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Downtown

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“Downtown, downtown”.
Avete mai giocato da bambini a far finta di parlare inglese? Io ci passavo un sacco di tempo. Così mi ripetevo quella parola che mi faceva troppo ridere.
“Downtown, downtown”.
Sembrava quasi uno scampanellio. Quello degli alberghi, nella hall, quando cerchi il portiere per avere le chiavi.
Ero in Canada per le vacanze, due settimane di soggiorno a Toronto per imparare l’inglese. Una vacanza studio, perché i miei genitori ci tenevano tanto a questa storia dell’inglese. Io avevo accettato. Due settimane all’estero da solo, quando hai sedici anni, non ti sembra vero. Nessun genitore che ti controlla, estrema libertà, massima pacchia, così pensavo.
– Vacanze Studio in Famiglia. Per vivere dall’interno l’esperienza quotidiana del paese che si sta visitando, con le sue abitudini, tradizioni e cultura, in famiglie giovani, simpatiche, ospitali e assolutamente affidabili per la loro serietà e moralità 
Così recitava la brochure. Avevo scelto il Canada per una certa idea di natura selvaggia che associavo a quel paese.
Dividevo la mia stanza con un ragazzo greco. Il suo nome era Eric. Alto biondo, non avresti mai detto che veniva da Corinto e neanche io ci ho creduto, fino al giorno in cui mi ha fatto vedere il passaporto. Eric Anastasopoulos era un tipo strano, per lo meno per quelle che erano le mie abitudini. Venivo da un quartiere periferico di Roma e non avevo conosciuto nessuno che facesse meditazione. Eric tutte le sere stendeva il suo tappetino blu, incrociava le gambe ed emetteva dei suoni gutturali. I suoi occhi fissavano un punto verso l’infinito, ma davanti aveva un divano, ricoperto di un stoffaccia rossa e lisa e sopra il divano un quadro raffigurante dei pescatori che al tramonto gettavano le loro reti. Dalla finestra, la luce gialla di un lampione dava un chiarore tremolante alla stanza,  pareva respirasse insieme ad Eric. Io ero in soggiorno che sbirciavo e dentro di me ridevo. Mi sembrava così buffa quella scena. Una volta avevo provato a dirglielo: “Dai Eric, smettila con ‘sta pagliacciata, andiamo a fare un giro”. Ma lui neanche mi aveva risposto.
La famiglia che ci ospitava si chiamava De Carlo. Era di origini italiane, abruzzesi per la precisione. Lei aveva più di cinquant’anni, ma possedeva lo sprint di una ventenne, ci teneva alla linea e andava in palestra tre volte alla settimana. Si poteva definire una bella donna, se non fosse stato per la pelle abbronzata, ma avvizzita, e le rughe che le segnavano il viso. Lui invece aveva la classica pancia gonfia da bevitore di birra; era perennemente a dieta, ma di nascosto si abbuffava di gelato.
Quel giorno mi trastullavo con il mio mantra infantile e sorseggiavo in cucina un bicchiere di Ginger-ale, aspettando Eric. Ero pronto per la serata con il gruppo del corso d’inglese. Il programma prevedeva una visita al centro della città: “downtown” appunto. Un passaggio rapido all’Air Canada Centre, con eventuale shopping delle magliette o altra paccottiglia dei Raptors, la squadra di Basket; infine salita alla CN Tower con cena a 360 metri di altezza. Da lì, nel ristorante che gira intorno all’asse della torre, si poteva avere una visuale di tutta la città, con la particolarità del pavimento di vetro che ti dava la sensazione di essere sospeso sopra lo Sky Dome.
Ci passarono a prendere intorno alle 17.00 con un pulmino, arrivammo dalle parti di Yonge Street e da li proseguimmo a piedi. Mentre camminavano lungo il viale, fui attratto da una serie di case basse e rosse, tanti villini a schiera con mattoni a vista. La nostra guida mi disse che erano vecchi alloggi universitari dei primi del novecento. I grattacieli in lontananza davano un certo non so che di misterioso e antico a queste case. Affacciata a una finestra c’era una cicciona di colore, che innaffiava il suo micro giardino. Eric iniziò a fare dei gesti con le braccia per attirare la sua attenzione, poi le chiese se la pianta che si vedeva al di là del muretto di recinzione fosse una Camellia sinensis. “Yea! Do you know it?” Rispose la cicciona sorridendo.
“Yea” confermò Eric.
La cicciona fece segno a Eric di entrare e lui lo fece a me. Così, senza che il capo-gruppo se ne accorgesse, ci staccammo dal resto della comitiva, per entrare in casa della cicciona.
Lei parlava e sorrideva, ma tralasciando le quattro parole d’inglese che conoscevo, non riuscivo a capire cosa dicesse. Invece Eric sembrava completamento a suo agio in casa di una sconosciuta. Si comprendevano a meraviglia. La cicciona ci fece segno di sedere e mise sul fuoco una teiera. Ogni frase che diceva era accompagnata da “Yea” e terminava in una risata. Avevo intuito che parlavano di erbe medicinali, per via di alcuni nomi noti anche a me. Nella sua cucina c’era un frigorifero e un fornello che formavano un unico mobile incastrato tra il lavandino e la parete. Lei faceva fatica a muoversi, si girò su se stessa, si chinò e da un cassetto tirò fuori una scatola di latta, di quelle per i biscotti. All’interno c’erano dei sacchetti di juta pieni di una specie di polvere color verde-marrone. Probabilmente dell’erba secca sbriciolata. Intanto la teiera aveva iniziato a fischiare. La cicciona prese un cucchiaio e versò la polvere contenuta nei sacchetti in una tazza, dove poi versò anche l’acqua della teiera. La tazza emanava un forte odore di agrumi, di mandarino forse. Ci invitò a bere, porgendoci la tazza sempre sorridendo. Io chiesi timidamente “Can I ‘ve sugar please?” Sia la cicciona che Eric risero. Pensai che era una conseguenza del mio pessimo inglese, ma lei mi rispose “No”.
Così disse. Semplicemente – No – senza essere contrariata, lo pronunciò dolcemente ma in maniera perentoria. Allora Eric mi spiegò che era tè verde, proveniente direttamente dal Giappone.
“Ah!” feci io, ma solo per darmi un contegno, come se avessi capito il collegamento Giappone – zucchero – tè
Poi la cicciona mi chiese conferma del fatto che ero italiano ed io risposi “Yes”. “Ah!” fece stavolta la cicciona. Quindi doveva esserci un rapporto tra l’Italia, il Giappone, lo zucchero e il tè che in quel momento proprio non riuscivo a comprendere.
Comunque, anche se rimasi un po’ malfidente bevvi quella specie di tisana, copiando Eric e la cicciona. Tenevano la tazza con tutte due le mani, avvicinavano lentamente la tazza alle labbra, soffiavano e poi un sorso alla volta bevevano.
Anche io bevvi, ma non successe niente, solo mi sembrò un po’ amaro.
La cicciona, che poi venni a sapere si chiamasse Mrs. Webster, offrì uno dei sacchetti che stavano nella scatola di latta ad Eric. Mentre a me, che all’epoca ero magrolino, regalò dei biscotti fatti in casa, ripieni di pezzetti di cioccolata, di un buono che non scorderò mai. Quando me li consegnò, al momento del congedo, mi abbracciò e mi disse nella sua lingua – Presto imparerai, perchè hai fame di conoscenza –
“Che cosa imparerò?” le chiesi, ma lei sorrise. Pensai non avesse capito perchè avevo parlato in italiano. Ma senza che aggiungessi neanche una parola Eric si girò verso di me e con naturalezza mi spiegò che era una sensitiva e sicuramente aveva avuto una visione.
Provai allora a chiederle di nuovo (stavolta utilizzando il mio inglese scolastico) se la frase era corretta e cosa intendesse lei per imparare.
-Trovare il centro, la via che conduce al centro –
Anche questo disse in inglese, senza una particolare espressione del volto, sempre sorridendo.
Ci abbracciò di nuovo mentre ci accompagnava alla porta.
Eric mi disse che nel sacchetto c’era un estratto di genziana per i De Carlo, avrebbe aiutato lui ad eliminare la pancia gonfia.
Poi successe una cosa strana, Eric inizio a tossire, si lamentava di un dolore al braccio, d’un tratto il colorito della sua pelle divenne pallidissimo, disse che si sentiva mancare e si accasciò sul marciapiede.
Non so come mi è venuto, ero veramente poco più di un bambino, mi ricordo che il palazzo di fronte era in costruzione, travi di legno e operai che lavoravano, ma non chiamai nessuno, almeno all’inizio. Provai a fare un massaggio cardiaco ad Eric. Vicino a noi era parcheggiata una moto italiana, una Guzzi California. Il proprietario era un medico e arrivò proprio nel momento più giusto. Mi chiese cosa stava succedendo, io risposi in italiano: “Sta male, non lo so, mi è svenuto davanti”. Lo dicevo affannato e con le lacrime agli occhi, mentre rimanevo chino sopra di lui, nel disperato tentativo di rianimarlo. Il medico con fare brusco mi spinse via ed iniziò a praticare correttamente il massaggio cardiaco. Poi dalla giacca tirò fuori un telefono e mi disse “Guaglio’ chiamma ‘o 911”, Così feci e in poco tempo arrivò un’ambulanza che portò Via Eric.

Così mi ritrovai solo e spaventato e dovevo in qualche modo arrivare alla CN Tower, Downtown di Toronto, per ricongiungermi con il mio gruppo e comunicare anche l’accaduto.
Ripensai alle parole di Mrs. Webster e quasi mi venne da ridere – Imparare a trovare la via che conduce al centro – non era stata una profezia per il futuro.

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Essere Padre: ovvero il passetto

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Oggi ho giocato a biliardino con le mie figlie e ho pianto.
Eravamo in Oratorio e la più grande, che ha undici anni, mi ha tirato per un braccio e mi ha detto: “Papà, papà! Vieni a giocare a biliardino?”. Subito ci è venuta dietro  la mezzana, che di anni ne ha solo nove; e quando ci ha visto giocare anche la più piccola (solo sei anni) si è unita a noi, ma considerata la sua altezza (si fa per dire) poteva soltanto rimettere la pallina in campo.
Il mio cuore si è riempito di orgoglio, non mi sembrava vero che mi volessero coinvolgere e avessero piacere di giocare con me, nonostante la mia scontrosità, il mio essere burbero, la mia lontananza dai loro vissuti. Io, un padre troppo occupato per loro, preso dai miei impegni e problemi lavorativi.
Naturalmente ho vinto, le ho stracciate, anche se giocavo al rallentatore. Ma quella mano, che mi ha tirato il braccio e mi ha trascinato a giocare, mi ha dato più felicità di mille vittorie. Ma soprattutto, mai avrei creduto che una partita a calcio-balilla sarebbe stata in grado di ricordarmi che sono padre.
Che significa essere padre?
Un giorno la tua compagna, tua moglie, la tua fidanzata oppure la tua amante, comunque generalmente una donna (almeno per adesso), con il viso più o meno sorridente ti dice: “Sono incinta”. Da quel momento sei padre, ma forse non te ne accorgi finché non arriva l’esperienza magica del parto. Dove, tra le voci del personale medico che cercano di tranquillizzarti e la mano di lei che ti stritola il braccio (mentre urla versi disumani), vedi spuntare da quella fessura (si proprio quella, “la fessura” per cui bramavi tanto),  fare capolino la sua testolina. Ancora qualche spinta, le ultime grida e “lei” viene fuori. Il dottore la piazza tra le tue mani e tu controlli che abbia proprio tutto: due braccia, due gambe e dopo averle contato anche le dita dici: “Uaoo! Questa è mia figlia, è bellissima!”.
L’euforia finisce in fretta, alla prima notte con le colichette di fronte ai suoi pianti disperati. Quando poi ti accorgi che “lei” (la tua bellissima figlia) è un po’ imbranata, ha scarse capacità atletiche e a nove anni non sa ancora andare in bici, ti convinci che non è figlia tua, anche se ufficialmente sei il padre.
Quali sono i compiti di un padre?
Ci sono sicuramente una marea di libri che ti spiegano come essere un buon padre (tutti di psicologi o pedagoghi americani, al massimo svedesi o olandesi, mai visto un libro di un pedagogo cinese o arabo). Questi libri sono generalmente comprati da tutti  i neo-genitori, ma secondo me nessun papà li legge. Non hai tempo; e poi francamente, per quel che mi riguarda, l’unico momento dedicato alla lettura è quando vado in bagno, dove ho la mia collezione di Tex che mi aspetta.
Anche io ho avuto un padre, anzi a dir la verità ce l’ho ancora. Ci ho pensato, quando in Oratorio giocavo al biliardino con le mie figlie. Mi sono ricordato che non ho mai giocato a calcio-ballila con mio padre e non mi venivano alla memoria giornate passate a scherzare e giocare con lui. L’unica cosa che mi tornava in mente era la frase che mi diceva quando era intento a fare qualche lavoretto domestico: “Ruba con gli occhi”, questo mi diceva. Io potevo solo guardare, essendo imbranato e incapace non mi era concesso di “fare”, ma potevo imparare osservando.
Così quando mia figlia mi ha chiesto: “Ma Papà come si fa a fare quel movimento lì?” l’ho guardata; ho rifatto il passaggio della pallina da un ometto all’altro della stessa asta calciando in rete e le ho risposto: “Questo? Il passetto”.
Mi sono detto che forse essere un buon padre significa semplicemente insegnare a fare il “passetto” alle proprie figlie e mi è scappata una lacrimuccia.

 

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Storia di una Gabbianella e del Gatto che le insegnò a Volare

Storia di una Gabbianella e del Gatto che le insegnò a Volare
di Luis Sepùlveda

zorba1- – Parola d’onore –

Questa espressione mi fa venire in mente i mafiosi: l’onorata società, almeno così veniva chiamata nei tempi A.R. (avanti Riina). Adesso forse “mantenere la parola data” è rimasta una caratteristica appannaggio solo dei Boy scout.

Zorba non è un mafioso e neanche un boy scout, eppure proprio da una sua promessa, anzi da tre, nasce questa storia:

…“ Promettimi che non mangerai l’uovo”

Stridette aprendo gli occhi

Prometto che non mi mangerò l’uovo”

ripetè Zorba.

Promettimi che ne avrai cura finchè non sarà nato il piccolo” stridette sollevando il capo.

Prometto che avrò cura dell’uovo finchè non sarà nato il piccolo”.

E promettimi che gli insegnerai a volare”…

Zorba per chi non lo sapesse è un gatto nero (a parte una piccola macchia bianca sulla gola) grande e grosso che vive a Amburgo nella zona del porto, dove è nato e dove stava per morire, nelle fauci di un pellicano, se non fosse intervenuto un bambino a salvarlo.

I gatti, si sa, non volano, ma Zorba ha promesso a Kengah, (una gabbiana dalle piume color argento) che avrebbe insegnato a volare al piccolo. Lo ha promesso mentre la gabbiana, stremata dal volo e ricoperta della peste nera (il petrolio rovesciato in mare), sente che la fine si avvicina e decide di deporre un uovo.

Il Porto è forse l’emblema di tutte le periferie, un “postaccio” abitato da gente malfamata, dove il degrado la fa da padrone, dove devi imparare velocemente le regole del gioco, (pena la sopravvivenza), dove il pericolo è sempre in agguato. Proprio nel porto Sepùlveda ambienta questa storia perché: …La parola d’onore di un gatto del porto impegna tutti i gatti del porto…

Tutta la comunità dei gatti: Colonello, Segretario, Diderot e Sopravento, si unisce per aiutare Zorba a mantenere le promesse. Si chiamano “compagni” tra di loro, ma non si avverte un richiamo ad un ideologia politica. Tuttavia è chiarissimo il pensiero dello scrittore Cileno, che riesce con questo breve racconto a darci anche una “piccola lezione” sullo straniero, sul diverso: ”… Ti vogliamo tutti bene, Fortunata. E ti vogliamo bene perchè sei una gabbiana, una bella gabbiana. Non ti abbiamo contraddetto quando ti abbiamo sentito stridere che eri un gatto, perchè ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa […] Ti abbiamo dato tutto il nostro affetto senza alcuna intenzione di fare di te un gatto […] abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio: abbiamo imparato ad apprezzare, a rispettare e ad amare un essere diverso…”

I gatti, pur di aiutare Fortunata, infrangono un Tabù, quello di miagolare l’idioma degli umani. Non riescono ad insegnare a volare alla piccola gabbiana ed hanno bisogno dell’aiuto degli umani. Ecco che Sepùlveda non ha perso tutte le speranze nell’uomo e nella sua capacità di immaginazione. Grazie ad essa si può vedere oltre la miseria, oltre la sconfitta, oltre l’apparenza, e forse si può aiutare un gatto ad insegnare a volare a una gabbianella. Perchè solo il poeta potrà svelare a Zorba come nei gabbiani

Il loro piccolo cuore

– lo stesso degli equilibristi –

per nulla sospira tanto

come per quella pioggia sciocca

che quasi sempre porta il vento

che quasi sempre porta il sole

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Il “lamento di Portnoy”

portnoy

Atti di esibizionismo, voyuerismo, feticismo, autoerotismo e coito orale sono assai frequenti; come conseguenza della – moralità – del paziente, tuttavia, né le fantasie né le azioni si traducono in autentica gratificazione sessuale, ma piuttosto in un soverchiante senso di colpa unito a timore di espiazione, soprattutto nella fantasmatica della castrazione

Il preambolo di O. Spielvogel, fantomatico psicoanalista di Alexander Portnoy, ci fa subito capire dove Roth andrà a parare, anche perchè, (a parere dello stimatissimo Spielvogel), gran parte di questi sintomi vanno ricercati nei legami formatisi nel rapporto madre figlio.
Proprio da questo parte Roth: da quel personaggio indimenticabile che è nostra madre.
Il “lamento di Portnoy” è un lungo monologo del protagonista durante una seduta di terapia, niente di pedante o tecnico. Il tutto viene raccontato in maniera dissacrante e cinica, alla Roth, nel tipico stile della comicità ebreo-americana: avete presente Groucho Marx o Woody Allen. Ecco l’accostamento con Allen non è casuale, anzi, più di qualcuno maligna che Woody abbia scopiazzato da Roth molte idee per la realizzazione dei suoi film.
Proseguendo con la lettura si conosce meglio questo “disturbo” di Portnoy; questa sua tensione sessuale, spesso di natura perversa, in contrasto con gli impulsi etici ed altruistici della cultura e tradizione ebraica, su cui Roth ironizza, ma dalla quale non riesce a separarsi.
Secondo Roth è la stessa tradizione ebraica, che come una grande mamma, lo controlla mentre cerca di “vivere” l’America.
Come un filo rosso, questo confronto tra lo stile di vita americano e la cultura Yiddish percorre tutto il libro.
E’ paradossale come viene affrontata la questione antisemita; soprattutto se si pensa che il romanzo è ambientato intorno agli anni quaranta/cinquanta, gli anni della seconda guerra mondiale, della Shoah. Roth ci descrive il modo di pensare degli ebrei, che considerano una minaccia la completa integrazione con i “goyische” (i non ebrei), in una sorta di “razzismo” o antisemitismo alla rovescia.

Emblematico è il seguente passaggio:

… per essere solidali e comprensivi e piantarla di trattare la donna delle pulizie come se fosse una bestia da soma, come se non provasse la stessa aspirazione alla dignità del resto della gente! E ciò vale anche per i goyim! Non tutti abbiamo avuto la fortuna di nascere ebrei, capisci. E allora un pizzico di comprensione per i meno fortunati, ok? Perchè ne ho piene le tasche di goyische qui e goyische là! Se è cattivo è goyim, se è buono è ebreo! Non vi accorgete, cari genitori da cui lombi sono stato generato, che un tale modo di pensare è una barbara idiozia? Che state solo tradendo le vostre paure? La primissima distinzione che ho appreso da voi, ne sono certo, non è stata giorno o notte o caldo e freddo, ma goyische e ebreo!…

Ecco la paura del diverso, che è alla base di tutti i razzismi: la “xenofobia”.

Portnoy si ritrova, dicevamo, con una madre iper-controllante. Sembrava quasi che parlasse della mia (per capire cosa avevo in mente o cosa stavo combinando era capace di controllare la spazzatura, come il più esperto degli investigatori). Ma è impressionante come questi genitori Yiddish di Portnoy siano simili allo stereotipo di quelli italiani: sempre preoccupati di come e quanto il figlio mangi, che si sposi e abbia figli. Identico è il sistema con quale agiscono per ottenere l’amore del proprio figlio (il senso di colpa). Quanti non hanno ricevuto un rimprovero dalla madre (o dal padre) perchè non si fanno sentire per telefono? A me ed a Portnoy è successo.
Ma c’è una frase della madre di Portnoy che più di ogni altra mi ha colpito. Una frase che mia madre mi ha ripetuto non so quante volte:

…Guarda un giorno sarai genitore anche tu, e allora ti accorgerai di cosa vuol dire. E allora forse la smetterai di prendere in giro la tua famiglia.

Insomma un testo che qualcuno potrebbe definire scurrile, ma sicuramente divertente e mai banale. Roth ci fa riflettere sui mali della nostra società attraverso la patologia di Portnoy, che in questo modo si descrive:

“… Forse è tutto ciò che sono realmente: un leccatore di figa, una bocca schiava del buco femminile. Lecca! E così sia! Forse la soluzione più saggia per me è vivere a quattro zampe! Strisciare attraverso la vita ingozzandomi di passera, lasciando che a raddrizzare i torti e a fare i padri di famiglia siano le creature erette!…”.

Non c’è soluzione alle contraddizioni del protagonista, che pur avendo un QI di 158, un lavoro di responsabilità ben remunerato e gratificante, vive per setacciare figa.
Se il linguaggio “diretto” e le problematiche relative al sesso non vi infastidiscono, dovrebbe essere un “Must”.

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Let’s dance

– Allora ce lo prendiamo un caffè?
– Ma sì va! Che stanotte non ho dormito per niente.
– Che è successo?
– Pensieri.
Lavoro alla Carpenteria Mercalli al Prenestino e tutte le mattine, prima di rinchiudermi nel capannone di cemento e vetro, vado al bar per un caffè. Siamo in trenta a lavorare per il Signor Mercalli. Per fortuna quest’anno in cinque andranno in pensione, c’è crisi e abbiamo poche commesse, si rischia di finire licenziati.
Non possiamo farci vedere inoperosi, così, anche e non ho niente da fare, mi metto a revisionare il tornio, quasi ci parlo ormai. Finito il mio, passo a quello degli altri. Mi chiamo Franco Campoli e sono un operaio specializzato.
– Franco ce l’hai una sigaretta?
– Eh che ti pare che sto senza sigarette!
– Che hai oggi? Ti vedo sul depresso andante
– Marco beato te! Tu sei giovane, che ne sai de quanti problemi danno i figli.
Marco è un collega e un amico, sempre spensierato. Quando lavoriamo sullo stesso pezzo non può fare a meno di raccontarmi delle sue avventure amorose e della sua moto. Mi diverte sentirlo. Ogni tanto mi chiede consigli, su come evitare le vibrazioni della moto, se vale la pena cambiare le sospensioni o modificarla in qualche modo. Poi fa sempre di testa sua. I giovani sono così, non ascoltano nessuno.
– Ma quanti anni ha adesso tuo figlio? Tredici’?
– Quasi quindici ormai
– Ho capito! Le ragazzette eh? Inizia ad avere problemi amorosi
– Magari! E’ proprio il contrario, sapessi che m’ha raccontato mia moglie
– Cioè?
– Che Sandro vuole andare all’estero con un amico a studiare Danza! Io so’ stato tutta la notte sveglio. Voi vede’… che m’è venuto un figlio frocio
– Che scuola, che tipo di danza?
– Ma che ne so! Però ‘sta storia di Sandro con la calzamaglia e il tutù proprio non mi va!
– Sei proprio retrogrado! Guarda che pure io faccio hip hop.
– De che? Cos’è che fai ? Niente niente va a fini’ che sei dell’altra sponda?
– A Franco, ma che stai a di? A me mi piace la pernicocca, ah bello!
– La pernicocca pelosa?
– La pernicocca spaccarella, col pelo o senza, basta che c’è lo spacco.
Insomma mia moglie l’altra sera, quando sono tornato dal lavoro mi ha detto che doveva parlarmi di Sandro, nostro figlio.
All’inizio quando ci siamo sposati, sembrava quasi che Stefania non riuscisse a rimanere incinta, io ci davo dentro in quel senso capite… ma niente. Stava quasi diventando una malattia, visite dai dottori, analisi, terapie. Poi un bel giorno, me lo ricordo come fosse ieri, dovevamo andare al supermercato, era un sabato mattina, che Stefania mi dice – Ah Fra’ ricordate che devo passa’ in farmacia.
Al momento non avevo proprio dato peso alla cosa. Quando poi siamo arrivati a casa, mentre stavo sistemando la carne nel freezer, Stefy esce dal bagno con una specie di termometro in mano, gridando – E’ blu! Franco è blu! C’è l’abbiamo fatta!
Per scaramanzia non mi aveva detto niente, ma era in ritardo di tre settimane. L’ho baciata e abbracciata, ero felice, così felice che avrei fatto volentieri all’amore, ma lei non ha voluto, aveva paura.
Dopo circa nove mesi è nato Sandro, un bel pupo di quasi quattro chili. Un dono del Signore, anche perché è rimasto figlio unico e tutta la nostra vita gira intorno a lui.
Così, quando l’altra sera Stefy mi dice: – Sai, oggi stavo mettendo in ordine la stanza di Sandro ho visto che leggeva ‘sto libro – e mi dà in mano un libro tutto rosso, con una scritta: Il Diario di Nijinsky, ipotizzo siano le memorie di qualche comunista rivoluzionario, di quelli che vanno di moda adesso.  Alzo la voce e  faccio la prima gaffe con mia moglie: – Gli ho sempre detto al ragazzo di non immischiarsi con la politica – ma lei per tutta risposta mi fulmina –  che politica è un ballerino russo!
Mentre mi dice queste cose tira fuori dal libro un foglio di colore rosa piegato a metà, lo apre e inizia a leggere: …per fare un ballerino ci vogliono circa dieci anni di allenamento continuo metodico, senza pause o distrazioni. I progressi sono lenti, un difficile passo dopo l’altro e se c’è la stoffa dopo dieci anni uno impara a padroneggiare lo strumento, che poi è il corpo umano, macchina meravigliosa e impareggiabile. Trascorso questo tempo vi guardate allo specchio e notate il modo in cui le orecchie aderiscono alla testa, osservate la linea dei capelli, pensate alle minuscole ossa dei polsi, al prodigio di un piede relativamente piccolo sul quale grava tutto il peso del vostro corpo e concludete: è un miracolo. La Danza è proprio la celebrazione di questo miracolo…
Firmato Marta Graham
– Chi è? La sua insegnante – dico sprezzante.
Seconda gaffe – …ma che! E’ una ballerina americana, una coreografa – mi risponde mia moglie.
– Una core che ? – faccio io.
– Lasciamo sta’, beata ignoranza, comunque Sandro mi ha detto che vuole lasciare la scuola e andare in Francia, per studiare danza.
– Che cosa ? Ma io lo corco de botte, a lui e alla coregrafica o come cavolo si chiama lei. Non se deve manco permette’ de pensarci, a…
A quel punto mia Moglie cerca di calmarmi: – Dai che è solo per due settimane, per un seminario, uno “steige”, (che a me tutte ‘ste parole straniere me danno ai nervi). Mi dice che ci va anche un suo amico, Fabio (come se io lo conoscessi), perché ai migliori poi faranno un provino, per entrare in Accademia.
Certo lei è un po’ preoccupata, per le due settimane di assenza a scuola, però in fondo Sandro è sempre stato bravo, ha buoni voti, alla fine sono solo due settimane – Figurati se scelgono proprio lui – così mi dice.
Io penso: cosa diavolo mi fai tutta ‘sta manfrina, se siete già d’accordo?
Poi lei conclude il discorso con quella frase: – Comunque mi ha detto che ci tiene alla tua presenza al saggio di fine anno.
– Così ha detto? Che ci tiene…alla mia presenza – rispondo un po’ seccato. Ma come parla questo qui. Ma siamo proprio sicuri che è figlio mio? – chiedo cercando di fare lo spiritoso, ma mia moglie non apprezza e mi lascia con il Nijinsky in mano, uscendo dalla stanza.
Quando Sandro rientra a casa provo a parlarci.
– Ma che cos’è ‘sta storia dello “steige” e poi ‘sto libro chi te l’ho dato?
– Papà! Ma dove l’hai preso? – mi fa lui strappandomelo dalle mani – me l’ho dato la mia insegnate di danza, Evy, è un libro che parla di un grande ballerino russo, un vero adespota.
– Un vero che? Ma come parli, che ti è successo. Alien s’impossessato di mio figlio, esci da questo corpo, alieno esci…
– Ma papà finiscila! – mi urla contro e corre a rinchiudersi in camera sua.
Giugno, tempo di saggi di danza. Cosi alla fine mi hanno costretto ad andare al Teatro Giulio Cesare di Roma, per lo spettacolo di fine anno; insieme a me c’è Marco il mio collega, mia moglie e la Signora Perini: la vicina di casa con la passione del pettegolezzo.
Sono seduto nervoso su una poltroncina di velluto rosso, soffro il caldo e spero che tutto finisca presto.
Il suono delle percussioni riempie il palco, prima ancora dei ragazzi. Poi arriva il movimento dei loro corpi, a scandire il ritmo, come uno strumento invisibile. La voce del cantante pronuncia frasi incomprensibili.
Let’s dance put on your red shoes and dance the blues
Let’s dance to the song they’re playin’ on the radio…
Non capisco, ma penso siano parole di ribellione. La vocina insinuante della signora Perini mi incalza in un orecchio: – Certo che 800 euro sono una bella cifra; costato caro questo steigge! – avrei voglia di zittirla dicendole: – ma perché non si fa ‘na bella chilata di… – ma freno il mio impeto, preso dalle geometrie che si formano davanti ai miei occhi.
If you say run, I’ll run with you If you say hide, we’ll hide
Because my love for you Would break my heart in two…
I muscoli dei ragazzi grondano di energia che ti arriva come un’onda e ti risucchia verso di loro. Si muovono come fossero una sola persona: girano, saltano, invadono tutto lo spazio e sembrano sfidarti. Sandro è lì con loro.
Let’s dance for fear your grace should fall
Let’s dance for fear tonight is all…
Marco mi dà di gomito quasi gridandomi – Aoh! Certo che tuo figlio è proprio un animale da palcoscenico.
– Dici? – rispondo. Intanto anche il mio piede batte al ritmo della musica.
Let’s sway you could look into my eyes Let’s sway under the moonlight,
this serious moonlight…
Sandro percorre tutta la diagonale del palco, poi salta e mentre è ancora in aria, con uno strano, ma spettacolare movimento, si gira verso il pubblico aprendo le gambe con una spaccata area. Tutti applaudono.
If you say run, I’ll run with you…
I ragazzi compongono e scompongono figure come fossero ingranaggi del mio tornio. Ormai non mi contengo più e batto le mani sui braccioli della poltroncina, come fossi il batterista della band.
Il cantante grida, convinto che le sue parole possano cambiare il mondo, le corde del basso vibrano, cosi le mie vene, piene di suono. La musica mi percorre con un diluvio di note, di luci, di colori, una spirale che arriva fino a noi spettatori, come se il ritmo ci potesse avvolgere e trasportare in altri mondi, ed è così che succede, una sensazione di libertà, che non mi appartiene, si impadronisce di me, un vortice gioioso mi trasporta in sentieri ignoti, una strana euforia mi confonde.
Mi giro verso mia moglie e le chiedo dubbioso – ma è proprio sicuro che non lo prenderanno all’Accademia, che è stato solo un gioco?
Lei mi sorride felice come una pasqua e mi dice – Amo’… ma non lo vedi quanto è bravo!
Let’s dance Let’s dance Let’s dance Let’s dance…

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Cattedrale


 


 
Ho letto da qualche parte che negli anni del benessere si chiede alla letteratura di raccontare la vita, mentre in quelli di crisi di scrutarne le ragioni, com’è proprio della poesia.

I racconti di Carver si avvicinano molto a questo concetto, per la sensazione di ineluttabilità che pervade in ognuno. Le cose non potevano che andare così.

Raymond Carver, scrittore e poeta statunitense, nato da una famiglia umile (la madre era una cameriera e il padre lavorava in una segheria) fu ben presto costretto a lavorare. Di lui sappiamo che ha dovuto imparare i più svariati mestieri, per, come si dice “sbarcare il lunario”, ma non hai smesso di coltivare la propria passione: la lettura e la scrittura.
Le cronache raccontano che Raymond trascorse i primi tre anni della sua vita nella piccola cittadina di Clatskanie fino a quando, dopo lo scoppio della guerra, la famiglia Carver, decise di trasferirsi, nel 1941, a Yakima.
Così lui ricorda quella prima casa, nel volume uscito postumo «Carver Country» il mondo di Raymond Carver:

« …La prima casa di cui mi ricordi con chiarezza di aver abitato, al 1515 di South Fifteenth Street, a Yakima, aveva il cesso di fuori. La sera di Halloween, o qualunque altra sera, così, per scherzo, i ragazzini del vicinato, ragazzini di dieci anni o poco più, portavano via il nostro cesso e lo lasciavano vicino alla strada. Papà  doveva trovare qualcuno che lo aiutasse a riportarlo a casa…»

Nè l’infanzia né il resto della vita sono stati facili per Carver. Forse non lo sono per nessuno direte voi, ma la sua appartenenza alla «working class» me lo fa sentire particolarmente vicino.

Pur essendo cresciuto «artisticamente negli anni sessanta/settanta nel pieno della «beat generation» le sue opere sembrano non essere influenzate da quell’utopia collettiva e rivoluzionaria, ma raccontano storie di una quotidianità  precaria, non distante da quella dei nostri giorni.
«Cattedrale» del 1983 è un insieme di racconti: dodici. Fu il primo libro di Carver ad essere pubblicato in Italia (prima edizione nell’84), ma ebbe un clamoroso insuccesso. Solo nell’87 (forse eravamo più maturi per apprezzarlo?) questa opera trova il consenso del mondo letterario italiano.

Carver non amava i romanzi (non sono sicuro, ma con tutta probabilità non ne ha scritto nemmeno uno) o perlomeno si sentiva più a suo agio nello scrivere racconti. Nelle sue opere l’attenzione è concentrata su eventi minimi, forse banali, ma che sono descritti con una tensione crescente, come se qualcosa di speciale dovesse succedere da un momento a l’altro. Poi in effetti non c’è nessun cambiamento nella vita dei personaggi di Carver (inteso come risoluzione di un conflitto interiore), ma qualcosa illumina la scena, generalmente un oggetto. Abbiamo così, come succede nella poesia, quella cosa che rivela e «risolve» la verità, la visione dell’umanità che si schiude alla fine del racconto.
Emblematica è forse la storia che dà  il titolo alla raccolta: Cattedrale.

Un uomo ha una moglie che per ragioni di lavoro è diventata amica con un cieco

«…gli leggeva varie cose, rapporti e analisi di casi, relazioni, roba del genere...».

All’improvviso questo cieco fa irruzione nella vita dell’uomo.

«Questo cieco, vecchio amico di mia moglie, stava arrivando da noi per trascorrervi la notte. Sua moglie era morta e lui era in visita dai parenti della defunta nel Connecticut. Aveva telefonato a mia moglie dalla casa dei suoceri. Avevano preso accordi. Sarebbe arrivato in treno, un viaggio di cinque ore, e mia moglie sarebbe andato a prenderlo alla stazione. Non lo vedeva da quando aveva lavorato per lui un estate a Seattle, dieci anni prima. Lei ed il cieco si erano tenuti in contatto…»

Questo l’incipit del racconto.
L’uomo non sembra apprezzare questo arrivo e prova una sorta d’imbarazzo, quasi misto a gelosia. Poi la televisione e un documentario sulle cattedrali europee ribaltano la situazione

È stato a quel punto che il cieco si è schiarito la gola. Gli è venuto su qualcosa. Ha tirato fuori un fazzoletto dalla tasca di dietro. Poi ha detto: “Ho capito, fratello. Non è un problema. Capita. Non stare a preoccupartene troppo”, così ha detto. “Ehi, sta’ a sentire. Me lo fai un favore? Mi è venuta un’idea. Perché non ti procuri un pezzo di carta pesante? E una penna. Proviamo a fare una cosa. Ne disegniamo una insieme. Prendi una penna e un pezzo di carta pesante. Coraggio, fratello, trovali e portali qua”, ha detto

Pubblicato in: racconto

Misericordia

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Sembrava un cagnolino spaurito; se ne stava fermo dietro un bidone della spazzatura con lo sguardo dubbioso. Il vagabondo lo scrutava, mentre seduto sui gradini di un sagrato pizzicava le corde della chitarra e provava ad accordare il vecchio strumento.

– Vieni che ci facciamo compagnia – provò a dirgli, senza ottenere risposta, a parte una leggera inclinazione della testa che pareva dicesse: Ce l’hai con me? Ce l’hai proprio con me? Allora dalle tasche della giacca tirò fuori un pezzo di pane secco e glielo lanciò. Il cane rimase sorpreso da quel gesto, ma non si mosse.

– Non ti fidi proprio di nessuno – sussurrò a mezza bocca, non tanto per farsi sentire dall’animale, ma per convincere se stesso; forse non era il caso di insistere con quel cane.

Doveva pensare a mettere insieme qualche soldo se voleva mangiare. Piazzò alla base dei gradini un grosso bicchiere di carta, di un rosso sgualcito, dove si intravedeva a malapena la scritta Coca Cola e cominciò a strimpellare blowin ‘in the wind.

L’orario era quello solito dell’uscita dalla messa, cominciavano a vedersi i primi passanti che lasciavano qualche moneta. Ormai era diventato così esperto che capiva dal suono della caduta nel bicchiere di quale taglio si trattasse. I più spilorci lanciavano quei tre o quatto pezzi da 10 o 20 cent, che entravano nel bicchiere con un suono sbiadito. Era percettibile solo un lieve tonfo, quasi di plastica. E poi c’erano i generosi, allora si udiva il tintinnio inconfondibile dei due euro.

Messo insieme qualche spicciolo si avviò verso il forno all’angolo di via Roma. A mezzogiorno sul bancone spuntavano, disposti ancora caldi nella teglia, i calzoni ripieni di pomodoro e mozzarella. Quando il vagabondo li addentava il sugo come lava incandescente schizzava fuori e tutte le volte si ustionava il palato, ma l’ingordigia era più forte di lui, non sapeva resistere.

Per andare dai gradini del sagrato fino al forno passava davanti alla libreria Rigoni, dove lavorava Angelica. Non passava giorno che la ragazza non gli regalasse qualcosa: un panino, una coperta, dei giornali, una volta persino una saponetta.

– Ciao Roland – lo salutava la ragazza agitando le mani da dietro la vetrina, mentre riordinava una pila di libri.

Lui era per tutti Roland, ma quello non era il suo vero nome, l’aveva letto sulla chitarra e questo bastava per farlo riconoscere, il suo vero nome neanche lo ricordava più, tanto era il tempo passato senza usarlo.

Arrivato davanti alla cassiera del forno, mentre rigirava tra le dita i due euro, che sembravano ancora più luccicanti in confronto al nero delle unghie, si accorse di avere accanto quel sacco di pulci paraculo di cagnolino. Le orecchie penzolanti, il pelo ispido e riccioluto: nero, bianco (sporco) e di tutte le sfumature di grigio possibili. Scodinzolava paziente e sicuro che un pezzettino del calzone sarebbe stato anche suo.

E così fu.

Roland divise da buoni amici il calzone fumante.

– Ti chiamerò Birillo – disse, mentre un filo di mozzarella gli colava dalla bocca.

Graziella, la proprietaria del forno si aggiustò il berretto di carta che aveva in testa, sdegnata alzò il mento sbuffando alla vista del cane che sgranocchiava felice.

Prese un’altra focaccia la avvolse nella carta, la mise in un sacchetto di plastica e lo passò a Roland.

– Questa te la regalo io, mangiala solo te, mi raccomando; il sacchetto lo ha lasciato Angelica,  ci sono dentro un paio di banane, delle noci e anche dei fazzoletti profumati.

– Grazie – rispose Roland e uscì seguito da Birillo.

Tornò ai suoi gradini passando di nuovo davanti alla libreria, si affacciò per vedere se riusciva a ringraziare Angelica, ma lei era alle prese con una coppia di clienti che cercavano una guida turistica per Londra.

– Non è il posto per te, questo. – lo allontanò secco il Signor Rigoni: il titolare della libreria. Restava davanti all’ingresso, fasciato dal suo blazer blu e dietro i suoi spessi occhiali guardava schifato quel giovane con l’aspetto da vecchio. Mal sopportava la benevolenza nei confronti di quello squattrinato, perditempo, puzzolente di un barbone.

Nel parco vicino un gruppo chiassoso di ragazzi tirava calci a una palla con il fare spensierato che è figlio della giovinezza.

Le aiuole di piracanta, con i loro piccoli fiori bianchi a grappoli venivano falcidiati dai tiri dei ragazzi. In particolare Simone aveva nel piede destro una potenza spaventosa. Certo, i viali del parco con il loro brecciolino non erano il luogo adatto per manifestare la tecnica calcistica e i passeggini vicino alle panchine erano un grosso intralcio. Ma tutto ciò non sembrava essere di impedimento al divertimento dei ragazzi, che se ne infischiavano beatamente dei rimproveri della gente.

– Dai tira…vediamo cosa sai fare! – esclamava Giovanni piazzandosi con le gambe divaricate e leggermente piegate, pronto a parare un tiro di Simone.

Il collo del piede di Simone impattò sul pallone deformando per un attimo la sfera, tanto fu la forza impressa. La traiettoria all’inizio lineare, dopo aver superato le mani tese di Giovanni, andò a curvare e il pallone arrivò a colpire il povero Birillo.

La testa del cane sembrò quasi ruotare di 180 gradi; le zampe si agitavano nel vuoto, mentre guaiva dal dolore rotolando dai gradini del sagrato.

Roland subito corse per aiutare il nuovo amico, che era rimasto fermo, intontito dalla botta, ai piedi della chiesa, mentre il sangue gli colava dall’orecchio e la lingua ansimava dalla paura.

– Maledetti! Voi e il vostro pallone – urlò Roland. Prese la palla che aveva finito la sua corsa davanti ai suoi piedi e la infilzò sugli spuntoni del cancello del Sagrato.

Il sibilo di aria che fuoriusciva dal buco era l’unico suono che si sentiva.

Muti i ragazzi in piedi tra i viali del parco, in silenzio le nonne con i passeggini, anche il vento si era fermato tra le foglie delle aiuole.

Graziella uscì dal suo negozio e vide il vagabondo che lanciava quello che restava del pallone addosso a Simone.

– Ragazzacci – commentò la fornaia pulendo le mani nel grembiule; i biscotti nel forno l’aspettavano e rientrò, senza curarsi più di tanto di quello che era successo.

Anche Angelica corse fuori e vide Roland con in braccio il cagnolino; puliva il sangue raggrumato sul viso dell’animale con i fazzoletti di carta.

Simone ancora non si era mosso, si chinò e raccolse il pallone ridotto a un pezzo di plastica floscio e mormorò a denti stretti – questa me la paghi.

Birillo leccava le mani di Roland e sembrava essersi ripreso, la coda scodinzolava e al terzo fazzoletto profumato si divincolò dalla presa, saltò a terra e corse vicino alla chitarra. Cominciò ad abbaiare con insistenza contro i ragazzi che si erano avvicinati con cattive intenzioni. Sembrava volessero vendicarsi rubando la chitarra.

– Finitela e lasciatelo stare! Ve lo compro io un pallone, ma andate al campo a giocare – provò Angelica a convincere la banda di ragazzi.

Quelli allora si allontanarono, anche perché il Signor Rigoni, affacciatosi dalla libreria, li aveva minacciati: se non la smettevano avrebbe chiamato la polizia.

Dopo il trambusto Roland e Birillo, più amici che mai, si trasferirono su una panchina nel parco. Il vagabondo seduto sbucciava le noci e lanciava in aria i gherigli. Il cane, con salti da far invidia a un giocatore di basket, li addentava al volo, mangiandoli di gusto.

Qualche volta Roland bleffava e invece di lanciarli verso Birillo li ingoiava direttamente. Il tramonto arrivò presto e i due si preparano il giaciglio per la notte: una serie di cartoni e coperte che formavano una struttura a forma di “elle”, così da racchiudere la panchina.

Una bottiglia di vino conciliò il sonno, che non tardò ad arrivare.

Il barbone abbracciato al suo cagnolino dormiva della grossa, quando il gruppo di ragazzi tornò nel parco.

La luce fioca di un lampione illuminava pigramente la siepe accanto al riparo dei due e le stelle avevano fatto il loro timido ingresso nella scena.

– Dorme il pezzente – commentò sarcastico Simone che teneva in mano una tanica di benzina.

– Forse sente freddo – disse Giovanni.

– Dobbiamo aiutarlo poverino – concluse un altro dei ragazzi.

Simone cominciò a cospargere i cartoni di benzina, quando il fiuto di Birillo si ridestò e il cane, liberatosi dalla stretta di Roland, si avventò contro Simone, che lo colpì direttamente con un calcio.

Anche il vagabondo si svegliò e provò a togliersi di dosso cartoni e coperte, incespicando su se stesso.

Uno dei ragazzi lanciò un fiammifero acceso contro il ciarpame vicino alla panchina, in un attimo divampò e il fuoco si propagò fino al vagabondo, caduto a terra ancora intontito dalla sbornia. Presto Roland si trasformò in una torcia umana. Birillo guaiva mentre Simone continuava a colpirlo con la mazza che un compagno gli aveva passato; al terzo colpo giaceva immobile sul selciato. Il ragazzo continuava a bastonarlo, senza curarsi degli schizzi di sangue che provenivano dal cranio, oramai fracassato dell’animale.

Roland urlava dal dolore mentre le fiamme gli consumavano la carne. Una luce rossastra illuminava quell’angolo di parco. Le grida risvegliarono gli abitanti della zona; ante e finestre cominciarono ad aprirsi. Giovanni fu il primo a rendersi conto di quello che avevano fatto, guardava immobile la furia di Simone abbattersi sul cane. Un altro dei ragazzi gridò: – L’acqua…l’acqua della fontanella.

Simone, con il bastone ben saldo tra le mani, si accorse di Roland avvolto tra le fiamme supino a terra, come un fantoccio inanimato. Si girò verso Giovanni che sembrava una statua di sale e urlò:

– Scappiamo dai! Tutto il gruppo lo seguì e come fantasmi si dileguarono nell’oscurità della notte.

Qualcuno dai palazzi accanto era sceso giù in strada. Chissà da dove era spuntata una coperta, la gettarono sul corpo ormai senza vita del barbone. Con il passare dei minuti si era formato un capannello di gente intorno alla panchina, che polizia e vigili del fuoco fecero fatica ad allontanare. Le ultime sirene ad arrivare furono quelle dell’ambulanza, i ragazzi con la divisa a bande fluorescenti e la croce disegnata sulle spalle spingevano la lettiga, che sobbalzava avanzando tra i sassolini del selciato, mentre l’aria acre di bruciato penetrava le loro narici.

Mischiata tra la folla di curiosi c’era Angelica; riuscita a farsi largo fino a vedere cosa era rimasto del suo amico.

– Permesso, permesso sono una parente – diceva per farsi strada. Il Maresciallo dei carabinieri sentite le parole della donna le fece superare il nastro segnaletico a bande rosse e bianche messo a delimitare la zona incriminata. – Ci può aiutare a risalire all’identità? – le chiese mentre la scortava verso l’ambulanza.

Attorno alla lettiga uno degli infermieri sollevò la coperta, quel tanto che bastava a mostrare il volto del vagabondo. Il viso di Roland era una maschera irriconoscibile, poche ciocche di capelli rapprese facevano da contorno a ciò che restava della pelle, dove il rosso della carne viva si alternava a grosse pustole bianche, tutta la barba era sparita mangiata dal fuoco insieme alle labbra, si vedevano nella loro interezza i denti, fino all’inserzione delle radici, creando un ghigno mostruoso.

Una sola parola uscì dalle labbra della donna, mentre le mani le tenevano le guance e rigagnoli di lacrime scendevano lenti: Misericordia.

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Chiedi alla polvere

tmp_17058-afante2-817779766  di John FANTE

Io sono uno di quelli che a Roma vengono definiti: “purciari”, perché invece di comprare un libro, lo prendono in prestito in biblioteca.

Quando mi è arrivata a casa la comunicazione che “Chiedi alla polvere” era pronto, mi sono anche permesso il lusso di mandare mia moglie a ritirarlo. Lei, a differenza di me che sono un po’ ombroso, fa amicizia con tutti, ovviamente anche con la bibliotecaria.

“Giulia mi ha detto che questo libro è uno di quelli che consigliano anche per i ragazzi delle scuole medie.”

Mia moglie sembrava quasi contenta quando tornata a casa mi porgeva il libro, pensava che avrei potuto leggerlo alle bambine, prima di andare a dormire.

Eppure qualcosa mi diceva che non l’avrei fatto.

L’edizione che avevo scelto aveva la prefazione di Bukowski, era una vecchia edizione, perché nelle nuove c’è invece quella di Alessandro Baricco. Così per prima cosa ho iniziato a leggere la prefazione, cosa che in genere non faccio mai, ripromettendomi di chiedere in prestito anche la nuova edizione e confrontare le due introduzioni.

Bukowski è un vero e proprio fan di Fante, lo ha conosciuto anche lui in Biblioteca, quando era ubriaco ma non ancora famoso, conosciuto nel senso che si è trovato per caso in mano questo libro e per lui è stata come una rivelazione.

Finalmente qualcuno che scrive in maniera vera, viscerale.

Poi ho iniziato a leggere il romanzo. Fante racconta la storia di un giovane scrittore, Arturo Bandini un italoamericano, che vive con pochi soldi in un infimo alberghetto della California e che si innamora di una cameriera messicana. La storia d’amore non decolla, nonostante i due in qualche modo comincino a frequentarsi. La cameriera sembra preferire un “wasp” americano che lavora nel suo stesso bar.

Decolla invece la carriera di Bandini come scrittore, in maniera inversamente proporzionale alla storia d’amore. La cameriera si perde dietro al “wasp” e va a convivere con lui ammalato di tisi, isolato dalla vita sociale e autoconfinatosi nel deserto del Mojave. Qui Bandini va a cercare Camilla (questo il nome della cameriera). La donna non c’è, allora Arturo chiede all’americano dove si sia cacciata, lei e il cagnolino che le aveva regalato. Lo chiede a tutto il deserto, anche alla polvere, ai granelli di sabbia che coprono ogni cosa.

Lirico, ironico e amaro, come solo Fante sa essere.

Nel libro ci sono anche digressioni con altri personaggi: un compagno di albergo di Bandini, (Hellfrick), un uomo anziano, veterano della grande guerra, alcolizzato, con cui Bandini, per la fame di carne (di una bella bistecca), organizza il furto di una vacca. Altro personaggio è Vera Rivken, una donna ebrea non più giovane, che si innamora di Arturo sin dal primo giorno che lo nota in un bar. Donna con cui Arturo giace immaginando di fare l’amore con Camilla; spunto per parlare dei sensi di colpa generati dalla morale cattolica.

Che tipo quel Bandini, che parla in continuazione a se stesso, rappresenta in pieno il mio immaginario di italoamericano: me lo vedo cantare sul balcone, là dove il mare luccica e tira forte il vento, (parafrasando Dallamericaruso).

Che differenza invece tra Bukowski e Baricco. L’italiano nella sua introduzione disseziona il romanzo con l’abilità di un chirurgo e con poche righe lo riassume: Chiedi alla polvere è un romanzo costruito su tre storie. Prima: un ventenne sogna di diventare uno scrittore e in effetti lo diventa. Seconda: un ventenne cattolico cerca di vivere nonostante il fatto di essere cattolico. Terza: un ventenne italomericano si innamora di una ispanoamericana e cerca di sposarla. Il tutto a bagno nella California.

Chapeau per lo scrittore torinese, che come gli artigiani di cui è innamorato (soprattutto della loro capacità di costruire qualcosa di bello per sé e per gli altri) analizza il romanzo di Fante con metodologia scientifica, ma con una prosa accattivante, conducendo il lettore all’interno del gesto di scrivere. Ci mostra così, come fossimo davanti a un video, la costruzione del racconto.

Di tutt’altro tenore Bukowski: Ero giovane, saltavo i pasti, mi ubriacavo e mi sforzavo di diventare uno scrittore. Le mie letture andavo a farle nella biblioteca di Los Angeles, nel centro della città, ma niente di quello che leggevo aveva rapporto con me, con le strade o con la gente che le percorreva […] poi un giorno, presi un volume e capii subito di essere arrivato in porto […] Quando cominciai a leggere quel libro mi parve che mi fosse capitato un miracolo, grande e inatteso.

Questa è la narrazione di un amore.

Per la cronaca a mia figlia non l’ho letto… magari un giorno lo incontra in biblioteca, dimenticato sopra qualche scaffale polveroso.

Pubblicato in: racconto

Avorio

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Era una mattina limpida quella, anche se al porto le bandiere delle navi ormeggiate mostravano chiaramente vento da ponente. Soffiava un Libeccio foriero di tempesta.

Benjamin Stoller sulla banchina guardava oltre il confine tra cielo e mare, immerso nei sogni fantasticava di avventure in Africa, si immaginava esploratore o cacciatore dei grandi predatori africani.

La banchina era tutto un brulicare di attività, container di merce depositate alla rinfusa pronti per essere imbarcati. Navi con i boccaporti aperti le cui stive venivano riempite o svuotate, a seconda se erano in partenza, oppure appena attraccate. Sirene che suonavano e marinai al lavoro che gridavano frasi incomprensibili a Benjamin.

Il ragazzo aveva circa diciassette anni, l’età  in cui la vita è un grande negozio di giocattoli e non sai quale scegliere, attendeva con il padre l’arrivo della Harmony of the seas e del suo carico di avorio proveniente dall’Africa subequatoriale. Una parte di quella merce era già  stata acquistata dalla loro ditta: la Stoller & Sons di Londra, fabbrica di pianoforti.

La struttura portante di un pianoforte si costruisce a partire dalla fascia interna. Devi applicare una traversa frontale, sulla quale monti un giunto metallico e poi inserisci delle barre di rinforzo che collegano i vari punti con incastri a coda di rondine. Ci vuole precisione. La cura e l’attenzione nell’inserimento delle giunture assicurano resistenza e solidità  allo strumento.

Cosi Adam Stoller spiegava al figlio come voleva fosse un pianoforte: solido e resistente. Questa volta aveva portato anche Benjamin all’arrivo del carico. Gli insegnava a controllare i pezzi singolarmente. Verificava con maniacale dedizione le lastre di avorio utilizzate per la produzione dei tasti. Le zanne dell’elefante dovevano essere tagliate nel senso della lunghezza, perché quelle ricavate in senso trasversale s’incurvano in modo irregolare, cosa che Adam non sopportava. Il suo strumento doveva essere preciso in ogni dettaglio.

Accanto al laboratorio degli Stoller c’era il salone per la vendita, dove l’acquirente poteva testare la bontà  di quanto realizzato dalla ditta, c’erano diversi pianoforti, sia a muro che a coda .

Quella mattina in giro per Londra camminava fischiettando Jerry Sugar Raimondini, un italo-americano che aveva portato la sua band in tournée in Europa. La Fama dei pianoforti Stoller era arrivata anche nel nuovo continente e così Jerry aveva progettato di andare a curiosare nella bottega degli Stoller.

Seduto sullo sgabello Raimondini si decise a provare uno degli strumenti in vendita. Le dita tozze e sgraziate si muovevano veloci sulla tastiera colpendola ritmicamente. Il Vecchio Stoller rientrato dalla consegna al porto era disgustato dai suoni che provenivano dal pianoforte, un miscuglio vigoroso e demoniaco, che per il suo gusto si avvicinava al fracasso.

Il ciuffo impomatato di Jerry ondeggiava seguendo le mani, in una danza oscena, che allo Stoller ricordava l’atto sessuale. Raimondini era rapito dal contatto con i tasti del piano che allo stesso tempo carezzava e percuoteva. Non era alto ma la sua figura imponente si stagliava sul pianoforte a coda formando una forma unica, una specie di chimera, metà  uomo, metà strumento musicale, una sorta di enorme satiro che al posto delle zampe di caprone aveva le eleganti gambe in legno di abete, laccate di un nero lucido, scelto meticolosamente da Adam Stoller tra circa venti varietà  di nero.

Una mano portava il tempo mentre l’altra produceva una melodia e contemporaneamente i piedi picchiavano i pedali prolungando, diminuendo o amplificando il suono. Nell’insieme seppure all’apparenza sgraziata quella musica aveva qualcosa di coinvolgente e ti risuonava nel corpo come i cerchi concentrici di un sasso gettato in uno stagno. Era impossibile stare fermi.

Benjamin non aveva mai sentito niente di simile, non era la leggerezza lirica di Chopin, o la forza teatrale di Bach, né la genialità  di Mozart.

– Che cosa era? – Senza parlare, ma solo con lo sguardo, rivolse l’interrogativo al padre, mentre si lasciava andare a un applauso.

– Musicaccia americana, la musica che i negri suonano nei bordelli, non é degna di essere chiamata musica.

Sentenziò il Vecchio Adam Stoller, per niente entusiasta di quello che aveva sentito a differenza di Benjamin, che invece volle conoscere Raimondini.

– La vostra musica mi ha colpito, non avevo mai sentito niente del genere. Dove avete studiato signore? Questa musica ti dà  i brividi e allo stesso tempo ti senti bruciare dentro come un carbone ardente. Eppure c’é della precisione nel contrappunto che ho sentito da voi stamane, come vi chiamate?

Questo avrebbe voluto dire Benjamin, mentre andava incontro al sorriso indisponente dell’italo-americano; invece balbettò un: … ma…ma …cos’era questa musica?

– E’ il Jazz! Ragazzo – disse Raimondini, alzandosi dallo sgabello.

Poi si avviò verso la porta, si aggiustò il nodo delle cravatta, senza salutare uscì, e come il libeccio del mattino sconvolse per sempre la vita degli Stoller.