tutti i romanzi che ho letto il giorno di Natale, o il 26 di dicembre – libri poco natalizi, a dire il vero, come “Piattaforma” di Houellebecq, o “L’uomo che viaggiava con la peste” di Vincent Devannes, ma anche “Grandi speranze” di Dickens. La felicità di leggere un libro tanto atteso, con la pancia piena, il camino che scoppietta, le persone che amo intorno, è per me il vero Natale.

4. Non è Natale senza…continua tu.

A costo di sembrare profano, non è Natale senza le grandi mangiate tutti insieme! Il piacere di ritrovare le tradizioni gastronomiche della mia famiglia, lo stare attorno a un tavolo tutti insieme, la tombola giocata sul tavolo dove ancora ci sono mandarini, arachidi e torroni, è una parte fondamentale dei miei Natali.

5. Pandoro o panettone?

Panettone, con uvetta e canditi, tutta la vita!

 

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Natale

data 18 dicembre

Natale

Felicita Farina

 

C’è l’inverno nelle strade,
ma io non lo sento ancora.
Qui la pace non evade.
C’è molto più caldo, ora.

Quanta gente, forse sogna
di cambiare anche il Natale,
ma già sente la vergogna
di essere sempre e solo uguale.

I miei sforzi non sono vani.
Sì, sarà diverso il mio domani.

Ecco il vento, e il gelo amico,
che ti penetra nel cuore.
Sì, lo sento, ora lo dico
ho bisogno di scaldare
la mia testa, le idee confuse

Quelle porte tutte chiuse.
La speranza e un corpo qui accanto
che riporti il mio più allegro canto.
E intanto piove …sarà un segnale,
ma no, e’ neve… è già Natale.


13731671_271500626559313_37574754751782439_nFelicita Farina, nata a Orvieto il 28/7/1960. Ho sempre amato la scrittura. Le prime composizioni risalgono al liceo, con le prime poesie destinate a diventare canzoni quando, quindicenne, iniziai a suonare la chitarra. Ho scritto anche qualche racconto. Ho provato, velleitariamente, a riscrivere una seconda Divina Commedia con metrica AbAbCc…ma mi sono fermata al secondo canto (“mai dire mai”). Nell’ultimo decennio le scritture hanno riguardato messe in scena di spettacoli teatrali per ragazzi. Questa poesia, l’unica sul Natale, è datata 1978, ed è tra le poche scritte in rima.


Ed ecco le risposte di Felicità alle nostre curiosità sul Natale.

1) Qual è il Natale che ricordi con particolare attenzione e perché?

I Natali più belli, inutile dire, sono quelli passati in famiglia. Me lo ricordo uno in particolare perchè, avendo acquistato la telecamera ripresi la costruzione dell’albero di Natale con i bambini. Era il 1993 e loro erano piccolini. Mi scorrono queste immagini di noi alle prese con palline e stelle, con sotto musiche natalizie e mio marito che ballava con la bambina di 4 anni. Momenti tenerissimi che ho ritrovato avendo cercato immagini per il video di compleanno di mio marito.

2) Se potessi scegliere, cosa vorresti ti regalassero per Natale?

Regali particolari no, perchè fortunatamente quello che mi serve me lo compro immantinente. Comunque mi piacerebbero sempre cose artistiche personalizzate.

3) Se pensi al Natale, quale racconto, romanzo o poesia ti viene in mente?

Forse “Canto di Natale”, perchè lo mettemmo in scena come musical una decina di anni fa con ragazzini 10/12 anni di Porano, e ci sono rimasta affezionata: una storia un po’ thriller con molti contenuti, forse un po’ retorici e buonisti però sempre validissimi.

4)Non è Natale senza… continua tu.

Non è Natale senza…i miei cari attorno. Assolutamente!

5) Pandoro o panettone?

Non amo né pandoro né panettone, soprattutto ora che non mangio più carboidrati e grassi. Oggi, però, ho visto una charlotte fatta con il pandoro e mi ha fatto gola…forse per Natale farò uno sgarro!

 

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Lettera a Babbo Natale (con risposta)

data 17 dicembre

Lettera a Babbo Natale (con risposta)

Andrea Di Gregorio

Caro Babbo Natale,
spero che tu non ti offenda, ma mi sento in obbligo di comunicarti che ho mandato lettere analoghe anche ad alcune altre divinità e/o entità santificate e/o mitologiche tra cui: San Nicolao, che porta i doni il 6 dicembre in gran parte della Svizzera; Santa Lucia, che il 13 dicembre li porta a Brescia e in Romagna; Gesù Bambino, che li porta dappertutto il 25 dicembre; un certo Tomte, che li porta in Svezia; tale Capra di Natale, che li porta in Finlandia; Nonno Gelo, che li porta in Russia; San Basilio, che li porta in Grecia il 1° gennaio; la Befana e i Re Magi, che li portano a Roma e chissà dove altro il 6 gennaio.
Non te la prendere. Sai com’è: il mondo si è globalizzato e quindi meglio tener d’occhio la situazione perché non si sa mai. Magari anche su da voi c’è stato un terremoto in Consiglio d’Amministrazione e ora tu non conti più di un due di picche, mentre invece è tutto in mano allo Schmutzli – il genietto malefico antinatalizio – e siamo nei pasticci (ho scritto anche a lui, comunque).
Ecco, a dire il vero ho la sensazione che questo esordio non sia proprio il massimo se uno vuol chiedere regali o favori personali, ma è appunto di questo che ti volevo parlare.
È che sono un po’ imbranato: durante l’anno è un tale disastro! Faccio pasticci con le persone che mi piacciono, senza che questo mi renda gradito alle altre; le multe per divieto di sosta fioccano; continuo a ingrassare e, quel che peggio, della cosa comincia a non importarmi troppo.
Poi, sai: anche gli altri Natali ho ricevuto una serie di regali fatti sicuramente con molta buona volontà – tra l’altro alcuni li avevo chiesti io, per cui non mi posso neanche lagnare. Però, vedi: il lettore di ebook si è rotto proprio il giorno dopo la scadenza della garanzia; le calze si bucano, i maglioni si restringono (e non solo perché sbagliamo lavaggio); i videogiochi stufano; i libri (dicono) sono un regalo superato. Insomma, mi trovo, oggi, senza nessuno dei doni ricevuti negli anni passati e mi assale una specie di pessimismo leopardiano: “A che valse?” mi chiedo, citando il grande recanatese. Poi passa un amico, mi dice che il verso non è di Leopardi ma di Andrea Zanzotto e puoi capire come mi sento.
Allora, ascolta: fai un miracolo. So che non sono stato né bravo né meritevole – ma del resto, se lo fossi stato, che miracolo sarebbe? Vediamo se hai il coraggio di raccogliere la sfida. E non rispondermi come ha fatto Gesù Bambino (so che non dovrei dirtelo, ma tu prometti, vero, che non lo dici a nessuno e che non te la prendi perché ho scritto a lui prima che a te?): “Carissimo, vedrò quel che posso fare. Tu, però, almeno fai del tuo meglio”. Capirai: fare del proprio meglio partendo dalla constatazione che tutto l’anno ho continuato a fare del mio meglio e questi sono i risultati non è consolante.
Quindi fai un miracolo: che questo Natale sia perfetto. Be’, oddio: magari perfetto no. Diciamo passabile?
Eh no! Diciamo perfetto. Insomma, sei Babbo Natale o no?

Molto Tuo

Cuore arruffato

***

Carissimo Cuore arruffato,
grazie per la lettera. Non sai quanto ci siamo divertiti a leggere delle tue disavventure. Pensa che abbiamo invitato anche altri amici – tra cui ti cito giusto Manitù e Govinda – e abbiamo passato un bel quarto d’ora ridendo a crepapelle.
Allora, abbiamo deciso di spiegarti un paio di cose.
Innanzi tutto, sia detto tra noi, ma il fatto di scrivere a tutti indistintamente è stato un po’ da maleducati.
Poi consolati: anche noi abbiamo i nostri limiti. Ogni anno consegniamo il 6% dei regali – qualche milionata – alle persone sbagliate. La Capra finlandese ultimamente ha qualche amnesia – per non parlare di San Nicolao che non vede l’ora di andare in pensione e litiga continuamente con la Befana.
Prima ce la prendevamo, invece ora abbiamo imparato ad accontentarci. Facciamo anche noi del nostro meglio, ma se poi capita qualche milione di errori nella consegna, pazienza.
E anche tu, allora, non prendertela. La perfezione, in fondo annoia.

Tuoi

Babbo, Santa, Befi, Nicolao, Basilio, Nonno Gelo ecc. ecc.


di gregorioAndrea Di Gregorio
Si è laureato in Filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. In tempi quasi preistorici (1995 e 1998) ha pubblicato due romanzi (Poppis & Pors e Tutto di lei) con Salani. Più di recente, ha al suo attivo il manuale per la traduzione, Il vademecum del traduttore, Società Editrice Dante Alighieri 2014, la raccolta di racconti di Natale Le feste mi colgono sempre impreparato, Alessandro Dominioni Editore in Como (https://www.dominionilibri.it), qualche nuova traduzione del giallista Petros Markaris, di cui ha tradotto tutti i romanzi, prima per Bompiani e ora per La Nave di Teseo e una nuova edizione delle Poesie di Costantino Kavafis (introduzione, traduzione e note) per i Grandi Libri Garzanti.
Insegna scrittura creativa e traduzione in giro per l’Italia e anche in Svizzera.
Questo racconto è stato scritto per i lettori del Corriere del Ticino.

Pubblicato in: Calendario dell'avvento, iniziative

Il presepe di Gaspare

data 16 dicembre

Il presepe di Gaspare

Falconiere del bosco

Incastonato nella quotidianità fitta di rumori e di voci della zona industriale, il silenzio della cascina dei Macì è un’oasi seminata nel terreno sassoso e spinoso delle fatiche, degli odi e delle bestemmie.
I tralci secchi di vite scoppiettano nel camino spandendo luce e calore nella grande cucina.
I due fratelli ottantenni sono soli. La prima domenica di aprile, dopo aver servito loro il pranzo, la sorella Lauri ha esalato l’ultimo respiro accasciata sul piatto di polenta e coniglio arrosto.
Lo sguardo di Innocente è fisso sul duello delle lame incandescenti nel fuoco; i suoi pensieri si attorcigliano come edera intorno a braccia e gambe e affondano le radici nella mente e nel cuore. – Gli anni portano con sé la debolezza generale dell’organismo e l’appannamento mentale. La nostra vita è un fuoco spento, c’è ancora qualche brace sotto il velo della cenere, ma non c’è più la voglia o la forza di soffiare, siamo ombre che passeggiano senza la voglia di ricominciare –.
Gaspare è alla finestra. Fuori è ancora buio. In lontananza luccicano le lampadine degli alberi di Natale, stelline intermittenti come i suoi pensieri: assenti sul presente e presenti sul passato; lui ha un’altra vita, colma di fantasticherie, chimere e miraggi, dall’alba al tramonto veleggia sulla superficie degli eventi e si astrae nel sogno.

L’uomo-vecchio prepara la colazione mentre l’uomo-bambino disegna sui vetri; con le dita collega le goccioline di vapore condensato che lentamente scorrono verso il basso in linee verticali parallele.
Il fratello minore chiede:
«Perché ci sono tutte quelle lucine colorate là in fondo?».
Il fratello maggiore scrolla il capo al pensiero che non ricordi più nulla, gli si avvicina lo prende per mano e lo fa sedere al tavolo, batte un pugno sul pane raffermo e tostato e lo frantuma in piccoli bocconi da inzuppare nelle tazze di latte bollente e gli risponde: « Tra una settimana nasce il Bambino Gesù, quelle sono le luci degli alberi di Natale».
«Ma allora perché Lauri non ha ancora allestito il presepe?».
Il bolo di pane e latte diventa un groppo in gola. Dalla morte prematura dei genitori, la sorella aveva dedicato tutta la propria vita ai fratelli scapoli e ora li aveva abbandonati al loro destino di vecchi.
«Lauri non c’è, ma prima di andare via mi ha raccomandato di farlo allestire a te il presepe. Dai impegnati, sono mesi che stai lì sulla sedia senza fare niente».
La proposta entusiasma Gaspare; la sorella decideva tutto da sola, lui poteva solo aiutarla, privato dal potere di aggiungere, togliere o modificare.
«Si dai, però mi aiuti e lasci fare a me».
«Ma certo sarò il tuo piccolo servitore».

Dopo la colazione, i due indossano giacconi pesanti, cuffie e scarponi. Innocente mette alla prova la memoria del fratello:
«Per prima cosa andiamo a prendere il muschio, ti ricordi dove?».
«Certo, dietro la casa, dove c’è sempre ombra e il muschio è soffice, la terra non è ancora gelata. Strapperemo con facilità le grosse toppe verdi ».
I due partono con i canestri al braccio: uno per il muschio e l’altro per radici e pezzi di corteccia.
Prima di rientrare passano nel ripostiglio, recuperano un’asse e un paio di cavalletti, li portano in casa collocandoli nel vano della finestra.
Gaspare bisbiglia soddisfatto:
«Questo è il posto giusto, nessuna carta blu, il cielo d’inverno fornirà luce diretta per il giorno e buio per la notte».
Con un pezzo di tela riveste le gambe -in vista- del tavolo occasionale, ricopre il piano con carta di sacco, forma montagne e grotte alternando cortecce e radici, sistema con cura il muschio, traccia una strada con la farina e colloca uno specchio per il laghetto.
Innocente controlla incuriosito il lavoro metodico del fratello e nello stesso tempo con cura esegue il compito che gli è stato affidato: scartare le statuine conservate nella scatola di latta. Lauri le riponeva ogni anno con cura, non se n’è mai rotta una.
Il posizionamento dei personaggi è il momento che Gaspare attendeva da tutta la vita; meticolosamente colloca uno dopo l’altro il bue, l’asino, San Giuseppe, la Madonna, l’angelo, i pastori e le pecore, il fornaio, la contadinella con la brocca dell’acqua. I cammelli e i Re Magi li apposta in fila sulla credenza, orientati verso la grotta –Tanto arriveranno solo all’Epifania, devono fare ancora tanta strada –.
Innocente sorride nell’attesa curiosa di vedere se il fratello ricorda che manca ancora l’Incantato: il pastorello che a differenza delle altre statuine non porta doni, ma se ne sta lì, davanti alla grotta con le mani vuote, totalmente assorto nel guardare il Bambino, sospeso in una bolla d’intimità porta la sua meraviglia, lo stupore di un cuore aperto per ricevere e contenere una gioia inesprimibile.
L’amore di Dio fatto bambino piccolissimo incanta e ammutolisce chi ha l’animo puro e semplice.

L’Incantato è l’unico personaggio che Gaspare aveva il permesso di posizionare, l’unica mossa che la sorella gli concedeva; era tale il suo attaccamento a questa statuina che non permetteva a nessuno di toccarla.
«L’Incantato non lo metti? ».
«Oh certo, passamelo ».
«Qui non c’è, dove l’hai messo? Solo tu puoi saperlo».
Gaspare rimane lì a bocca aperta, ricorda Incantato ma non riesce a ricordare il nascondiglio.
Fin dall’infanzia, ogni anno dopo aver smontato il presepe lo afferrava e senza farsi vedere da nessuno andava a riporlo in un posto che nessuno dei familiari riusciva a scoprire.
«Pensaci e vedrai che lo trovi».

La mattina del 25 dicembre Nocente si sveglia alla solita ora anche se il gallo non canta più. Dopo il furto delle galline Lauri aveva regalato il re del pollaio ad una cugina proprio per non averlo davanti agli occhi e ricordare l’orrore delle quindici teste mozzate.
Il letto accanto è vuoto. Il vecchio infila le ciabatte e passa in cucina. Il fratello minore è lì, davanti al presepe, incantato come la statuina stretta tra le sue mani, contempla il Bambino nella culla.
Il vecchio-bambino centellina parole tra i lunghi spazi bianchi di un silenzio ovattato per formare frasi ispirate che ammettono approfondimenti e un’ulteriore vita in chi le ascolta:
«Ciao Bambino, nella mia testa non hai ancora camminato. Le tue prime parole devono ancora essere dette. Non conosco il colore dei tuoi occhi, potrebbero essere verdi o blu come il mare profondo che non ho mai visto. Avrai il meglio, te lo prometto. Una stella nel cielo mi indicherà sempre la strada per trovarti, io la seguirò, te lo prometto. Ho bisogno di te, per averti e stringerti, per camminare con te e continuare la mia strada con te e sapere che sei benedetto. Perché giuro che sarai benedetto».


35848_1341795189105_2041238_nFalconiere del bosco, (Fausto Marchetti) anni 64, vivo in Franciacorta, la terra delle bollicine in provincia di Brescia. Perito elettrotecnico ma per 36 anni ho fatto il pane nella forneria di famiglia dopo averne lavorato 6 in una fonderia artistica che produceva orologi in stile. Da giugno sono in pensione. Scrivo racconti, alcuni dei quali han fatto parte di antologie: Cronache dalle fine del mondo, Sappy (dedicato a Kurt Cobain), Racconti di giocattoli, Racconti bresciani. Non so perché scrivo, come non so perché dipingo, suono la chitarra, salgo sugli alberi, so solo che seguo l’istinto del momento e vado avanti per un po’, poi mi stufo e cambio, quindi non so se scriverò ancora per molto visto che ho già sintomi di stanchezza. Prevalentemente vivo di musica e più di tutto di immagini, mi perdo in quello che guardo e ne assorbo l’essenza. Corro sempre troppo avanti ma sono trattenuto da quello che mi porto dietro e dal quale non riesco a staccarmi, perciò difficilmente raggiungo un traguardo. Non sparate su di me non sono neanche un pianista!

Il racconto: il presepe di Gaspare lo trovate anche sul blog di Morena Fanti


Falconiere ci  ha  anche regalato le risposte alle nostre domande sul Natale

1) Qual è il Natale che ricordi con particolare attenzione e perché?

Sono tanti i Natale passati quando hai 64 anni, ci sono stati quelli belli e quelli un po’ meno, felici e tristi. Qui voglio ricordare il Natale del 1988. Come tutti gli anni gli addobbi li ho sempre preparati ed allestiti io. Quell’anno appesi un ramo di cedro lungo 4 metri nel mio ingresso che allora era vastissimo e in altezza arrivava al sottotetto. Lo ancorai da un lato alla ringhiera delle scale e gli altri tre in tra punti del soppalco. Praticamente formava come il tetto di una capanna e lì sotto allestii il presepio su un tavolino. I miei due figli Ale di 8 anni e Matteo di 4 si rifugiavano là sotto per giocare con le statuine dei pastori e con le pecorelle. Ora non potrei più allestirne uno così perchè una parete di mattoni divide in due l’ingresso: da una parte il mio appartamento e dall’altra quello di Alessandro che ora è sposato.

2) Se potessi scegliere, cosa vorresti ti regalassero per Natale?

 Il regalo che vorrei è sempre lo stesso: che i miei figli siano sereni

3) Se pensi al Natale, quale racconto, romanzo o poesia ti viene in mente?

Un racconto che scrissi alcuni anni fa e contiene anche una poesia di Guido Gozzano https://falconieredelbosco.wordpress.com/2012/12/18/le-volpi-hanno-una-tana-e-gli-uccelli-hanno-un-nido/

4) Non è Natale senza… continua tu.

Non è Natale senza il pranzo di Natale

5) Pandoro o panettone?

Nessuno dei due, io opto per il panforte