Pubblicato in: Tipi di scritture

La scrittura giornalistica in radio: scriviamone e parliamone

Questo post apre il ciclo della rubrica “tipi di scritture”. Via via affronterò il tema della diversificazione della scrittura. Per farlo tratterò l’argomento con un ospite che scriverà insieme a me il post. Oggi parlerò della scrittura giornalistica in radio insieme a Daniele Campanari.

Ben arrivati a questo nuovo appuntamento. Come gia anticipato parleremo della scrittura giornalistica radiofonica. State sintonizzati sul canale…
Mi fermo, non sono una speaker, ma ammetto che la tentazione di usare il linguaggio orale in questo post scritto, è forte. Innanzitutto vorrei dividere la scrittura giornalistica in più settori poiché esiste quella televisiva, di stampa e radiofonica. Ai microfoni, anzi alle penne non sarò sola, ma mi farà compagnia Daniele Campanari. Daniele, a cui do del tu perché già lo conosco, è uno speaker, scrive per la radio, ma non solo: le sue poesie ottengono un discreto successo.
Cos’è la scrittura radiofonica? Daniele saprà spiegarlo meglio, da profana e tuttavia ammiratrice e ascoltatrice di radio, posso dire che è un modo per comunicare attraverso la voce, ma che dietro c’è  un lavoro scritto, di preparazione ai propri pezzi da leggere. Si può improvvisare, specie in momenti vuoti, negli imprevisti. Alla base c’è una professionalità nel saper comunicare emozioni, fatti di cronaca, scambi con gli ascoltatori, storie attraverso un microfono. Facile? Per niente. Oltre ad avere doti scrittorie, è richiesta una bella voce con una perfetta dizione, padronanza scenica, anche se non si viene visti dal pubblico; solo attraverso l’ascolto. Ed è questo che mi ha sempre affascinato degli speaker che hanno allietato le mie giornate. Prima di lasciargli la parola, volevo ringraziare Daniele per il suo intervento. Non è mai abbastanza divulgare questo genere di scrittura giornalistica. Per chi ascolta la radio, gli speaker ci accompagnano durante la giornata: al lavoro, in macchina mentre viaggiamo, in casa e volendo anche quando facciamo sport. Peccato non sentire la voce di Daniele (potete sentirlo comunque attraverso Radio Immagine, radio locale di Latina, come doppiatore in tante pubblicità e anche nei suoi video su FB e altrove). E ora è proprio a lui che lascio la parola per sapere meglio cos’è la scrittura giornalistica in radio. State sintonizzati sulle nostre frequenze.

Innanzitutto una distinzione tra due scritture: giornalistica radiofonica e per la radio. Con la prima intendiamo, sintetizzando, il giornale radio: prodotto confezionato a partire dalle notizie recuperate dalle agenzie di stampa in collaborazione con la redazione interna. Quando si parla di giornale radio bisogna considerare il tempo della messa in onda. Conosciamo quanto sia importante sapere quando la luce è spenta o accesa per la vita di ognuno, figuriamoci quanto possa essere determinante il tempo radiofonico a cominciare dai secondi. Il tempo del gr (giornale radio) varia al variare della scelta editoriale e dal numero di giornalisti in conduzione. Se la conduzione è affidata a un solo giornalista raramente il gr supererà i 2 minuti e 30 secondi; al contrario, se ci sono due voci – magari intervallate da servizi – allora il pacchetto durerà di più, almeno il doppio del tempo precedente. Per questo motivo la scrittura giornalistica radiofonica cambia a seconda della messa in onda. Ma una è la costante: rapidità. Considerato lo standard temporale disponibile non è compito del giornale radio approfondire la notizia. Dunque il prodotto sarà flash, adatto a un ascolto rapido e aggiornato.
Detto questo, arriviamo alla “scrittura per la radio”.
Scrivere per la radio vuol dire preparare un programma, prepararsi alla propria conduzione. Se l’idea dalla quale partiamo è contenuta nella realizzazione di una trasmissione, è impensabile non aver “scritto” almeno la scaletta seguita on-air. Al contrario, se siamo conduttori di una radio di flusso riempiremo il minuto soltanto appoggiandoci alla notizia per risultare spontanei. Questa non è una regola “scritta”, alcuni conduttori preferiscono scrivere e leggere quello che vogliono dire. Però un consiglio: leggi facendo finta di non leggere. E studia le tue news.

 

Daniele Campanari campanari

Conduttore radiofonico, giornalista e doppiatore pubblicitario

https://voci.fm/item/2275-daniele-campanari.html

 

 

 

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Pubblicato in: anniversario, racconto, Senza categoria

La prima volta de “La voce di Calibano” VI° giorno

Quando ho pensato di raccontare una “prima volta”, d’istinto mi sono venuti in mente due momenti: la prima volta che ho fatto l’amore e quando sono diventata madre. Due momenti importanti nella mia vita, come in quella di ogni donna e madre. Ci ho pensato ancora e ho deciso di virare su qualcosa che fosse più leggero e non raccontasse di questioni così intime.
Il sesso, la prima volta è particolarmente “segnante”, sai che stai diventando donna e le tue pulsioni, fino ad allora frutto della fantasia, diventeranno reali nel fare l’amore con il tuo compagno. Volevo tenere per me, quel ricordo. E che dire della prima volta che hai sentito tuo figlio piangere? La prima volta che diventi madre è qualcosa d’indescrivibile, non saprei trovare le parole giuste per raccontarlo. Volevo condividere qualcosa di meno impegnativo, ma vero, reale, io che di solito parlo di me con fatica. Ma questo non è che un mini assaggio, un aneddoto divertente che ripensandoci può essere una spiegazione al mio studio della lingua spagnola. Perché? Leggetelo e capirete.

La prima volta in volo verso la Spagna

2018-Tiziana Spagna

Il cuore batte forte e ti stringo la mano. Forse abbiamo paura, tu più di me anche se per te, non è il primo viaggio in aereo. Io sono così eccitata; non sono mai stata su un volo aereo e l’incoscienza si mescola all’emozione di felicità: la prima volta che viaggio con te e per giunta su un aeroplano. Non so cosa mi spinga, poi, a rilassarmi, dopo un inizio di terrore; la tua faccia è ancora tesa e io non faccio altro che godermi ogni novità: il discorso dell’assistente di volo, il panorama da un finestrino ovale, l’idea di andare in Spagna e la tua mano che avvolge la mia e viceversa. Si vede che stiamo insieme da poco, l’aria felice è stampata per tutto il giorno in mezzo agli altri, persi nelle chiacchiere o, al contrario, in mute reazioni. Anche qui: io esterno con le parole la felicità del nostro primo viaggio, tu taci e mi fai capire la contentezza con i tuoi gesti finché non parte l’aereo e questa stasi emotiva rimane in perfetto equilibrio per tutto il percorso Roma – Palma di Maiorca. I cuori sono sospesi per poi atterrare in albergo. Tutto così strano: dal dividere per una settimana gli oggetti e le abitudini in quella stanza fino a conoscere ogni piccolo particolare del nostro linguaggio fisico e mentale. La nostra prima (breve) convivenza per giunta lontano da casa. Sarà per questo che troviamo tutto interessante, stimolante ai nostri occhi. Ci accendiamo come le luci del sole in spiaggia (per altro con una sabbia bianca e finissima) o come quella delle tante discoteche che illuminano il viale di Santa Ponsa. Le mani sembrano appiccicate nonostante il caldo, si staccano per poco, il tempo di una canzone anni ‘80 che balliamo. Vederti muovere mi provoca una risata, sei il solito palo in mezzo alla pista e la tua timidezza va oltre fregandosene di figuracce, visto la tua esibizione poco elegante. Una sigaretta. Un po’ di relax dopo tanto ballare. Una foto sulla panchina fuori dal locale: io, te e la sigaretta. Ci facciamo scattare la foto da un ragazzo che ha la metà degli anni nostri e ci scappa una risata. Saremo i più vecchi. Dal ridere quasi ti cade la sigaretta. Lasci le mie spalle che cingi per fare la foto e tasti i pantaloni come un poliziotto che cerca la refurtiva. Dell’accendino nessuna traccia e io non fumo. Non mi sono portata neppure la borsa, tutto infilato nei miei jeans. Poche cose portate; voglio essere libera di muovermi in una città che mi è piaciuta da subito, libera di stringerti, libera di ballare. Chiedi tu per accendere, mi sussurri. E come si dice accendino in spagnolo? Non lo so. Arranco uno spagnolo maccheronico e l’unica cosa da fare, oltre a chiedere “fuego”, è quella di mimare col pollice il gesto dell’accendino. Tu sei sulla panchina, io mi sono spostata verso un signore con la sigaretta in bocca. Avrei potuto prendere la tua sigaretta e farmela accendere. Nella fretta non ci ho pensato, ma almeno ho provato a interagire in una lingua non mia. Ci si capisce lo stesso, non sono lingue troppo distanti, ma non basta una ‘s’ per parlare spagnolo. Sigaretta accesa e nuova parola da cercare sul dizionario e nuovo giro di parole, musica, aria salmastra e mani incrociate. E baci al sapore di nicotina. Forse non sono così male le tue labbra al sapore naturale, senza aver fumato. Speriamo che la prossima volta ti dimenticherai le sigarette, oltre l’accendino.

N.b. in spagnolo accendino si dice: encendedor.

 

Pubblicato in: iniziative

Anniversario del blog: “La voce di Calibano”

                 tiziana foto anniversario  + jcalibano

Questa è la trascrizione di una delle nostre riunioni “editoriali” in chat, fatta per organizzare il post con cui festeggiare il nostro primo anno di blog insieme.
(Trascrizione nuda e cruda, emoji e refusi compresi, idem per la punteggiatura assente).

DIALOGO FRA TIZIANA E CALIBANO.

Tiziana: Allora: sono andata a vedere il primo post del blog e di conseguenza il nostro sodalizio.
Dobbiamo far qualcosa e attivare gli altri. Tipo: ci fate la festa? Ma come? Cosa organizziamo?
Calibano: Nel senso che siamo arrivati a un anniversario?
Tiziana: Ahahahah. Eh. Ad aprile. Stai sbiancando😂😂😂
Calibano: Bene… auguri a noi…siamo Ariete o Toro?
Tiziana: Dopo vedo, ma è presto😂😁 Che facciamo?
Calibano: Che dice l’oroscopo?
Tiziana: La smetti di girarci intorno? Voglio il regalo.😛 Ahahahah
Calibano: Ho un racconto sulla perdita della verginità…che dice lo metto su pesce?
Tiziana: Metti, metti…Cambi argomento. Male.
Calibano: Come regalo voglio il racconto della vostra prima volta…
Tiziana: No. Non riesco a scrivere.
Calibano: Invitiamo i nostri amici scrittori a scrivere un racconto di questo?
Tiziana: Troppo forte Credo
Calibano: So’ un genio…ehh 😁😁😁
Tiziana: Ahahahah Ma forse sono io
Calibano: La nostra prima volta è stata il….raccontarci la vostra. .
Tiziana: In che senso?
Calibano: Raccontateci In quel senso
Tiziana: La prima volta sul Blog? O quella li?
Calibano: Per noi sul blog …per gli altri quella li Prepara un post di invito
Tiziana: Oppure : La nostra prima volta sul Blog e a loro la scelta di una “prima volta “, qualunque sia, quella che vogliono raccontare C’è sempre una prima volta su tutto
Ma noi che diciamo di noi? Dove ci siamo incontrati? 😁😂
Calibano: Che non ci siamo mai incontrati…se non per chat

Il primo post del blog è stato quello del 29 Aprile 2017: solo io mi sono ricordata di tale data. Gli uomini! (Sospiro).
Che tipo Calibano! A volte capita di battibeccare o avere divergenze di opinioni, sempre però in modo civile e “professionale” ed è così che abbiamo raggiunto questo traguardo: un anno di scritture condivise sul blog, di riunioni in chat per parlare di scrittura, ma anche del più o del meno, il tutto con molta semplicità.
Per l’anniversario, visto che Calibano mi ha gentilmente dato il compito di organizzare la festa; (gli uomini! Ri-Sospiro), lancio un’idea. I palloncini sono nel sacchetto per essere gonfiati, gli ingredienti per una torta ci sono, manca il regalo da fare. Perché non ce lo fate voi un dono: un piccolo racconto (o grande se volete) in cui ci parlate di una vostra “prima volta”.

C’è sempre una “prima volta”, non soltanto il primo bacio, ma ad esempio, quella in cui abbiamo conosciuto il nostro miglior amico, oppure quando abbiamo scritto il primo racconto, la prima volta che abbiamo festeggiato per una vittoria o le prime pacche sulla spalla dopo i nostri insuccessi. Il primo “no” o il primo “sì”, insomma tutte le “prime volte” che volete.
Manca un mese al 29 aprile, abbiamo tempo per soffiare le candeline insieme, vi invitiamo però fin da subito a farci un regalo (a scrivere un racconto).
Ricapitolando: Racconta la tua “prima volta” (vera o inventata, non importa) su qualunque argomento. Non ci sono limiti di battute (il racconto può essere lungo o corto, sono accettate anche poesie, favole o filastrocche (libero spazio alla fantasia).
Invia il racconto entro il 25 aprile a calibano.writer@gmail.com
Vi aspettiamo numerosi.

Pubblicato in: il vizio di scrivere, racconto

Silenzio di tomba (racconto per “Il vizio di scrivere”)

IL VIZIO DI SCRIVERE

Gli incontri de “Il Vizio di scrivere” coordinati da Tiziana Viganò si svolgono presso la biblioteca di Rescaldina, in via Battisti 3.

“Il Vizio è uno spazio da dedicare a noi stessi, a un’attività creativa, in compagnia di altri appassionati: non è necessario essere professionisti”.

Non si tratta di un corso di scrittura, ma di un incontro durante il quale tutti si cimenteranno nella scrittura, prendendo spunto da semplici idee, messe in condivisione dai partecipanti stessi.

La partecipazione è gratuita. Le date e i contatti per partecipare li trovate qui:

https://www.facebook.com/ilviziodiscrivere/

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Si può partecipare a un incontro con altri autori per scrivere? Certo che sì, anche se si è distanti, molto distanti, si può addirittura partecipare da un’altra provincia. Lazio e Lombardia non sono vicini geograficamente, eppure, grazie a Tiziana Viganò anch’io ho preso parte a questi incontri di scrittura presso la biblioteca di Rescaldina (MI). È la prima volta che aderisco a questa iniziativa e ne sono rimasta entusiasta. Di sicuro il vedersi, il confrontarsi con gli altri, assistere di persona è un qualcosa in più.

Come funziona? Semplicemente così, (come scrive Tiziana che coordina il tutto): i partecipanti scriveranno su un foglietto un argomento a piacere, raduneranno tutto in una ciotola e sorteggeranno il tema. La sorte deciderà! L’ultima ora sarà dedicata alla lettura ad alta voce delle composizioni. E’ richiesta passione e fantasia, null’altro.

E via a scrivere, tutti riuniti in biblioteca per il vizio di scrivere.

Così ho scritto, ma da casa, come ho già detto. Il mio argomento sorteggiato è stato “il silenzio.” Il tema mi è piaciuto, sono stata fortunata, non ho avuto particolari problemi a creare il testo che leggerete. Da casa ho potuto scrivere come se fossi con gli altri e poi ho inviato il mio racconto. Mi sono divertita, ho imparato a scrivere, a condividere con gli altri  anche se per impegni vari e la distanza non ho potuto sentire il gruppo il giorno stesso. Sicuramente non mancherà occasione per parlare e scrivere con tutti loro. Per il momento mi rimarrà il bel ricordo dell’iniziativa.

Grazie a Calibano per avermi fatto conoscere Tiziana. Un saluto a tutto il gruppo de “Il vizio di scrivere” che spero di sentire presto, anche di persona. Grazie in particolare a Tiziana Viganò per avermi fatto partecipare, per la coordinazione e condivisione del mio racconto sul suo blog. tizianavigano.blogspot.it

Ecco il mio racconto. Buona lettura!

Qui dove mi trovo, nessuno parla. Non per snobismo, ma perché non possiamo più parlare con gli altri. Un silenzio di tomba per la maggior parte del tempo. Poche chiacchiere, troppo poche. Tutti morti tranne il becchino. La voce di Glauco, il becchino, riecheggia nel lungo viale da cui riposo da diciott’anni. Lui è un tipo solare, mi fa compagnia al contrario dei miei vicini di tomba. Accanto a me giace Anselmo Ferretti nato a Roma il 6 aprile del 1933 e morto il 26 giugno 2011. Alla mia destra c’è una bambina: Virginia Pontera nata il 9 gennaio 2005 e morta il 12 ottobre 2012. E poi ci sono io: Claudio Marini nato il 18 marzo del 1942, morto il 4 maggio 2000. Siamo tutti nati e morti a Roma. E che morti! Anselmo è morto d’infarto, Virginia in un incidente d’auto. Di entrambi l’ho saputo dai loro cari. Quanti pianti! Lo ammetto, ho pianto anch’io quando hanno portato quella bara bianca. Le bare bianche sono un colpo al cuore, anche se il mio non batte più da tanto tempo. Morto, silenziosamente morto, vivo nei sentimenti.

“Che dici?”rispondo a Virginia.

“Non piangere, Claudio. Lasciami riposare.”

“Ci proverò, ma mi commuove sempre la tua storia. Lo vedi come piange pure questa signora di fronte a te?”

Silenzio, di nuovo. Si dev’essere addormentata. Dormi, piccola, dormi. Non racconterò più di te che hai sbattuto la testa sul vetro. Un’imprudenza di tuo padre costata cara. Ma ora dormi, sarai stanca.

“E di me non dici nulla?”

“Certo Anselmo, certo.”

Anselmo è morto d’infarto. Non si pensi che sia stata una morte brutta. Dormiva e durante il sonno ha proseguito verso quello eterno. Il cuore pompava bene, era un uomo in salute.

“Anselmo, non è che hai fatto qualche stravizio negli ultimi tempi?”

“Che mi ricordi, no. Ma è passato troppo tempo, non sono sicuro.”

“Hai ragione. Anch’io comincio a dimenticare qualche particolare.”

E pure Anselmo torna in silenzio. Io vorrei parlare di più. Forse potrei farlo con il becchino. Che male c’è a sfogarsi un po’? Sono morto, mica asociale. Oggi non si vede, cosa sarà successo? Ho imparato a capire che orario fosse attraverso le ombre delle lapidi e non solo. La signora Nilde Meniconi vedova Sebastiani la conosco bene; era una mia compagna di classe.

Precisa, tutti i giorni passa dal marito, solita ora e solito mazzo di fiori. Poverina! Almeno io non ho lasciato nessuno a piangermi, né genitori, né moglie e si spera nessun figlio. Non mi risulta nessuna richiesta di paternità. Avrei tanto voluto diventare padre, invece non ho trovato la compagna giusta. La mia vita non è stata una favola. Avevo un lavoro fisso come operaio in una fabbrica che lavora l’acciaio. Proprio quel posto di lavoro che mi ha ucciso. Sul referto dell’autopsia hanno scritto esalazione da azoto. Ancora qualche anno e sarei andato in pensione. Non voglio pensare alle cose brutte. Ho altro per la testa come sapere dov’è Glauco. Mi preoccupa questa assenza. Qui è un mortorio senza di lui e i miei vicini di bara non mi aiutano a ingannare l’attesa. Glauco, invece, mi fa sorridere con le sue battute al vetriolo. La domenica ascolto le partite insieme a lui, so tutto di sua moglie; Glauco ha il vizio di parlare da solo. So pure di certi intrallazzi. Bocca mia, taci! Per forza: non posso parlare con i viventi, solo ascoltare e vedere. Ad esempio: chi è questo signore con in mano la scopa e la paletta che pulisce? Glauco, non facciamo scherzi, dove sei?

“È morto.” afferma Anselmo ridestandosi.

“È morto? Ma quando? Non sapevo niente. Chi te l’ha detto?”

“Mia moglie.”

Se l’ha detto sua moglie, ci credo. Non le sfugge niente. Ma…

“Quando te l’ha detto, Anselmo?”

“Ieri mattina.”

Ecco. Lo sapevo, per una volta che mi sono appisolato, è successo di tutto. Che tristezza! Mi aspetteranno lunghi periodi di silenzio. Qui sono tutti morti, pure il vecchio becchino.

Pubblicato in: racconto

L’acchiappanuvole

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Se c’era una cosa che calmava Emanuele, erano le nuvole. Guardarle, indicarle, indovinare a cosa somigliassero, a viverle.
– Mani in alto. Dammi tutti i tuoi soldi.
– E cosa ci vuoi comprare con i miei soldi?
– Tutte i lecca-lecca, le liquirizie e le meringhe.
– E la cioccolata?
– No, no, non la voglio. Mi fa venire il mal di pancia.
– Invece quei dolcetti, no. Eh?
– Guarda, Sofia!
– Cosa? Emanuele, che cosa?
– Le nuvole.
Eravamo usciti fuori dall’istituto, era talmente una bella giornata che non me l’ero sentita di fare lezione in una stanza. Oggi avevamo “il cielo in una stanza” come cantava Gino Paoli e il mio papà. Mentre la cantavo a Emanuele, mi veniva un magone stretto, qui, esattamente qui dove non ti passa l’aria. Le stonature mi riportavano a sorridere. Non credo che Ema mi abbia ascoltato nelle mie “performance canore” di poco fa. Meglio così! Emanuele era il più critico tra i miei pazienti, mi maltrattava talvolta per come mi vestivo o per il mio piercing al naso che non voleva mettessi. Rigido come la direttrice dell’istituto “Serena” che mi proibì di tenere quel grosso anello d’argento. Non le fui subito simpatica al colloquio di lavoro, presumo per essermi presentata in jeans, maglione e quel…quel..quell’anello. Oddio, no, stavo balbettando proprio come lei. Era una donna autoritaria, precisa e competente, ma se si emozionava troppo o le capitava un imprevisto, zagagliava. Giusto un po’. S’impettiva, prendeva aria, alzava il mento e riprendeva il filo del discorso. Lei lo sapeva bene quanto fosse difficile togliere quel difetto. Ce lo ricordava a ogni riunione. Da piccola la direttrice era balbuziente, sapeva bene come ci si sentisse a non potersi esprimere, a non farsi capire. Nei suoi occhi si leggeva l’orgoglio nell’aprire un centro di logopedia, neuropsichiatria e motricità infantile.
– Sofia, non è un orso quello?
– Secondo me è un uomo robusto.
– No, non lo vedi come ha le orecchie?
Io non riuscivo che a vedere delle nuvole, al limite ovatta, panna montata o al massimo la barba di babbo Natale, ma Emanuele ci vedeva altro. Un mondo che si stagliava sopra di noi e che io non riuscivo a vedere se non con la sua fantasia. Le parole ora uscivano meglio dalla sua bocca. Era passato un anno da quando lui era entrato a fare terapia con noi. Un anno difficile per tutti, sia per Emanuele che per me. Avevo chiesto alla direttrice di farmi sostituire con Gemma e prendere il suo posto con i suoi pazienti. La direttrice era stata categorica, non si poteva fare, troppo destabilizzante per i ragazzi. Volente o nolente avrei dovuto fare logopedia a Emanuele. Al corso per assistente infantile tutti dicevano che i bambini down sono dolcissimi, hanno grande volontà e si fanno amare fin da subito. Il più cocciuto e pigro lo beccai io. Testardo come un mulo, lo stesso che ci stava guardando al di là del recinto. Gli asini erano dolcissimi e collaboravano volentieri. Ema aveva paura di avvicinarsi a loro e lo costrinsi ad accarezzarlo afferrandogli la mano. Scappò spaventato e corsi a riprenderlo. Non so se fu allora che capii che ognuno ha i suoi tempi. Io e lui ci avevamo messo dei mesi per collaborare. Il padre ci aveva messo anni a metabolizzare la diversità del figlio, crollando però al primo colloquio familiare per essere stato un cattivo genitore. La madre l’aveva sentito nella pancia e ci mise quattro mesi, gli ultimi per accettare che la sua vita sarebbe stata diversa, difficile, ma che l’amore di suo figlio l’avrebbe aiutata. Ci avevamo messo mesi, quelli in cui io ed Emanuele abbiamo affrontato con difficoltà le lezioni. Ci avevo messo meno di tre mesi, subito dopo aver fatto il bi-test, in cui risultò una grande probabilità di avere un figlio down. Io ero crollata prima del padre di Ema e il mio bambino non l’avevo mai stretto. Neppure io ero stata un bravo genitore e quell’abbraccio con Emanuele mi aveva fatto capire che avevo superato il mio tempo. Avevo metabolizzato, non avevo più paura di quella malattia. Fu il nostro primo abbraccio, quello che dai tra madre e figlio. Eravamo rinati entrambi.
– Emanuele, è ora di andare.
– Cinque minuti.
– Devo andare da Carlotta e tu hai tua madre che ti aspetta. Sono le sedici.
– Un attimo. Ho quasi fatto.
– Di far cosa?
– Di acchiappare le nuvole.
Tutti i ragazzi dell’istituto erano speciali, ma Emanuele era Emanuele: il mio Emanuele.
Non avevo certezza che sarei più rimasta incinta dopo quell’aborto, le probabilità erano poche, il dottore era stato diretto con me. Fu già un miracolo allora e io sprecai una di quelle possibilità. Avevo paura e ora pagavo il prezzo di non stringere un figlio mio. Avevo tanti figli qui, volevo bene a tutti; avevo Emanuele che mi ricordava di quanto sia bello amare incondizionatamente non per il fatto di avere lo stesso sangue. Ci sono genitori biologici che non lo sono all’atto pratico. E questo l’avevo capito sulla mia pelle. Sono una madre adottiva, non biologica, non mi era riuscito. Avevo fecondato, ma non l’avevo accettato. Forse ero più brava nell’accudire i figli degli altri. Una balia. Ma in fondo chi lo stabilisce qual è la madre migliore? I figli non devono nascere per forza da una pancia, ma dal cuore.
Ecco, un cuore. Quella nuvola sembrava un cuore.
– Lo vedi, Emanuele? Anch’io riesco a vedere qualcosa nelle nuvole.
L’avevo detto a voce alta mentre andavo al parcheggio. Speravo che qualcuno mi sentisse. Ero sola, come quel giorno in ospedale. Ivano non sapeva nulla della gravidanza. Allora lui lavorava lontano e aspettavo che tornasse per dirgli tutto. Siamo giovani, forse Dio mi perdonerà e mi darà un’altra possibilità come aveva fatto Ivano. C’era voluto del tempo, tanto tempo prima che Ivano mi perdonasse.
Mi sentivo meglio, era stata una giornata pesante per il mio cuore. La testa mi girava. Meglio infilare il casco e tornare a casa. Domani a Emanuele racconterò del cuore che avevo visto, per oggi basta stare sulle nuvole.

 

 

Pubblicato in: iniziative, racconto

Quando si dorme

Insieme raccontiamo 29

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Una nuova iniziativa per il 2018: fare blogging divertendosi e, perché no, costruendo una storia. La prima cosa che mi ha colpito mentre leggevo il blog di Patricia Moll è stato il suo “Insieme raccontiamo”. Qui potete leggere il post in questione.

https://hermioneat.blogspot.it/2018/01/insieme-raccontiamo-29.html

Quel “insieme” predispone al lavoro di gruppo, alla condivisione. E allora eccomi qui.

Per poter partecipare si deve scrivere un racconto dopo l’incipit messo da Patricia Moll nel suo blog. Chi vuole può continuare il gioco qui o sul blog Mirtilla’s house. Vi lascio l’incipit e l’immagine collegata da cui partire per il racconto.
Grazie a Patricia per lo spunto. Alla prossima! Buon proseguimento per chi vuole unirsi alla scrittura.


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Era sfinita. Stanchezza, stress, rompimento di scatole…non ne poteva piu. Aveva solo voglia di riposarsi e dimenticare tutto e tutti almeno per un po’.
Si gettò sul letto al buio e fu allora che…

si mise a piangere. Finalmente si sfogò con un pianto liberatorio. I bambini dormivano da un pezzo nella camera accanto e lei si sistemò nel suo letto dopo la fatica della giornata. Il piumone l’aveva avvolta coprendo quasi per intero il volto bagnato. Si asciugò le lacrime con il lenzuolo e, mentre singhiozzava ancora, con le mani esili si toccò il seno. Quel seno che aveva nutrito i suoi bambini, quel seno che aveva cullato l’uomo che dormiva accanto a lei durante le loro effusioni più intime. Quel pianto silenzioso era uno sfogo a metà: non voleva svegliare nessuno. Era sua premura non far stare male gli altri, lo aveva sempre fatto. Voleva prendersi cura della sua famiglia; anche ora che era lei ad aver bisogno di sostegno. S’appoggiò al letto per non cadere. Non chiese aiuto. Si tastò il seno di nuovo, quel nodulo era diventato grande e duro. Sospirò, nella speranza che fosse solo un brutto sogno, ma non stava dormendo e suoi occhi erano disperatamente aperti. Si alzò per andare a controllare se i bambini erano ancora svegli. Si dice che il sonno dei bambini rigenera i genitori. Anna si tranquilizzò e tornò nel letto. Dopo molte lacrime, s’addormentò esausta abbracciando suo marito che continuava il suo sonno, ignaro di tanta paura e dolore.

Pubblicato in: racconto

Suonano le campane per il morto

 

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Il rintocco delle campane sveglia Giovanni che si appoggia al bastone per non cadere. È la seconda volta che viene disturbato dal sonno. La moglie lo rimprovera sempre di non mettersi a dormire sulla sedia, ma di andare sul letto. Testardo e fedele al suo amico a quattro zampe, si sistema dopo pranzo sotto l’ulivo. La faccia è secca dai raggi del sole, che la pianta con poco fogliame non riesce a proteggere dall’esposizione. Il calore lo sopporta bene, lavorando per anni il piccolo orto subito sotto l’oliveto piantato dal bisnonno Ernesto. I piedi sono coperti dalla figura di Poldo, il cane maremmano che vive con loro. Un tempo faceva la guardia al gregge, ma ora sia lui che il suo padrone sono troppo anziani per allevare degli animali. Non può essere d’aiuto neanche Cecilia; le sue mani hanno l’artrite e non riesce a mungere e fare il formaggio. Venduto tutto al nipote dei Gavinu, nel 2007, si godono il riposo estivo. A fine settembre torneranno a Roma, vicino ai figli. Per il momento l’aria salutare di Poggio Cancelli li ristora e li fa tornare indietro di dieci anni prima, quando ancora erano attivi nei campi.

Si alza dalla sedia lentamente per non far male a Poldo e per non cadere. Le scarpe sono consumate e vuole finire di romperle prima di buttarle. Alla moglie dice rassicurandola che ne comprerà un paio quando saranno in città. Lei scuote la testa sicura che non lo farà prima che tutta la suola sia consumata. Per quel poco che si muove, lei non insiste oltre.

– Hai sentito le campane? Hanno suonato a “morto”.
– L’ho sentite. Mica sono sorda. Chi è morto?
– Non lo so. Non vorrei che…
– Sante?
– Ma no, è tornato a Roma da due giorni, me l’ha detto il postino.
– Hanno fatto bene, sta male e se deve morire, meglio che lo faccia a casa sua.
– Casa sua sta qua.
– Dai figli, Giovanni. Che noioso che sei.
– Siamo nati qui ed io qui voglio morire.
– Va bene, ma per ora sei vivo. Chi è morto, allora?
– Tu sai tutto, con quella lingua. Com’è? Non hai parlato oggi con la tua amica?
– Parlo con Rosalba quanto voglio.
– State sempre a chiacchierare… possibile che non sapete chi stava male?
– Non so niente. Mi faccio i fatti miei.
– E allora perché al paese vi chiamano “lingue lunghe”?
– Fatti gli affari tuoi.
– Io sì. Voi…
– Sei venuto tu a chiedere chi è morto.
– Perché tu sai tutto.
– Prima ancora che muore?
– Eh, soprattutto prima che uno muore.
– Come se non ho niente da fare.
– Ti dai da fare pure troppo, con la lingua.
– Che cafone!
– A chiacchierare, per altro nemmeno mi ricordo più.
– Sei un porco!
– Sei una pettegola!
– Nessuno è perfetto.
– Mi dai un bicchiere di vino?
– Ti fa male, poi muori.
– Almeno dopo hai tutto il tempo per parlare con Rosalba.
– Porco, antipatico, cinico e…
– E rompiscatole.
– Ecco. Non ti sopporto più. Sempre a fare battute.
– Sono di spirito. Me lo passi il vino?
– Eccolo. Bevi, poi non voglio sapere niente se…
– Ma chi mi ammazza? Se non ci sei riuscita tu in quasi cinquant’anni.
– Non si sa mai.
– Dopo ti mettono in prigione.
– Mi riposo.
– Dopo non puoi spettegolare con Rosalba.
– Ma perché ti sta antipatica?
– Sbagli. Mi sta simpatica. Almeno per un’ora sto tranquillo che non mi chiami.
– Ma chi ti chiama.
– Perché non chiami Rosalba? Lei lo sa di sicuro chi è morto.
– Sei tremendo!
– Chiamala.
– Va bene, aspettami qui.
– E chi si muove?

Giovanni sa che sua moglie è una donna sensibile. Anche se non sembra, Cecilia è un tipo riservato, l’unica con cui si lascia andare è Rosalba, l’amica d’infanzia a Poggio Cancelli. Il suo cinismo aiuta la moglie a star allegra, dopo tanti dolori che la vita non le ha risparmiato, come stavolta. Giovanni lo sa che è morta Rosalba, Poldo lo ha svegliato ore prima quando ha visto le macchine davanti casa di Rosalba. Sua moglie riposava nel letto e non ha visto il movimento a casa dell’amica. Giovanni è cinico per poi tornare tenero quando la moglie tornerà in lacrime e non avrà più voglia di parlare. Solo allora l’abbraccerà e le racconterà di quanto anche lui volesse bene a Rosalba.

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Leggere non è peccato – la vittoria

Leggere non è peccato, assolutamente no. È stato dimostrato attraverso questo contest: http://www.nadiabanaudi.it/2017/07/20/9755/
cui prende il nome e che quest’anno è stato organizzato da:
Nadia Banaudi (http://www.nadiabanaudi.it/)
Silvia Algerino (http://www.lettorecreativo.it/)
Roberta Dieci (https://www.robertadieci.com/blog).
Le ringrazio per aver indetto un contest frizzante che ha ispirato diversi racconti interessanti. Parlare di “contraddizioni femminili” per quel che mi riguarda, è stato stimolante al punto di aver trasmesso, o almeno lo spero, la stessa situazione contraddittoria che poniamo noi donne quotidianamente. Dobbiamo ammetterlo: siamo contraddittorie. Il mio racconto era incentrato sulla gelosia attraverso una donna che predica bene, ma razzola male. Afferma che nella coppia non ci si dovrebbe controllare e poi…è la prima a fiondarsi sul telefono del fidanzato quando squilla. Il tutto “condito” da elementi stuzzicanti. Non svelo oltre, vi invito, per chi non l’avesse ancora fatto, a leggere per intero il racconto vincitore di “Leggere non è peccato 2017” qui:
https://lavocedicalibano.wordpress.com/2017/09/01/unocchiata-al-cellulare/

Ringrazio chiunque mi abbia letto e votato.
Aspetto con curiosità i tre libri gentilmente messi in palio da Nadia Banaudi con ” Vita e riavvita”, Silvia Algerino con “Come fossimo già madri” e Roberta Dieci con “I sogni non fanno rumore”.
Eccoli:

libri

E ora mi godo la vittoria. Presto sfoglierò con mano i premi.
Prima passerò i libri al mio compagno di blog Calibano che ringrazio: senza di lui non ci sarebbe né questa, né altra di vittoria. Anzi no, prima li leggerò io i libri, anzi no, uno a te e due a me. No, tutti e tre. Uhm, no, spetta a me leggerli per prima.
Che contraddittoria!
Grazie Calibano di sopportarmi, ma noi donne siamo così:
dolcemente contraddittorie.

Leggete sempre e comunque.
Buona lettura a tutti.

 

Pubblicato in: racconto

Un’occhiata al cellulare

“Amore, squilla il telefono.” dico con un insolito falsetto.
Mi precipito dalla cucina fino in salotto per arrivare prima di lui, ma ecco che arriva con i capelli bagnati, l’asciugamano ancora in mano.
L’accappatoio lascia scoperti i suoi pettorali scolpiti. Lo vedo passare davanti a me che prende il telefono e si dirige in camera per parlare indisturbato. La cipolla sul tagliere subisce la mia rabbia, la spezzetto per bene, mentre ripenso a come è stato veloce nel rispondere.
“Tutto bene? Chi era?” gli chiedo fingendo indifferenza.
“Niente cara, era una chiamata di lavoro.” con quella voce bassa e pacata che mi manda fuori di testa.
Non ci credo. Il suo sorriso ancora stampato sulla faccia mi lascia perplessa. Quella fossetta sulla guancia sinistra mi preoccupa. Era troppo contento di parlare al telefono, ma con chi parlava? Mentre rimugino lui si avvicina e sento il suo profumo. Guardo la cipolla triturata. Decisamente è pronta per essere saltata in padella.
“Ti è arrivato un messaggio” mi sussurra porgendomi il cellulare.
“Adesso mi controlli anche il telefono?” quasi gli urlo scoppiettante e rossa in faccia, sembro la cipolla di Tropea che ha cominciato a soffriggere.
“Pensavo di farti un favore a portarti il telefono. Stai sempre lì a smanettare con il cellulare che…”
“Che? Cosa? Ma che dici? Non è vero. E poi non ci eravamo detti di non prendere e non sbirciare il telefono degli altri? “
“Valeria, te l’ho portato e non ho visto chi era. Hai pure il codice. Come faccio a leggere? Tu invece che ci facevi vicino al tavolo dov’era il mio? E strillavi come una gallina che il telefono squillava”
“Eri in doccia pensavo non sentissi. Comunque io non guardo il tuo telefono e non voglio che tu lo faccia. “
“Non ti guardo niente, non sono geloso, lo sai. E non ti scordare che tu hai messo il codice di sblocco, io no.”
“Che vuoi dire? Io non ho sbirciato nulla.” Adesso anche i cubetti di pancetta soffriggono è il momento della passata di pomodoro.
Sono gelosa, lo ammetto. Chi non lo sarebbe di Manuele? Li sento i commenti di quelle cornacchie al club quando gli prepara la scheda di allenamento. Innamorarmi dell’istruttore di fitness è stata la mia rovina e la mia fortuna allo stesso tempo. Sono dimagrita, sono tornata “la Valeria” di dieci anni fa. Se ne sono accorti tutti e i complimenti si sprecano, non solo in palestra. Single da due anni, dopo la storia con Michele ero ingrassata di quindici chili. Brutta. Tanto.
Le altre ragazze in palestra sbavavano per Manuele, io pensavo solo a dimagrire. Dopo un anno abbondante ci sono riuscita. Lui si dedicava più a me, ma in fondo le altre che bisogno avevano? La più in carne portava una 44. Il circolo delle “secche”. Aride, più che altro. Alcune hanno addirittura cambiato corso, appena saputo che io e Manuele ci eravamo messi insieme.
È un guaio stare con uno bello come lui. Ogni volta che lo vedo nudo penso che arriverà una ragazza più giovane e lo porterà via da me. Mi dico che dovrei star serena e non pensarci; in fondo dimostra ogni giorno di amarmi.
“Stasera vogliamo saltare la cena?” mi dice, mentre alle spalle mi cinge i fianchi con le mani
“No, perché?” rispondo quasi indispettita
“A forza di saltare in padella quegli spaghetti, saranno stracotti.”
“E allora non mangiarli!”
“Quando ti arrabbi, sei così carina che mi vien voglia…”
Con lui è cosi, alla fine i litigi finiscono per essere una scusa per fare sesso.
L’amatriciana è rimasta in cucina, la padella sui fornelli spenti. Noi accesi dalla nostra passione in camera da letto.
Mi piace quando dopo i nostri amplessi lui si addormenta, la testa appoggiata al mio seno, in quel momento è solo mio. Sarebbe tutto perfetto, se non fosse per quegli odiosi “bip” colonna sonora dei messaggi sul telefono. Non resisto, ne approfitto e do un’occhiata al cellulare. Era sua madre, per fortuna. Mi rilasso e penso che “occhio non vede e cuore non duole”. Prima di appoggiare il telefono, leggo Marisa in rubrica dopo mamma. Ed ora questa chi è?

Questo racconto partecipa al seguente contest

lett creativo

http://www.lettorecreativo.it/contest-contraddizioni-femminili/

 

Pubblicato in: racconto

Zapping e Zumba

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È già venerdì, la settimana sembra essere volata. Mi preparo per andare in palestra, non vorrei far tardi.
“Ciao Sandra, oggi non posso venire con te; ho la visita dal dentista. Mi dispiace.”
Il trillo del telefono poggiato sul tavolo in salotto non l’ho sentito. Mio figlio ha messo di nuovo il silenziatore al cellulare e solo ora ho letto il messaggio di Cinzia. Mi ero già vestita e preparata. Come ci vado ora in palestra? Se solo avessi la patente, ma io ho paura di guidare e non posso farmi quindici chilometri a piedi, altrimenti farei movimento prima ancora d’iniziare la lezione. Sono nervosa, ho fame, mi prende così quando c’è qualcosa che va storto. Vediamoci un po’ di televisione.

Niente, a quest’ora pare che non ci sia altro che oroscopi, cronaca nera, ricette di cucina, malattie devastanti su soggetti già provati e…nient’altro. Dieci minuti di zapping per sapere che non è la mia settimana propizia secondo le stelle, che hanno arrestato il marito della signora trovata morta, che la crema catalana non è come quella pasticcera e che sono fortunata ad essere in salute, un po’ in carne, ma sana. Per questo con Cinzia ci siamo iscritte insieme in palestra. Ci dobbiamo rimettere in forma per l’estate.

“E uno, e due, e uno e due. E ancora. Su, forza, tu che ci stai guardando, alzati e unisciti a noi.”
“Ma ce l’ha con me?”
“Sì, parlo con te. Riscaldati che iniziamo. Cominceremo con gli esercizi per mantenere in forma il girovita. Proprio così. Vi vedo. Dopo Natale i vostri addominali sono mosci. Ma ormai non avete scuse. Siamo a gennaio ed è ora di ricominciare.”
“ Ma io non lo so se…”
“Solleva le chiappe dalla sedia e inizia… muoviti!
E uno, e due…segui il ritmo, piede destro avanti, piede sinistro dietro e ancora su, e giù.”
Ho ancora il telecomando in mano, mentre eseguo i passi. È travolgente.
“Ah, ma allora ci sai fare. Vai a zumba?”
“Beh, sì…due volte a settimana con Cinzia”
“E allora vai…vai…Muovi i fianchi così, non fermarti. Vedrai come ti sentirai meglio.”
“In effetti, mi sento più sciolta”
“Non parlare. E uno, e due…”
“Oh, che ritmo. Un attimo che bevo.”
“No, non fermarti ora, perderai il ritmo.”
“Ma io ho sete.”
“Dai su, poi ti darò una pausa.”
“Ma ce l’ha con me?”
“Mamma , ma che fai, parli da sola?”
“Come?”
Mi giro con la testa, ma continuo coi movimenti e ancora il telecomando in mano come fosse un manubrio in palestra.
Mia figlia ha un tempismo nel beccarmi sempre sul più bello. Meglio sorridere e far finta di niente, non vorrei che pensasse davvero che parlavo con la signora della televisione.
“Ma no, tesoro. Cantavo la canzone, non senti? Un, dos,tres…viva la vida loca.
Dai viene anche tu a fare zumba.”
“La prossima volta, mamma. Devo tornare di nuovo all’università, avevo lasciato il libro in camera. Ciao, mamma. Ci vediamo alle sette.”
“A dopo, allora. Ciao.”
Per tutto il tempo non mi sono fermata, per non perdere il ritmo. Fine della lezione. Appoggio il telecomando, non vorrei girarci il sugo.