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Zapping e Zumba

È già venerdì, la settimana sembra essere volata. Mi preparo per andare in palestra, non vorrei far tardi.
“Ciao Sandra, oggi non posso venire con te; ho la visita dal dentista. Mi dispiace.”
Il trillo del telefono poggiato sul tavolo in salotto non l’ho sentito. Mio figlio ha messo di nuovo il silenziatore al cellulare e solo ora ho letto il messaggio di Cinzia. Mi ero già vestita e preparata. Come ci vado ora in palestra? Se solo avessi la patente, ma io ho paura di guidare e non posso farmi quindici chilometri a piedi, altrimenti farei movimento prima ancora d’iniziare la lezione. Sono nervosa, ho fame, mi prende così quando c’è qualcosa che va storto. Vediamoci un po’ di televisione.

Niente, a quest’ora pare che non ci sia altro che oroscopi, cronaca nera, ricette di cucina, malattie devastanti su soggetti già provati e…nient’altro. Dieci minuti di zapping per sapere che non è la mia settimana propizia secondo le stelle, che hanno arrestato il marito della signora trovata morta, che la crema catalana non è come quella pasticcera e che sono fortunata ad essere in salute, un po’ in carne, ma sana. Per questo con Cinzia ci siamo iscritte insieme in palestra. Ci dobbiamo rimettere in forma per l’estate.

“E uno, e due, e uno e due. E ancora. Su, forza, tu che ci stai guardando, alzati e unisciti a noi.”
“Ma ce l’ha con me?”
“Sì, parlo con te. Riscaldati che iniziamo. Cominceremo con gli esercizi per mantenere in forma il girovita. Proprio così. Vi vedo. Dopo Natale i vostri addominali sono mosci. Ma ormai non avete scuse. Siamo a gennaio ed è ora di ricominciare.”
“ Ma io non lo so se…”
“Solleva le chiappe dalla sedia e inizia… muoviti!
E uno, e due…segui il ritmo, piede destro avanti, piede sinistro dietro e ancora su, e giù.”
Ho ancora il telecomando in mano, mentre eseguo i passi. È travolgente.
“Ah, ma allora ci sai fare. Vai a zumba?”
“Beh, sì…due volte a settimana con Cinzia”
“E allora vai…vai…Muovi i fianchi così, non fermarti. Vedrai come ti sentirai meglio.”
“In effetti, mi sento più sciolta”
“Non parlare. E uno, e due…”
“Oh, che ritmo. Un attimo che bevo.”
“No, non fermarti ora, perderai il ritmo.”
“Ma io ho sete.”
“Dai su, poi ti darò una pausa.”
“Ma ce l’ha con me?”
“Mamma , ma che fai, parli da sola?”
“Come?”
Mi giro con la testa, ma continuo coi movimenti e ancora il telecomando in mano come fosse un manubrio in palestra.
Mia figlia ha un tempismo nel beccarmi sempre sul più bello. Meglio sorridere e far finta di niente, non vorrei che pensasse davvero che parlavo con la signora della televisione.
“Ma no, tesoro. Cantavo la canzone, non senti? Un, dos,tres…viva la vida loca.
Dai viene anche tu a fare zumba.”
“La prossima volta, mamma. Devo tornare di nuovo all’università, avevo lasciato il libro in camera. Ciao, mamma. Ci vediamo alle sette.”
“A dopo, allora. Ciao.”
Per tutto il tempo non mi sono fermata, per non perdere il ritmo. Fine della lezione. Appoggio il telecomando, non vorrei girarci il sugo.

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La sposa bambina

Ti guardi da un tempo indefinito allo specchio e non ti riconosci. Vedi una figura più grande dei tuoi sedici anni. Forse il trucco appena accennato sul viso acerbo o la tua chioma sistemata in ciocche piene di brillantini e boccoli ai lati degli zigomi, ti induce a non credere che quell’immagine riflessa sia tu.

Quel merletto bianco ti cinge il corpo più florido, ti copri la pancia col bouquet di violette; i tuoi fiori preferiti. Sistemi il velo che ha ricamato tua nonna quando si sposò tua madre: il pianto ti riga una guancia e ti sporca la punta del colletto bianco.

Un bianco verginale che hai disonorato. Un peccato mortale ti ha avvolto marchiando una vita decisa da altri. Vesti l’uniforme di donna e non conosci neppure cosa sia esserlo. Ti senti grande in un corpo minuto. Ed eccoti avvicinare tua madre a pulirti il lembo sporco e il viso umido. Non ti lasciano sola per troppo tempo, non ti è concesso pensare. Giusto un momento mentre di là è tutto allestito. Un matrimonio in grande stile. Tanti addobbi quanti sono i parenti. Tanto dolore quanto il peso che porti e che un bouquet non può coprire. Abbassi la mano per non farlo vedere: le dita accompagnano la curva vicino all’ombelico. Una curva che crescerà.

Torna alla mente la mano di Salvo che ti toccò la prima volta. La paura di non saper amare, il cuore che batteva forte, la volontà che non finisse mai quel momento. Il cestino del pranzo giaceva più in là, la tovaglietta snodata e nulla che fosse stato assaggiato. La campagna silenziosa era rispettosa, ti cullava nel suo manto giallo del grano appena falciato. Non hai udito le grida di chi ti cercava, solo l’amore per quel ragazzo ti importava. Il campo non ti vide tornare mai più. Ti chiusero in casa per il disonore nei giorni a venire. Ancora mezza nuda ti raccolse tuo padre da terra. Ti sei rivestita con lacrime, stracci e fieno attaccato per la fretta di togliere quel peccato.

Le promesse di fuggire insieme caddero l’istante che ti sei girata verso di lui, fissa ai suoi occhi rassegnati. Il tempo ti farà amare l’uomo che stai per sposare. Lo credi possibile non fosse altro per tutte le volte che tua madre te l’ha detto. Un uomo che prende una donna con un figlio non suo, è senz’altro da amare e onorare. Ti ripeti nella testa. Ti siedi dopo aver ricevuto i parenti, tanti, troppi, inutili. Non ti piace il vestito; il merletto non cade dritto. Tua madre non portava un bambino nel suo grembo, tu indossi un abito e un peccato: il frutto dell’aver amato.

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Il libro del nonno

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Il libro del nonno

“Mamma, devo inscatolare anche i libri antichi di nonno?”
“Sì, tesoro, lo sai che voglio conservarli.”
Con tanta pazienza, spostavo la polvere con la mia mano, gli strofinacci erano già stati usati tutti.
La carta da giornale stava quasi finendo, gli oggetti più delicati erano imballati con cura.
Con i libri pensavo che bastava solo dargli una scrollata.
Cominciavo a diventare asmatica, l’aria era diventata pesante; la finestra spalancata fungeva da bombola d’ossigeno tra i cimeli di nonno Augusto.
Filtrava un triangolo di luce da cui si alzavano le particelle di polvere.
“Mara, io devo andare. Che ne dici se torniamo nel tardo pomeriggio per sistemare le ultime cose?”
“Preferirei restare e terminare coi libri. Ormai sono impolverata e stasera sono a cena da Luca.
Se torno dopo, non farò in tempo a prepararmi. Vorrei finire prima possibile.”
“Va bene, tesoro.”
“Grazie mamma. Non ti dispiace vero se non ti faccio compagnia stasera?”
“Vai, tranquilla. Chiudi tutto e spengi il contatore della corrente prima di andartene. Ci sentiamo domani.”
Provavo tenerezza per la mamma. Il suo sorriso rassicurante mi dava sostegno e io mi sentivo in colpa ora che anche nonno ci aveva lasciati. Era una donna forte, non faceva mai trapelare il suo dolore.
Già mi stavo pentendo di non passare da lei spesso, ma lei non me lo faceva pesare.

Il telefono non dava segnale, avevo deciso che Luca poteva aspettare, mia mamma aveva bisogno di me.
Era inutile mettermi vicino la finestra, fuori casa, il telefono in campagna non prendeva.
Mi ero seduta sullo scalino della villetta. La porta aveva bisogno di una verniciata, le piante ormai secche, avevano un aspetto inquietante, in linea con il posto.
Ero sempre impaurita da questo luogo, non me lo ricordavo così solitario.
Da piccoli, giocavamo con gli altri cugini in giardino e non potevamo stare nelle stanze ai piani superiori.
Dopo l’ennesimo tentativo di fare una chiamata, avevo gettato la cenere della sigaretta nei vasi; un omicidio dolce per delle piante terminali.

Pensavo che prima mi sbrigavo con l’inscatolamento, prima potevo fare una sorpresa alla mamma e chiamare il mio ragazzo per vederci un’altra volta.
Ora capivo quando mia nonna si lamentava dei tanti libri.
Finora erano stati infilati nelle scatole cinquantasette, ma mancavano i ripiani più alti.
Come un gatto mi arrampicavo sulla scaletta color ruggine di cui dubitavo reggesse il mio peso.
Tre libri mi erano caduti in testa, uno era rimasto sulla libreria, gli altri si tuffavano a terra in un ritmo sincopato.
Testarda, mi ero aggrappata all’appoggio della scala che mi rigava le mani di ruggine; salire un gradino era un’impresa per chi temeva il vuoto, ma quell’ultimo libro doveva stare nelle scatole con gli altri. Non volevo disubbidire a mia madre. Preso: il libro era tra la mia mano destra, la sinistra era diventata bordeaux a forza di stringere la scala.
Aperto gli occhi dopo l’ultimo scalino, mi ero stupita di aver salvato un libro che cercavo da tempo.
Una coincidenza che mi inquietava; trovarlo ora che ne avevo bisogno per terminare la tesi.
“L’educazione sentimentale” di Flaubert.
Con un foglio di giornale toglievo il primo velo di polvere, lo pulivo e lo guardavo con attenzione, sembrava un libro più recente rispetto agli altri del nonno.
Con la felpa che avevo allacciato ai fianchi terminavo la pulitura del volume, avrei rovinato la copertina con le mie mani.
Aprivo la prima pagina con una delicatezza chirurgica, mi batteva il cuore in modo accelerato; stavo trasgredendo all’ordine dei miei cari che mi avevano inculcato un certo rigore verso l’intimità delle cose altrui.
Mi spronava la curiosità di leggere un libro che mi serviva e un certo senso di infrangere le regole.
Era un libro, non era un diario personale, non avrei neppure dovuto provare il senso di violazione.
Girate le prime due pagine, mi ripetevo ad alta voce più volte la dedica:
“Questo libro è un po’ a scatola chiusa, non l’ho letto, ma me ne hanno parlato bene.
E poi d’ora in poi, volente o nolente, riceverai spesso libri di autori francesi.
Impara ad apprezzarli. Ti auguro che ti aiuteranno negli studi. Ogni volta che tornerai a casa, ti aspetterò a braccia aperte. Portalo con te a ogni esame universitario. Ti amo, figlia mia.
Con affetto.
Papà.”

Ero in macchina con la musica che mi teneva compagnia. Piangevo e mi asciugavo col braccio.
Il libro dondolava per le buche che prendevo. Mi sbrigavo per arrivare in fretta.
“Mara, sei ritornata ?” senza girarsi da dietro la cucina.
“Mamma, ti ho portato un tuo libro.”
Sì avvicinava verso di me con i suoi occhi neri che schizzavano fuori. Il mestolo di legno a una mano lo impugnava quasi a reggersi. Tremava il labbro superiore e la fronte si aggrottava, era pronta a esplodere dopo tanto trattenersi.
Mi aveva bagnato la guancia e la spalla con le sue lacrime che non smettevano più.
Il suo petto attaccato al mio pulsava forte e mi scuoteva in un movimento verso di me.
Il libro era tra le mie e le sue mani, non osavo lasciarlo; avevo paura di farlo cadere e non volevo interrompere lo sfogo di mia madre.

By Tiziana B.