Pubblicato in: Calendario dell'avvento, iniziative

Il presepe di Gaspare

data 16 dicembre

Il presepe di Gaspare

Falconiere del bosco

Incastonato nella quotidianità fitta di rumori e di voci della zona industriale, il silenzio della cascina dei Macì è un’oasi seminata nel terreno sassoso e spinoso delle fatiche, degli odi e delle bestemmie.
I tralci secchi di vite scoppiettano nel camino spandendo luce e calore nella grande cucina.
I due fratelli ottantenni sono soli. La prima domenica di aprile, dopo aver servito loro il pranzo, la sorella Lauri ha esalato l’ultimo respiro accasciata sul piatto di polenta e coniglio arrosto.
Lo sguardo di Innocente è fisso sul duello delle lame incandescenti nel fuoco; i suoi pensieri si attorcigliano come edera intorno a braccia e gambe e affondano le radici nella mente e nel cuore. – Gli anni portano con sé la debolezza generale dell’organismo e l’appannamento mentale. La nostra vita è un fuoco spento, c’è ancora qualche brace sotto il velo della cenere, ma non c’è più la voglia o la forza di soffiare, siamo ombre che passeggiano senza la voglia di ricominciare –.
Gaspare è alla finestra. Fuori è ancora buio. In lontananza luccicano le lampadine degli alberi di Natale, stelline intermittenti come i suoi pensieri: assenti sul presente e presenti sul passato; lui ha un’altra vita, colma di fantasticherie, chimere e miraggi, dall’alba al tramonto veleggia sulla superficie degli eventi e si astrae nel sogno.

L’uomo-vecchio prepara la colazione mentre l’uomo-bambino disegna sui vetri; con le dita collega le goccioline di vapore condensato che lentamente scorrono verso il basso in linee verticali parallele.
Il fratello minore chiede:
«Perché ci sono tutte quelle lucine colorate là in fondo?».
Il fratello maggiore scrolla il capo al pensiero che non ricordi più nulla, gli si avvicina lo prende per mano e lo fa sedere al tavolo, batte un pugno sul pane raffermo e tostato e lo frantuma in piccoli bocconi da inzuppare nelle tazze di latte bollente e gli risponde: « Tra una settimana nasce il Bambino Gesù, quelle sono le luci degli alberi di Natale».
«Ma allora perché Lauri non ha ancora allestito il presepe?».
Il bolo di pane e latte diventa un groppo in gola. Dalla morte prematura dei genitori, la sorella aveva dedicato tutta la propria vita ai fratelli scapoli e ora li aveva abbandonati al loro destino di vecchi.
«Lauri non c’è, ma prima di andare via mi ha raccomandato di farlo allestire a te il presepe. Dai impegnati, sono mesi che stai lì sulla sedia senza fare niente».
La proposta entusiasma Gaspare; la sorella decideva tutto da sola, lui poteva solo aiutarla, privato dal potere di aggiungere, togliere o modificare.
«Si dai, però mi aiuti e lasci fare a me».
«Ma certo sarò il tuo piccolo servitore».

Dopo la colazione, i due indossano giacconi pesanti, cuffie e scarponi. Innocente mette alla prova la memoria del fratello:
«Per prima cosa andiamo a prendere il muschio, ti ricordi dove?».
«Certo, dietro la casa, dove c’è sempre ombra e il muschio è soffice, la terra non è ancora gelata. Strapperemo con facilità le grosse toppe verdi ».
I due partono con i canestri al braccio: uno per il muschio e l’altro per radici e pezzi di corteccia.
Prima di rientrare passano nel ripostiglio, recuperano un’asse e un paio di cavalletti, li portano in casa collocandoli nel vano della finestra.
Gaspare bisbiglia soddisfatto:
«Questo è il posto giusto, nessuna carta blu, il cielo d’inverno fornirà luce diretta per il giorno e buio per la notte».
Con un pezzo di tela riveste le gambe -in vista- del tavolo occasionale, ricopre il piano con carta di sacco, forma montagne e grotte alternando cortecce e radici, sistema con cura il muschio, traccia una strada con la farina e colloca uno specchio per il laghetto.
Innocente controlla incuriosito il lavoro metodico del fratello e nello stesso tempo con cura esegue il compito che gli è stato affidato: scartare le statuine conservate nella scatola di latta. Lauri le riponeva ogni anno con cura, non se n’è mai rotta una.
Il posizionamento dei personaggi è il momento che Gaspare attendeva da tutta la vita; meticolosamente colloca uno dopo l’altro il bue, l’asino, San Giuseppe, la Madonna, l’angelo, i pastori e le pecore, il fornaio, la contadinella con la brocca dell’acqua. I cammelli e i Re Magi li apposta in fila sulla credenza, orientati verso la grotta –Tanto arriveranno solo all’Epifania, devono fare ancora tanta strada –.
Innocente sorride nell’attesa curiosa di vedere se il fratello ricorda che manca ancora l’Incantato: il pastorello che a differenza delle altre statuine non porta doni, ma se ne sta lì, davanti alla grotta con le mani vuote, totalmente assorto nel guardare il Bambino, sospeso in una bolla d’intimità porta la sua meraviglia, lo stupore di un cuore aperto per ricevere e contenere una gioia inesprimibile.
L’amore di Dio fatto bambino piccolissimo incanta e ammutolisce chi ha l’animo puro e semplice.

L’Incantato è l’unico personaggio che Gaspare aveva il permesso di posizionare, l’unica mossa che la sorella gli concedeva; era tale il suo attaccamento a questa statuina che non permetteva a nessuno di toccarla.
«L’Incantato non lo metti? ».
«Oh certo, passamelo ».
«Qui non c’è, dove l’hai messo? Solo tu puoi saperlo».
Gaspare rimane lì a bocca aperta, ricorda Incantato ma non riesce a ricordare il nascondiglio.
Fin dall’infanzia, ogni anno dopo aver smontato il presepe lo afferrava e senza farsi vedere da nessuno andava a riporlo in un posto che nessuno dei familiari riusciva a scoprire.
«Pensaci e vedrai che lo trovi».

La mattina del 25 dicembre Nocente si sveglia alla solita ora anche se il gallo non canta più. Dopo il furto delle galline Lauri aveva regalato il re del pollaio ad una cugina proprio per non averlo davanti agli occhi e ricordare l’orrore delle quindici teste mozzate.
Il letto accanto è vuoto. Il vecchio infila le ciabatte e passa in cucina. Il fratello minore è lì, davanti al presepe, incantato come la statuina stretta tra le sue mani, contempla il Bambino nella culla.
Il vecchio-bambino centellina parole tra i lunghi spazi bianchi di un silenzio ovattato per formare frasi ispirate che ammettono approfondimenti e un’ulteriore vita in chi le ascolta:
«Ciao Bambino, nella mia testa non hai ancora camminato. Le tue prime parole devono ancora essere dette. Non conosco il colore dei tuoi occhi, potrebbero essere verdi o blu come il mare profondo che non ho mai visto. Avrai il meglio, te lo prometto. Una stella nel cielo mi indicherà sempre la strada per trovarti, io la seguirò, te lo prometto. Ho bisogno di te, per averti e stringerti, per camminare con te e continuare la mia strada con te e sapere che sei benedetto. Perché giuro che sarai benedetto».


35848_1341795189105_2041238_nFalconiere del bosco, (Fausto Marchetti) anni 64, vivo in Franciacorta, la terra delle bollicine in provincia di Brescia. Perito elettrotecnico ma per 36 anni ho fatto il pane nella forneria di famiglia dopo averne lavorato 6 in una fonderia artistica che produceva orologi in stile. Da giugno sono in pensione. Scrivo racconti, alcuni dei quali han fatto parte di antologie: Cronache dalle fine del mondo, Sappy (dedicato a Kurt Cobain), Racconti di giocattoli, Racconti bresciani. Non so perché scrivo, come non so perché dipingo, suono la chitarra, salgo sugli alberi, so solo che seguo l’istinto del momento e vado avanti per un po’, poi mi stufo e cambio, quindi non so se scriverò ancora per molto visto che ho già sintomi di stanchezza. Prevalentemente vivo di musica e più di tutto di immagini, mi perdo in quello che guardo e ne assorbo l’essenza. Corro sempre troppo avanti ma sono trattenuto da quello che mi porto dietro e dal quale non riesco a staccarmi, perciò difficilmente raggiungo un traguardo. Non sparate su di me non sono neanche un pianista!

Il racconto: il presepe di Gaspare lo trovate anche sul blog di Morena Fanti


Falconiere ci  ha  anche regalato le risposte alle nostre domande sul Natale

1) Qual è il Natale che ricordi con particolare attenzione e perché?

Sono tanti i Natale passati quando hai 64 anni, ci sono stati quelli belli e quelli un po’ meno, felici e tristi. Qui voglio ricordare il Natale del 1988. Come tutti gli anni gli addobbi li ho sempre preparati ed allestiti io. Quell’anno appesi un ramo di cedro lungo 4 metri nel mio ingresso che allora era vastissimo e in altezza arrivava al sottotetto. Lo ancorai da un lato alla ringhiera delle scale e gli altri tre in tra punti del soppalco. Praticamente formava come il tetto di una capanna e lì sotto allestii il presepio su un tavolino. I miei due figli Ale di 8 anni e Matteo di 4 si rifugiavano là sotto per giocare con le statuine dei pastori e con le pecorelle. Ora non potrei più allestirne uno così perchè una parete di mattoni divide in due l’ingresso: da una parte il mio appartamento e dall’altra quello di Alessandro che ora è sposato.

2) Se potessi scegliere, cosa vorresti ti regalassero per Natale?

 Il regalo che vorrei è sempre lo stesso: che i miei figli siano sereni

3) Se pensi al Natale, quale racconto, romanzo o poesia ti viene in mente?

Un racconto che scrissi alcuni anni fa e contiene anche una poesia di Guido Gozzano https://falconieredelbosco.wordpress.com/2012/12/18/le-volpi-hanno-una-tana-e-gli-uccelli-hanno-un-nido/

4) Non è Natale senza… continua tu.

Non è Natale senza il pranzo di Natale

5) Pandoro o panettone?

Nessuno dei due, io opto per il panforte

 

 

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Dal camino

data 15 dicembre

Dal camino

MasMas

Bang! E un’altra andata. Fanno tre colpi rimasti nel tamburo. E là fuori cinque banditos.
Ho sprecato un colpo per avvertimento, ma ci voleva, prima che il mondo là fuori sparisca ingoiato dalla notte.
L’interno di questa baracca di calce è già quasi buio. Almeno, non vedrò la faccia di Fred Hodgson, lì sdraiato che mi fissa con gli occhi spalancati, la mascella sfracellata dalla fucilata. Sembra ancora chiedere cosa è successo.
T’hanno beccato, Hod. E pensare che eravamo noi i cacciatori. Squadra di venti a inseguirne sei. Partiti a dicembre, torneremo per natale, dicevi. Giù fino a San Antonio, poi ancora a sud ovest, per tagliargli la via per il Messico. È andata un po’ peggio.
Ora, sono cinque loro e uno io. Chissà se tenteranno un’irruzione. Avessi pallottole, non ci sarebbe storia.
Fuori, nella prateria, cominciano i suoni delle notti d’inverno. L’aria rinfresca, la stanchezza si fa sentire.
Proprio una bella vigilia di natale. Penso a Personville, all’invito a casa dei Cornwell. Al maiale arrosto e al profumo di mostarda, al ribollire della pentola dei fagioli. A quando ero piccolo e a quanto aspettavo i regali. A quando ero piccolo e ai regali che non arrivavano mai.
Invece eccomi qua. Stanotte me lo faranno un regalo, me lo sento.
Siedo accanto alla finestra, pistola tra le mani poggiate sulle ginocchia. Punto l’ingresso, fuori è già nero.
“Ehi là dentro!” Un grido da fuori. Grazie, mi tenete sveglio. “C’è ancora qualcuno?”
“Sceriffo Joseph Lilnovel. Se vi volete costituire.”
“Sceriffo! Se entriamo, non sarà per quello.”
“Volete una palla in fronte, allora.”
“Palla? Quindi ne ha rimasta solo una.”
Dannati, lo sanno anche loro: “Venite a scoprirlo.”
“Non mancheremo, sceriffo.”
L’istinto mi lancia un brivido su per la schiena, ascolto. Scricchiolio. Il soffitto.
Da fuori non parlano più. Ancora un rumore, più forte. Qualcosa striscia sul tetto. Poi due tonfi.
Il camino. Corro basso fin lì, sotto i passi da sopra. Punto il focolare, sopra armeggiano, poi cade qualcosa nel camino. Sparo, bang!
È un pacchetto. I passi sopra corrono. Li seguo, punto il soffitto, una voce grossa: “Ehi, che modi!”
Rumore, tonfi, trascinare, poi più niente. Sparito.
Il pacco. Dinamite? Corro, mi lancio, strappo la carta. Cadono pallottole, decine, tutto intorno.
Fuori un’ombra in cielo. Un: “Oh oh oh!” lontano. Grazie, amico, chiunque tu sia.


pescepirataMi chiamo MasMas e sono un capitano pirata. Cioè, più che altro un capitOne, di una nave virtuale che si chiama PescePiratA. Cioè, in realtà è un forum letterario dove si scrive e si legge. Cioè.
Joseph Lilnovel è il protagonista seriale di alcune storie, ispirato a un decano navigatore del forum, Giuseppe Novellino, a cui devo l’idea di scrivere del fantawestern.
E niente, queste sono alcune delle cose che faccio, scrivere oltre che giochi di ruolo e informatica, li trovate tutti sul mio sito della Tavola Rotolante (www.tavolarotolante.it).

 

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La favola di Santo Stefano

data 14 dicembre

La favola di Santo Stefano

Michele Scarparo

 

Carlo era un agricoltore. Uno di quelli moderni, con il wi-fi sul trattore e arando un campo consultava il GPS per vedere di non sgarrare neppure di un millimetro. Carlo, che era un bravo ragazzo conscio del fatto che l’ambiente va trattato bene, produceva solo frutta e verdura biologiche. Ci teneva moltissimo che i suoi campi fossero liberi da robacce chimiche e da intrusi di tutti i tipi: spesso gli era capitato di fermare un lavoro per raccogliere un sacchetto di plastica che il vento aveva portato a spasso sopra le sue terre.
Era molto contrariato dall’idea che la spazzatura di qualcuno finisse per errore sotto le radici delle sue piccole piantine, o che si avviluppasse sulle foglie dei germogli che avevano tanto bisogno di sole. Così, il giorno che trovò un bel fiocco rosso attaccato ad un’erba di campo cresciuta in un fosso ai bordi della sua proprietà scese dal trattore piuttosto rabbuiato:
“Possibile che ci sia sempre qualche scriteriato che butta via le cose lungo la strada invece che negli appositi cassonetti?”
Il fiocco scintillava nel sole del primo pomeriggio, mentre i nastri svolazzavano allegri nella tiepida brezza autunnale. Nonostante il fastidio di trovarselo lì, ad un passo dai campi e mezzo metro sopra l’acqua del fosso che serviva ad irrigarli, il fiocco lo indusse a sorridere: era molto buffa questa strana canna solitaria, con in cima quella specie di pompon svolazzante. Scese fin quasi a livello dell’acqua e tese la mano per togliere l’intruso, che però sembrava non volerne sapere di staccarsi.
Dopo qualche inutile strattone, decise di avvicinarsi ulteriormente per sciogliere il nodo che si era evidentemente formato. Sollevò un lembo e: meraviglia! Il fiocco era proprio attaccato alla canna; un piccolo picciolo verde si staccava dal fusto principale e si produceva in questa piccola voluta di nastro. Visto così, a tutti gli effetti, l’impressione era che fosse davvero una specie di fiore.
Forse è qui da molto tempo e la canna, crescendo, lo ha avviluppato, pensò senza troppa convinzione. Era certo di essere passato diverse volte in quel punto negli ultimi mesi; conoscendosi, un fiocco di quella portata non avrebbe potuto passare inosservato per così tanto tempo. Decise comunque di non strappare la canna e di lasciare il nastro dov’era. Nei giorni seguenti però, tornò a controllare ogni sera prima di tornare a casa: il fiocco sembrava sempre più grande e si accentuavano i riflessi dorati, alla luce gentile del sole al tramonto. Dopo una settimana abbondante, Carlo si rese conto che c’era qualcosa sotto al nastro: ancora una volta si fermò e scese fin quasi in acqua per poter osservare da vicino.
Sotto al fiocco era spuntato un piccolo pacchetto di carta verde con una fantasia floreale. Strabiliato, allungò una mano per toccarlo: era proprio una bella carta da regalo che avvolgeva una scatola delle dimensioni di quelle che, solitamente, contengono un anello oppure un paio di orecchini. Il nastro la avvolgeva come se fosse appena stato incartato in una qualche gioielleria del centro. Nelle settimane successive il pacchetto si ingrandì fino alle dimensioni di una mezza scatola da scarpe; allo sconcerto di quel fatto prodigioso si stava cominciando ad unire una sottile inquietudine:
“Fino a che punto crescerà?” si domandava.
Ma la sua preoccupazione più grande era che qualcuno potesse accorgersi di tanta meraviglia e decidesse di staccarlo oppure, pensiero ancora peggiore, che gli rubasse addirittura la pianta. Fu così che decise, un giorno, di andare a prendere la pianta e trapiantarla in un luogo più sicuro. Con il badile scavò una grande zolla intorno al fusto, nel timore di rovinarne le radici; poi la prese e la sistemò in un grande vaso all’interno della sua veranda: lì sarebbe stata al riparo dai primi freddi ma esposta ai tiepidi raggi del sole al tramonto.
Il pacchetto si ingrandì fino a diventare grande come un piccolo televisore: sotto il suo peso la canna si era tutta incurvata, sofferente, e Carlo l’aveva aiutata legandola ad un supporto. L’aveva innaffiata amorevolmente e nutrita con un buon fertilizzante: si vedeva dalle foglie che stava facendo un grosso sforzo per produrre quella grossa scatola sormontata da quel magnifico fiocco rosso.
Infine, un pomeriggio di un giorno di dicembre, quando ormai mancava poco più di una settimana a Natale, sentì un grosso botto provenire dalla veranda. Doveva essere caduto qualcosa; forse, pensò con terrore, si era addirittura rotto il supporto. Corse là più velocemente che riuscì ma, arrivato, non poté che constatare che il regalo si era staccato dalla pianta e che lei se ne stava lì, dritta e libera da tutto quel peso. Le foglie avevano assunto una posizione diversa dal solito, quasi la pianta mostrasse tutto il suo orgoglio nell’aver prodotto un regalo così grosso.
Carlo lo raccolse, domandandosi cosa avrebbe dovuto farne. Nel sollevare la scatola si accorse che, staccandosi dal picciolo, il pacco aveva staccato di netto una foglia. Dispiaciuto, decise di provare a salvarla: la mise in un bicchiere con un po’ d’acqua nella speranza che potesse mettere una piccola radice. Poi, preso il pacco, se ne tornò in casa.
Lo sistemò sotto l’albero; la presenza di un regalo così importante fece di colpo sparire i piccoli pacchetti che aveva preparato per i suoi pochi amici. Lo guardò spesso, mentre la notte di Natale si avvicinava; addirittura provò a scuoterlo per vedere se, dal rumore, si potesse intuirne il contenuto.
Giunta la notte del 24, davanti all’albero ed al presepe illuminati, decise di provare ad aprirlo. Il fiocco non si poteva sciogliere: in realtà sembrava proprio un fiore, con al centro un piccolo seme. Il pacco invece si aprì: conteneva una magnifico modellino di locomotiva, uno di quelli addirittura da collezione. Carlo, da sempre appassionato di treni, si commosse persino, per aver ricevuto un regalo tanto bello ed inaspettato. Corse dalla pianta, accarezzandone le foglie per ringraziarla. Poi, sempre nel tentativo di aiutarla per quanto possibile, provò anche a piantare quel piccolo seme contenuto nel fiocco.
In capo a qualche settimana, sia la foglia che il seme avevano dato segno di essere riusciti a sopravvivere. Confortato dal successo, Carlo decise di costruire una serra per piantare queste magnifiche piante e dare loro tutti i comfort che meritavano. Tra semi e talee si trovò ben presto ad avere molte piante nella propria serra e l’autunno successivo fu un profluvio di regali. Dal colore e dalla fantasia della carta, pardon, della buccia, era in grado di distinguere se fosse destinato ad un uomo o ad una donna, ad un ragazzo oppure ad una bimba. Tutti, quel Natale, si mostrarono entusiasti dei suoi regali e tutti, invariabilmente, gli dissero che quel regalo era in assoluto la cosa che più avrebbero desiderato ricevere.
Spinto da questo successo, impiantò una seconda serra e cominciò a trascurare i campi per dedicarsi notte e giorno alle sue amate piante da regalo. In breve cominciò ad averne così tante che si mise d’accordo con i negozi perché vendessero direttamente i suoi pacchi invece dei regali normali. Oscurò i vetri laterali delle serre perché nessuno potesse vedere cosa succedeva al loro interno e installò un impianto d’allarme perché nessuno potesse impadronirsi del suo segreto.
La gente, però, cominciò a discutere di come facesse a produrre così tanti pacchi con i regali.
“I regali di certo non gli crescono sugli alberi”, dicevano alcuni, domandandosi davanti ad un bicchiere di vino da dove arrivasse tanto ben di Dio.
“Tutti questi pacchi sottocosto, finiranno per fare chiudere le aziende.”, dicevano altri, proprietari di qualche industria di giocattoli.
Un altro Natale si avvicinava velocemente, il cielo era sempre più scuro e l’aria sempre più fredda. Ai primi di dicembre la neve cominciò ad imbiancare case, vie e piazze e la gente cominciò a comperare i regali nati dalla piante. Chi non aspettò Natale, trovo comunque sempre ed invariabilmente la cosa che più desiderava, che fosse una bambola, una cravatta, oppure un viaggio ai Caraibi. Per Carlo fu un successone, ma per i produttori di regali fu una debacle. Un’autentica Caporetto.
La primavera successiva, con i guadagni del Natale precedente, Carlo iniziò a costruire altre serre dove crescere amorevolmente le piantine. Entrare in quelle case di vetro, al tepore del sole, circondato da migliaia di piante con fiocchi di tutti i colori lo riempiva di gioia. Così una domenica se ne andò fuori città, al mare. Voleva riposarsi delle fatiche fatte negli ultimi anni, dedicati completamente alle sue adorate colture; voleva sentire la sabbia sotto ai piedi come quando era bambino ed il rumore delle onde che si frangono lievi sul bagnasciuga.
Fu un pomeriggio felice: cullato dei richiami dei gabbiani e purificato dall’odore salmastro che spirava dal largo gli parve di tornare fanciullo, quando su quelle spiagge era solito andare a passare con i nonni i primi giorni di vacanza dalla scuola. Poi, dopo qualche ora, il sole decise che era tempo di scendere per mettersi a dormire e Carlo salì in macchina per tornare a casa.
Quando rientrò dal cancello d’ingresso, però, ebbe una brutta sorpresa. Le serre giacevano a terra, distrutte. Le piante, secche e moribonde, erano state avvelenate. Con le lacrime agli occhi si domandò chi avesse potuto fare una cattiveria simile, solo per rispondersi con una lunga lista di nomi. Venne il commissario: si guardò in giro, fece qualche rilievo. Nessuno aveva visto nulla. Nessuno aveva udito nulla. Così, svogliatamente, compilò la denuncia contro ignoti e se ne tornò tranquillo in commissariato.
Carlo era distrutto. Tutte le sue povere piantine! Di colpo gli sovvenne che forse una si era salvata: la prima, quella che aveva trovato nel fosso, l’aveva sempre tenuta con sé nella veranda! Corse in casa e la trovò, quieta, nel proprio vaso. Come sempre. Molte lacrime bagnarono le foglie quella notte. Quando venne giorno, infine, Carlo cominciò a chiedersi cosa fare. Una grande rabbia stava montando in lui, e diceva alla pianta tutti i suoi propositi bellicosi.
Quella lo ascoltava paziente, ma le foglie rimanevano mogie; non sembrava così concorde con i piani di battaglia dell’agricoltore. Allora Carlo la guardò e le chiese:
“Non sei d’accordo con me?”
La pianta non rispose, naturalmente, ma le foglie che cadevano molli lungo i fianchi del fusto erano tutto tranne che un sì. Carlo allora capì cosa volesse dire la pianta; le sorrise e disse:
“Va bene. Allora faremo come dici tu.”
Lei capì che lui aveva capito e, per l’emozione, risollevò tutte le foglie.
Così Carlo fece rottamare tutte le serre; si comperò un trattore nuovo e tornò a coltivare i campi a granoturco come aveva sempre fatto. Però tenne per tutta la vita cara e nascosta la pianta della veranda. Lei, per ringraziarlo, tutti gli anni gli faceva un pacco sempre più grosso che lui apriva invariabilmente per S. Stefano: ogni volta era così certo di trovare il regalo perfetto: quello che lui desiderava davvero e che nessuno aveva pensato di regalargli.


1535051_668710513167415_1296336683_nMichele Scarparo

Mi piace: la Grecia, il mare fuori stagione, la natura, il vento forte, il sole d’agosto, l’abbronzatura, il sudore figlio della fatica, dormire svestito, il formaggio di pecora, le erbe aromatiche, il vino fruttato, l’odore della sabbia bollente, le nuvole che corrono nel cielo, le luci della pianura viste di notte dalla cima di un monte, i piedi delle donne, i gatti che si strusciano, i sorrisi, i capelli slegati, un abbraccio la mattina appena sveglio, il caffè amaro, yogurt e miele, il profumo del lievito, volare con la fantasia, raccontare storie.
Non mi piace: le promesse non mantenute, il mare in alta stagione, lo smog della val padana, il traffico in autostrada, non avere tempo, le parole che non si incastrano, la cattiveria in ogni sua forma, le bevande gassate, le feste con troppa gente, i libri scritti male, sentirmi inutile, i panni da lavare e da stirare, il lavoro che serve per pagare le bollette, lo stress, le pretese inutili, la televisione, i rumori quando scrivo, i cd che saltano, i gatti che perdono il pelo, dimenticare la caffettiera sul gas, guardare un foglio bianco e chiedermi: “E mo?”


Questo racconto lo trovate anche sul blog di Michele Scarparo: Scrivere per caso

 

 

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Foto di Roberto Di Veglia

data 13 dicembreFoto: Il Natale

 Roberto Di Veglia

Oggi vi proponiamo delle fotografie. Immagini che raccontano il Natale attraverso l’obiettivo di Roberto Di Veglia.

Comunicare, raccontare o forse testimoniare mediante l’immagine non è un’invenzione dei tempi moderni, che sono però caratterizzati da un uso massiccio e massificato di tale strumento. La diffusione di smartphone e social network ha contribuito a espandere e veicolare soprattutto tra i giovani l’utilizzo di questo mezzo, rimane comunque a diversificare, a fare la differenza, la capacità di fermare lo sguardo su una prospettiva particolare, di creare o meglio far accadere una certa scena irripetibile. Ecco quindi che  la fotografia (descrivere) rappresenta, in fondo, solo un modo particolare di “scrivere”.  Ringraziamo Roberto per la sua partecipazione alla nostra iniziativa, tra l’altro la “copertina” del Calendario dell’Avvento è proprio un suo scatto, che qui potete vedere nella versione originale.

Bianco Natele
Bianco Natale
Let it snow
Let it snow
Natale in Darsena
Luci – Natale in Darsena
Milano_Natale_in_Darsena_1
Aspettando il Natale in Darsena
Decorazioni
Decorazioni

MeRoberto Di Veglia

Sono nato a Roma dove vivo e lavoro. Appassionato di arte e in particolare di fotografia da sempre, negli ultimi anni, tuttavia, anche grazie a fortunati incontri, la fotocamera è diventata per me molto più che un semplice passatempo.
La fotografia cambia il tuo modo di osservare ciò che ti circonda. Che tu sia fuori per fotografare o meno, se hai questa passione sarai sempre pronto, in qualsiasi momento, a cogliere e fissare un immagine. Magari anche solo nella tua mente.
E’ un esercizio salvifico che in tempi come quelli attuali, dai ritmi di vita forsennati che ti portano a consumare tutto in fretta, a spostarci da un luogo ad un altro nel più breve tempo possibile, la voglia di osservare ti obbliga a rallentare a sollevare lo sguardo da terra e a cercare il bello. Anche laddove si fa fatica a vederlo.


Roberto ci ha voluto anche lasciare le sue risposte alle nostre curiosità sul Natale

1) Qual è il Natale che ricordi con particolare attenzione e perché?
Non ce n’è uno in particolare, ma di sicuro tutti quelli dell’infanzia sono per me un ricordo dolcissimo e indelebile. Non so cosa darei per rivivere ancora solo per una volta la stessa emozione di quando bambino trepidavo nell’attesa del Natale.

2) Se potessi scegliere, cosa vorresti ti regalassero per Natale?
Di cose che mi farebbero piacere ce ne sono. Ma trattandosi di Natale mi piacerebbe qualcosa da condividere con la mia famiglia. Un bel viaggio con i miei cari ad esempio potrebbe essere un regalo natalizio appropriato.

3) Se pensi al Natale, quale racconto, romanzo o poesia ti viene in mente?
Una commedia teatrale: “Natale in casa Cupiello” di Eduardo De Filippo. Senza dubbio un capolavoro con cui il Maestro traccia uno spaccato familiare da par suo, dove il protagonista si aggrappa disperatamente alla tradizione del Natale, per non vedere il disfacimento della propria famiglia. Struggente.

4) Non è Natale senza… continua tu.
Famiglia. Meglio se con bambini.

5) Pandoro o panettone?
Fino a qualche tempo fa pandoro. Ma dopo aver assaggiato il vero panettone artigianale milanese ho cambiato idea.

 

Pubblicato in: Calendario dell'avvento, iniziative

Il Viaggio

data 12 dicembre

Il Viaggio

Isabella Valerio

Il funerale è finito. Torniamo a casa. Mia madre cammina sempre più storta, ha perso il suo asse di equilibrio, ha perso mio padre.
Vorrei lasciarmi andare anche io. Raggiungerlo. Se lui non è riuscito a rimanere qui con noi, nonostante il bene che ci voleva, voglio andarmene anche io, e sperare in quell’altro mondo, uno dove possiamo ritrovarci e stare insieme, in un per sempre più definitivo di questo.
Ma i bambini sono piccoli, hanno bisogno di me, e anche mia madre. Mi aggrappo a mio marito Filippo, lui mi abbraccia, forte.
Come posso raddrizzare la terra sotto i nostri piedi? Cerco radici. L’unica sorella rimasta di mamma è in Canada.
L’ultimo Natale che hanno passato insieme è stato quarantanove anni prima.
Porto mia madre impellicciata a spasso per scali di aeroporti con l’obiettivo di passare il Natale dalla sorella, lontana mezzo pianeta. Lei corre per i corridoi con una postura a me estranea, la conoscevo chiusa e riservata, ora abbraccia tutti felice, raccoglie i volantini turistici nell’inutile tentativo di fissare nella mente ormai labile quella fuggevole sensazione di euforia che l’accompagna. Dal finestrino osserva il sole, inghiottito da un mare di nuvole. Il suo è un imbarazzante stupore infantile che non ha mai avuto occasione di esternare neppure da piccola.
Forse cerca Babbo Natale, così presente qui, adesso.


valerioIsabella Valerio

Una delle cose più belle che mi abbiano mai detto: sono stata sveglia tutta la notte perché dovevo finire di leggere il tuo libro. (Ero alle medie, in classe si passavano un quaderno che avevo scritto a mano). L’ho chiuso in un cassetto e dimenticato. Solo molti anni dopo ho ripreso a scrivere. Più passo il tempo a digitare storie e più capisco l’autrice di Harry Potter. La fantasia è una bacchetta magica, quando ci si mette davanti al foglio bianco si fa un atto di fede, e la fede produce miracoli.


Anche Isabella si è cimentata con le nostre domande sul Natale. Vi anticipo che non sa scegliere e si mangerà entrambi, il Panettone e il Pandoro, per il resto ecco a voi:

1. Qual è il Natale che ricordi con particolare attenzione e perché?
Uno dei primi ricordi, l’attesa di Gesù Bambino che portava i doni, anche se sapevo che erano i miei genitori, era comunque una cosa magica.

2. Se potessi scegliere, cosa vorresti ti regalassero per Natale?
Un po’ di serenità, per tutti.

3. Se pensi al Natale, quale racconto, romanzo o poesia ti viene in mente?
Una storia che mi raccontava mio padre, di un bambino rimasto orfano che scriveva a Babbo Natale. Gli impiegati della posta aprivano e leggevano le lettere indirizzate al Polo Nord, impietositi per la triste storia, avevano raccolto dei soldi per poi rispedirla al mittente. Ricevuta la risposta con i soldi, l’orfano si era lamentato di non avere ottenuto che una parte della cifra richiesta e la storia si concludeva con una battuta che non ricordo, ho cercato la storia fra i libri di casa e in rete ma non l’ho mai trovata. Se qualcuno la conoscesse…

4. Non è Natale senza…continua tu.
Per me il Natale è il calore degli affetti.

5. Pandoro o panettone?
Perché scegliere? Li adoro entrambi, sono molto golosa e ci aggiungo il mascarpone da spalmare sopra, e anche il tiramisù che a Natale sulla nostra tavola non manca mai e il tronchetto al cioccolato.

Pubblicato in: Calendario dell'avvento, iniziative

Un dono sotto le stelle

data 11 dicembre

Un dono sotto le stelle

Helena J. Rubino

Mi chiamo Yago e frequento la terza del liceo scientifico. Teo, il mio compagno di banco, sgranocchia matite una dietro l’altra; lo aiuta a concentrarsi dice lui. Faccio finta di credergli, ma si tratta di ansia, ed io ne so qualcosa: arrivato alle falangi, non ho più unghie da divorare. Il mio amico secchione non perde una parola di quello che spiega l’insegnante, tanto che delle gocce dal naso cadono sul quaderno. Gli offro un fazzoletto, e nemmeno mi ringrazia, troppo concentrato a guardare la lavagna. Stringe gli occhi, e credo che debba cambiare di nuovo le lenti; farebbe prima a portarsi un binocolo.
Gli voglio bene, ci capiamo al volo, e quando mi consola parlando di un nostro futuro da manager, lo abbraccio così forte che potrei stritolare il mucchietto di ossa che si ritrova.
A scuola ho la media del sei e mezzo; per mia disgrazia la mediocrità mi perseguita anche nell’aspetto: la faccia tonda, i capelli di una tinta scura spenta, come il mio sguardo.
Immagino di segnare quel gol che faccia vincere la partita, e tutti i compagni di squadra, orgogliosi di me, mi sollevano a fare surf come le rock star ai concerti. Invece la maggior parte delle volte rimango in panchina, e se perdiamo, la colpa ricade su di me, anche quando non ho partecipato alla partita.
Su una cosa sono forte: il gusto in fatto di ragazze. Mi piacciono le più belle; quelle irraggiungibili.
Quest’anno Veronica ha occupato il banco vuoto in prima fila; si è appena trasferita, e i maschi della scuola fanno a gara per aggiudicarsela. Non ho mai visto una ragazza tanto graziosa; nel gruppo appare come un’orchidea tra le ortiche. Mi guarda e accenna un sorriso, le guance rosa e capelli come il grano. Ho la bocca spalancata e, grazie a Dio, prima di sbavare, Teo mi rifila una gomitata risparmiandomi l’ennesima figuraccia.
La campanella segna la fine delle lezioni e l’inizio delle vacanze di Natale; per un po’ eviterò gli scherzi di Nico, e la sua compagnia di bulletti.
Gli studenti aprono le porte e spingono verso la libertà, con la complicità della bidella felice per loro; usciti, esultano dalla gioia. Io e Teo in fondo alla fila ci muoviamo pacifici.
«Un dono per te dal polo nord!» Il prepotente tatuato fino alla gola e suoi sudditi sghignazzano affumicati dalle sigarette, mentre fisso sconsolato le ruote squarciate della bici.
Veronica cammina con le amiche e avverto il suo sguardo su di me. Non voglio che mi veda scoppiare in lacrime, così le ricaccio in gola, come quella rabbia che mi spinge a spaccare la faccia a Nico, ma non ne uscirei vivo, e ci rinuncio.
Un profumo di fiori arriva prima della voce, una mano vellutata prende la mia. «Chi è stato?»
Il cuore ha smesso di battere, ha preso l’ascensore in compagnia dello stomaco riempiendo la bocca e bloccando ogni parola. Non ho fatto niente di male, perché allora mi vergogno?
«Beh, volevo sapere se sei disponibile a partecipare alla raccolta fondi per la scuola. Ci troviamo in piazza il giorno della vigilia, alle cinque; indossiamo dei costumi e animiamo un po’ la festa.»
Riesco appena a muovere la testa in un cenno di assenso, e il sorriso che le illumina il volto mi fa sentire così leggero che per un attimo tutti i miei problemi diventano piccoli.
Per un attimo, appunto.
«Lascia perdere lo sfigato, bambola.» Nico la circonda con un braccio e la trascina via, ma Veronica non sembra gradire e si libera di lui scrollando le spalle; corre a raggiungere le amiche e prosegue con loro.
Teo ha lasciato la sua bicicletta vicino alla mia, e per solidarietà percorre la strada a piedi con me. Domani partirà per fare visita ai suoi parenti del sud. «Ci rivedremo dopo le vacanze. E ricorda: i tempi duri non durano mai, ma le persone toste sì.»
«E tu sei un immortale, amico.» Lo stringo tanto da fargli mancare il respiro, e ci salutiamo pugno contro pugno.
Piegato in due dal peso dello zaino, rientra in casa, la sua mamma ad attenderlo sulla soglia mi saluta con la mano. Ricambio con un sorriso sollevando la mia.
Mi sento già depresso.

Vigilia di Natale

Cerco Veronica perché per il resto delle persone sembro invisibile. La piazza è limitata da transenne contornate di ghirlande. Al centro l’abete brilla di led multicolori e una tenda luminosa decora l’ingresso della casetta di legno di Babbo Natale. Stuzzicato dal profumo di vaniglia e frittelle, osservo la parete del municipio resa maestosa dalla proiezione di fiocchi di neve.
Martina, la figlia del sindaco, mi urta con la schiena e si accorge che esisto. «Oh, eccoti! Vieni con me.»
Come sosia di Velma, i suoi genitori non potevano farle un regalo più indovinato, e in anticipo pure: un cucciolo di alano che la segue ovunque costretto in un capottino rosso e risvolti bianchi. Non mi meraviglierei se lo avesse chiamato proprio Scooby.
Ha organizzato tutto lei. Vestita di verde con l’immancabile cappellino da folletto, salta come una cavalletta tanto che gli occhiali le rimbalzano sul naso.
Mi afferra una mano e mi accompagna all’interno di un edificio lì a fianco; mi faccio spazio tra il viavai di ragazzi. Entriamo in una stanza, dove file di appendiabiti sfoggiano costumi di varie taglie e fattezze. «Scegli il vestito che ti piace; quando esci ti darò le indicazioni.»
«Okay.»
In un balzo sparisce lasciandomi solo.
Scorro gli attaccapanni e cerco un costume che non mi renda più ridicolo di come già non mi senta. E trovo quello ideale, anche se scomodo. Entro nell’involucro di pelo e divento irriconoscibile; sistemo la testa di renna con tanto di corna, il mio viso spunta appena, quel che basta per vedere e respirare. Sbuffo, esco e raggiungo la piazzetta, indagando su quale ruolo demenziale Velma, ehm, Martina mi assegnerà.
Il chiosco della cioccolata e vin brulé ha già i suoi addetti; delle ragazze dietro a un banchetto impacchettano regali in cambio di offerte, e i Babbi Natale offrono caramelle ai bambini. Oddio, adesso spero che quei mocciosi viziati non si inventino di montarmi in groppa come una renna vera!? Ho scelto un costume pericoloso. Torno indietro per cambiarmi, quando odo una voce soave, ma disperata: proviene dal retro del municipio e la seguo come farebbe un serpente incantato dal suono di un flauto. Quando la raggiungo le mie gambe diventano di pietra. Nico la infastidisce, avvicina le sue schifose labbra a quelle di lei, e nel vederlo il mio stomaco brucia peggio di quando da bambino ho bevuto della candeggina.
«Non fare la timida, bambolina.»
«Ti ho detto di lasciarmi in pace!» Veronica lo allontana da sé con uno spintone.
Credo che uno spiritello si sia impossessato delle mie membra, poiché all’improvviso mi sento invincibile: carico il ragazzo come un toro molestato dal torero, incespico sui copriscarpe, e gli cado con tutto il peso sopra ritrovandomi con gli occhi sui suoi terrorizzati.
Lo lascio a terra a imprecare e afferro per mano la fatina, la porto con me ben contenta di seguirmi. Ci allontaniamo dalla folla, dal chiacchiericcio e dal suono delle cornamuse.
«Posso vedere il volto del mio salvatore?»
Temevo me lo chiedesse. Adesso toglierò la maschera e con essa la magia della serata finirà in fondo al cesso. Veronica ha trattenuto le lacrime nonostante tremasse come una foglia dallo spavento, ma ora le lascerà andare, scoprendo che il suo eroe non è altri che il più sfigato tra i compagni di classe.
Mi siedo sulla panchina lungo il fiume, l’acqua scorre con il suo fruscio e specchia le luci colorate che adornano il ponte di legno. Sfilo la testa di renna e fisso la sponda di fronte. Ho i capelli appiccicati e il volto imperlato di sudore, mentre avverto i suoi denti sbattere come due nacchere; infreddolita nel vestitino azzurro in tulle. La mano fresca mi gira il volto, e le sue labbra raggiungono le mie per sbaglio.
Con la lingua mi accarezza la bocca, e non credo possa trattarsi di un altro errore. Come assaggiare del cioccolato, e non riuscire più a farne a meno: il mio primo bacio.
Il cuore esplode in tre colpi. I botti annunciano l’inizio dello spettacolo pirotecnico.
Mi sento confuso.
E poi odo quelle parole, e il mio ego mummificato risorge. «Speravo proprio che si nascondesse il tuo volto, dietro alla maschera.»
Abbraccio la fatina e la riscaldo con il velluto del costume; lei si avvinghia a me mentre i nostri sguardi riflettono esplosioni di piogge argentate.


helenaHelena J. Rubino

Mi piace scherzare, prendere la vita come viene e dare consigli. Gli amici mi giudicano un po’ pazza e hanno ragione, però non mi abbandonano mai.
Scrivere mi aiuta a tenere i piedi per terra, per non confondere le fantasie con la realtà.
Se mi cercate, lavoro in un luogo dove le menti sono perse in diverse dimensioni, ma ognuno ha ragione nella propria certezza.
Il mio moto è: ama i tuoi desideri.


 

Ecco a seguire, dopo il racconto, le risposte di Helena alle nostre curiosità sul Natale

 1) Qual è il Natale che ricordi con particolare attenzione e perché?

Ricordo con simpatia una notte di Natale da amici, qualche anno fa. I bambini piccoli con occhi sgranati fissavano mio cognato mentre saliva la gradinata, era vestito da Babbo Natale con un pesante sacco sulla spalla colmo di doni, e ovviamente noi adulti a sbellicarsi dalle risate.

2) Se potessi scegliere, cosa vorresti ti regalassero per Natale?

Il mio regalo perfetto? Una giornata rinchiusa all’interno di una biblioteca antica, accompagnando la lettura con musica celtica, incensi accesi e candele, e se scoppiasse un temporale potrei spegnere anche lo stereo e godermi i tuoni.

3) Se pensi al Natale, quale racconto, romanzo o poesia ti viene in mente?

Natale mi ricorda tutti i film e cartoni tratti da fiabe proposti al cinema sotto le feste. In particolare ricordo “Mamma ho perso l’aereo”, che ancora adesso mi fa sognare.

4) Non è Natale senza… continua tu.

Non è Natale senza la mia famiglia e un pranzo luculliano, ma per lavoro capita spesso che sia io a mancare.

5) Pandoro o panettone?

Panettone soffice e con tanti canditi, quello al cioccolato però non mi piace.

Pubblicato in: Calendario dell'avvento, iniziative

Il cugino di Babbo Natale

data 10 dicembre

Il cugino di Babbo Natale

Luca Martini

 

Lottava. Con tutte le sue forze.
Lottava col sonno, ma voleva resistere.
D’altro canto, ormai mancava poco alla mezzanotte, nemmeno mezz’ora, ed era certo che Babbo Natale sarebbe arrivato di lì a poco a portare regali, dolcetti e sorprese. Glielo dicevano da anni la mamma e il papà, e lui era certo che quella volta l’avrebbe visto, non come l’anno precedente, che si era addormentato subito.
No, quella volta, finalmente, avrebbe capito.
Ettore aveva dato la buonanotte, li aveva baciati, papà sulla guancia, mamma sulle labbra, si era sdraiato nel letto ma non aveva chiuso gli occhi. Aveva sentito ogni rumore, ogni passo, ogni parola. E adesso che tutto taceva aveva aperto la porta della camera, l’aveva avvicinata e si era seduto lì vicino, per sbirciare.
Il tempo passava lentamente.
Teneva il mento appoggiato alla mano destra, che ogni tanto cedeva e lo faceva svegliare di colpo, e tutte le volte che capitava si diceva: ancora poco, dai, resisti.
Era andato avanti così per quasi due ore. Poi, proprio quando sentiva gli occhi ormai chiudersi del tutto, avvertì un rumore.
Un cigolio, una porta che si chiudeva, qualcuno che entrava in sala e camminava sul parquet.
Non era chiaro da dove sarebbe passato Babbo Natale, visto che non avevano un camino e che i tubi, nonostante quello che gli raccontava la mamma, erano troppo piccoli per far passare un omone come quello. Che poi, chi l’aveva mai visto ‘sto Babbo Natale? Chi lo conosceva? Per quanto ne sapeva Ettore, poteva anche essere un nano tipo quello che aveva visto al circo la settimana prima, o un ragazzotto smilzo, o, che so, una femmina.
No, no, ma che dici? Babbo Natale è sempre lo stesso.
Anziano, corpulento, alto, vestito di rosso, barba bianca, cappello con pon pon.
Altro che femmine, nani, magri e bambini.
Babbo Natale è così e non si discute.
Punto.
Ettore si scosse, spalancò gli occhi, scese dalla sedia e buttò il naso oltre la porta. Cercò di capire cosa stesse capitando, più con le orecchie che con gli occhi.
Qualcuno stava armeggiando in sala, vicino alla credenza.
Da lì non vedeva molto, solo un’ombra indistinta che faceva qualcosa.
Sembrava piegata, quell’ombra, come se stesse cercando o sistemando oggetti e soprammobili.
Ettore scivolò fuori dalla camera facendosi sottile, percorse il corridoio senza peso, in punta di piedi, e giunse fino alla sala. Passando rovesciò la cesta di giocattoli che stava sotto, vicino al televisore, e l’uomo, spaventato, fece un balzo all’indietro, coprendosi d’istinto il viso con la sciarpa.
“Chi sei?” fece Ettore accendendo la luce.
L’uomo, colto in flagrante, si infossò nelle spalle e camuffò la voce, rendendola scura e stentorea.
“Io… Io… Sono qui per i… Per i regali”.
Ettore lo squadrò senza paura, con un’aria interrogativa che aveva poco di infantile.
“Ma tu non sei Babbo Natale, non hai il berretto rosso, non sei vecchio”.
“Sono… Il cugino di Babbo Natale”.
“Il cugino?”
“Sì, sono il suo cugino preferito”.
“E perché non è venuto lui?”
“Aveva molto da fare stanotte, domani è Natale e lui è in giro per il mondo, a portare regali a tutti, e così mi ha chiesto di dargli una mano e di venire qui da te”.
Ettore lo guardava strizzando gli occhi, sporgendosi a destra e a sinistra, per non perdere nessun particolare.
“E io chi sono? Non merito Babbo Natale, io?”
“Ma certo, solo che non poteva proprio, ecco”.
Ettore lo percorse da capo a piedi, come uno scanner.
“E perché hai le scarpe di papà?”
L’uomo abbassò lo sguardo, maledicendosi per aver scelto proprio quelle Nike gialle che aveva solo lui in città. O quasi.
“Non sono le sue, sembrano le sue, ma sono le mie”.
Ettore fece un passo avanti, mentre l’uomo sembrava una statua di sale.
“Non capisco perché Babbo Natale non ti ha dato un vestito come il suo. Che razza di festa è, così?”
“Non ci pensare, ora lasciami finire e vai a dormire. Domattina troverai regali bellissimi”.
Ettore indietreggiò e annuì senza troppa convinzione.
Osservò i sacchi che quell’uomo aveva con sé.
C’era qualcosa che non gli tornava.
Quell’uomo non era Babbo Natale, questo era chiaro, ma non era nemmeno suo cugino.
Ettore spense la luce e attese, fingendo di andare in camera.
L’uomo continuò a fare rumore e gli parve mettesse qualcosa nel sacco anziché svuotarlo.
Ettore guardò nell’angolo e vide che sotto l’albero non c’era niente.
Era tutto vuoto e non c’erano regali.
Quell’uomo portava via cose, altro che Babbo Natale.
Aveva le scarpe del papà e rubava in casa loro.
Quello era un ladro.
Così andò nell’ufficio e aprì il cassetto.
Tirò fuori la pistola di suo padre e tolse la sicura, come gli aveva visto fare tante volte. Poi prese il caricatore che suo papà teneva pieno di pallottole nel cassetto in basso e cercò di infilarlo nella rivoltella. Non l’aveva mai fatto prima ma aveva visto suo padre spiegarlo alla mamma.
“Devi saperlo anche tu, se qualcuno viene a rubare in casa dobbiamo essere pronti a difenderci”.
Le mani gli tremavano ma si sentiva grande, capace di qualsiasi cosa.
Tornò in sala, camminando con decisione, arrivò fin sulla porta e accese la luce.
“Fermati” disse con la voce piccola ma sibilante.
L’uomo si voltò di scatto e quando vide la canna della pistola che brillava alla luce della nuova lampada a led rimase paralizzato con il sacco nella mano sinistra e un pacco nella mano destra.
“Ehi, che fai?”
“Hai cambiato voce…”
“Ettore, sono papà, metti giù quella pistola” disse posando il regalo e abbassando la sciarpa che gli copriva il viso.
Ettore lo fissò senza abbassare l’arma, mentre le mani gli tremavano sempre di più. Mise la mano sinistra sotto quella che impugnava l’arma, cercando di mirare meglio, senza troppi scossoni.
“Papà? Cosa ci fai in casa nostra, come un ladro?”
“Tesoro, facevo finta di essere Babbo Natale, vedi? Ho portato i regali per te e per mamma, su, posa quell’arma”.
L’uomo fece per avvicinarsi al bambino.
“Fermati dove sei”.
Si bloccò, senza capire se il bambino stesse facendo sul serio o se fosse tutto un gioco.
“Perché hai detto che eri il cugino di Babbo Natale?”
Tirò su col naso, muovendo la pistola lungo il corpo dell’uomo.
“Perché mi hai visto mentre portavo i regali e non volevo farmi scoprire”.
“Volevi prendermi in giro?”
“Ma no, cosa dici? Era un gioco Ettore, un gioco, lo fanno tutti i papà”.
“Quello di Mattia no, però”.
C’era della rabbia nella sua voce, nei suoi occhi, sul suo viso che diventava sempre più rosso.
“Ettore, senti, io non so cosa faccia il papà di Mattia, di certo è più bravo di me, ora metti giù la pistola però, va bene? Vengo lì adesso, ok?”
“Non-ti-muo-ve-re”.
L’uomo si fermò ancora, stavolta impaurito.
“Ma che vuoi fare?”
“Volevi prendermi in giro”.
La voce era sempre più nervosa e sottile.
“No”.
“E non ti sei neanche vestito da Babbo Natale, pensavi fossi scemo, uno scemo da prendere in giro, vero?”
“Ettore, ti sbagli, per favore”.
“Neanche lo sforzo di vestirti. Tanto fai sempre così, tu e la mamma…”
“Cosa vuoi dire? Ettore”.
“Tu fai sempre così”.
L’uomo sgranò gli occhi, Ettore li strinse, l’uomo schiuse le labbra, Ettore sorrise sudando freddo, l’uomo voltò la testa verso la porta, il medesimo sudore sulle tempie. Ettore lo seguì, chiuse gli occhi, digrignò i denti e strinse forte la pistola, tirò con l’indice mentre l’uomo si copriva il volto con le mani, gridando.
Dopo pochi istanti irruppe in sala la mamma, che vista la scena lasciò partire un urlo.
Per qualche istante tutto rimase sospeso e ogni cosa perse di colore.
“Mio dio, ma che è successo?”
L’uomo era per terra, le mani ancora sul viso.
Singhiozzava, immobile, tra i regali impacchettati.
Il bambino era fermo nella stessa posizione, il viso senza espressione.
Di ghiaccio:
“Ma che hai fatto Ettore?”
Il bambino la guardò con gli occhi sbarrati.
“Uno scherzo, mamma. Era scarica, non sono riuscito a infilare il caricatore”.
La madre lo guardava atterrita, senza riuscire a dire o fare niente.
Ettore abbassò la pistola e la porse alla madre.
L’uomo si sollevò, cercando di calmarsi. Sistemò i regali sotto l’albero poi passò vicino al bambino senza guardarlo. Incrociò lo sguardo vuoto della moglie e tirò dritto verso il bagno.
“Buon Natale, cugino di Babbo Natale” disse Ettore sparandogli alle spalle con il pollice e l’indice levati.


luca-martiniLuca Martini (1971), bolognese, è presente in numerose antologie e riviste letterarie, ed è autore di circa trecento poesie, monologhi teatrali, una settantina di racconti, romanzi e favole illustrate. Nel 2008 ha vinto il premio Arturo Loria per il miglior racconto inedito. Un suo racconto, tramite il progetto “Sorprese Letterarie”, promosso dalla scuola Holden di Torino, è finito tra le sorprese di migliaia di uova di Pasqua.
Tra le sue pubblicazioni più recenti: il romanzo Il tuo cuore è una scopa (Tombolini Editore, 2014), la raccolta di racconti L’amore non c’entra (La Gru, 2015), la raccolta collettiva di memorie Il nostro due agosto (nero) e il libro per bambini Il coccodrillo che voleva essere drago (D Editore, 2017). Insieme a Gianluca Morozzi ha curato le antologie di racconti  L’ultimo bicchiere (Cicogna, 2016), Più veloce della luce (Pendragon, 2017) e Vinyl – storie di dischi che cambiano la vita .


Nel ringraziare anche Luca Martini, per aver partecipato alla nostra iniziativa, siamo curiosi di conoscere come ha risposto ai quesiti sul Natale.

 1. Qual è il Natale che ricordi con particolare attenzione e perché?

il Natale dei miei cinque anni, perchè si partiva per andare dai miei zii, che avevano un hotel con ristorante, che in quei giorni era chiuso, e quindi il posto era tutto per me. Eravamo in tanti e si festeggiava per tre giorni. Era festa sempre, e quella gioia così, spensierata e semplice, non l’ho mai più ritrovata.

2. Se potessi scegliere, cosa vorresti ti regalassero per Natale?

Libri e musica, di qualunque tipo.

3. Se pensi al Natale, quale racconto, romanzo o poesia ti viene in mente?

Mi viene in mente il racconto “Neve fresca” di Tobias Wolff, tratta dalla raccolta “Proprio quella notte”. Penso a un passaggio: “Solo questo forse posso dire: se non avete mai guidato nella neve fresca e farinosa, non sapete cosa sia guidare.” E poi “Notte di Natale” di Baglioni, che non ho mai amato, ma che per lungo tempo ho ascoltato proprio quella sera. Infine, un film, “Regalo di Natale” di Pupi Avati.

4. Non è Natale senza…continua tu.

Senza il torrone morbido della Pernigotti con il Moscato d’Asti dei Vignaioli di Santo Stefano.

5. Pandoro o panettone?

Assolutamente Pandoro, il Bauli per me vuol dire Natale. Ma ho una grande curiosità per quelli artigianali, ultimamente sono stato colpito da quelli di Fiasconaro e Loison

Pubblicato in: Calendario dell'avvento, iniziative

Filastrocca di Natale + Quanti sono gli Angeli?

data 9 dicembre

FILASTROCCA DI NATALE

Laura Teodori

Natale è un mistero…
un groviglio, un odore, una luce,
il calore…
Natale è un segreto…
Nascosto sotto il tappeto, o dietro una porta, o in cucina,
o scritto sui vetri della finestra appannati di brina…
E’ un bisbiglio, un rumore, una risatina…
La corsa di una bambina, che cerca, che scruta in ogni angolo e muta,
stringe le mani sorpresa…
Natale è un’attesa…
È un sapore di dolce e salato,
E’ un cielo stellato…
Natale è di tutti, poveri e ricchi, belli e brutti,
E’ un filo sottile che lega…
Natale è una preghiera…


Foto Laura con maglia rossaLaura Teodori

Attrice, regista, autrice. Direttore Artistico dell’Associazione Teatronuovo Sipario Aperto  presso il Teatro Villa Sora di Frascati (Roma) Scrivo e metto in scena spettacoli per bambini ragazzi e adulti (insomma per tutti) e mi dedico alla pedagogia del teatro da ormai innumerevoli anni. Amo l’estate, i gatti e i bambini…coltivo un piccolo orto e molte erbe aromatiche, mangio pochissima carne e mi piace il riso basmati, adoro lo zenzero e le persone sincere….


 

Laura e sua sorella Miriam, Sipario Aperto e tutto il gruppo di persone che lo componeva sono stati per molti anni la mia “famiglia”. Se amo la danza, se amo il teatro, se amo l’arte… beh, molto lo devo a loro, perché hanno saputo trasmettermi il loro amore, la loro passione per queste cose, perché attraverso il filtro dell’arte la vita ha tutto un altro sapore.

Non potrò mai ringraziarle abbastanza. Così come devo dire grazie per il lavoro di editing fatto al racconto che vi presento da parte di uno degli autori, anzi autrici, che prossimamente leggerete: ELLA, che ho conosciuta all’interno del forum letterario PescePirata.


Quanti sono gli Angeli?

Calibano

Din don, din don, din don.
– Valentina, basta con questo campanello!
– Ma Carlo, non lo sai? Ogni volta che un campanello suona, a un angelo spuntano le ali.
– E tu credi a tutte le favole che ti racconta mamma? Sei proprio una boccalona.
– Mamma, mamma! Carlo mi ha detto che sono una boccalona.
Quando arriva il periodo di Natale Carlo diventa insofferente. Odia tutti i preparativi, gli addobbi, le luci, l’albero, il presepe e soprattutto odia l’allegria della sua sorellina.
Tutto ha inizio con i volantini nella cassetta della posta: le pubblicità di Natale arrivano molto presto e i depliant sono un carosello di giocattoli.
Valentina vorrebbe per sé una bellissima minicasa di plastica, con tanto di cucina, tavolo e sedie. È buffa, quando lancia urla di meraviglia alla vista di un carrello completo di ogni attrezzo per pulire, dal mocio all’aspirapolvere. I suoi occhi brillano di stupore, di fronte a una lavatrice in miniatura che fa uscire bolle di sapone dall’oblò.
Ma a Carlo niente di tutto questo sembra interessare. Sono le stelle la sua passione.
Di notte, con il suo vecchio telescopio, osserva quei puntini luminosi sparsi nel cielo e sogna di fare un viaggio nello spazio. Quello sì, sarebbe un vero regalo di Natale!
Carlo è il classico bravo ragazzo, ma quando viene Natale, come per un sortilegio maligno, si trasforma.
Oggi, ad esempio, sta architettando il modo per eliminare quell’insopportabile  campanello della sorella.
Quando ha visto in bagno i due flaconi di acido muriatico che il papà ha comprato per sturare il sifone, subito ha pensato di trovare un pretesto per impossessarsi dell’odioso gingillo e scioglierlo nell’acido.
Solo che quel mostriciattolo di sua sorella non se ne separa mai.
Allora Carlo ha ideato un piano: si è messo a giocare su un tavolino con dei bicchieri di plastica rovesciati, scambiandoli di posto velocemente, ha chiesto poi a Valentina di mettere il suo campanello sotto uno dei bicchieri. Ma la sorellina non l’ha degnato della minima attenzione.
E non parliamo dei vari tentativi di scambio.
Valentina ha rifiutato, nell’ordine: un “Chupa Chups”, la foto di mamma da giovane, una biglia colorata, una grossa penna a scatto che scrive sia blu, sia rosso, sia nero e un vecchio gioco di Carlo con dei quadretti numerati, che lui chiama “spaccaquindici”.
Carlo non demorde e confida nella sera, quando Valentina dormirà. E’ convinto che quello sarà il momento giusto per agire.
Dopo la cena, come è solita fare, la mamma aiuta Valentina nei preparativi per andare a letto. Poi, al momento della buonanotte, il papà legge ai bimbi una storia. Per ultimo si dicono le preghiere: “ …Angelo di dio che sei mio custode illumina custodisci reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste… Amen.”
– Buonanotte Carlo, buonanotte Valentina.
– Buonanotte mamma, buonanotte papà.
Le luci si spengono e Carlo rimane fermo nel letto, ansioso, in attesa che Valentina si addormenti, quando una vocina illumina il buio della stanza:
– Carlo ti piacerebbe essere un elfo di Babbo Natale?
– Valentina! Sei ancora sveglia?
– Sì, non riesco a dormire. Domani devo preparare la lettera per Babbo Natale. Tu lo sapevi che abita in Lapponia?
– E come no! D’inverno. D’estate invece vive alle Maldive.
– Alle Maldive? Ma sono le isole dove è andata in vacanza la zia! Chissà se l’ha visto!
– Guarda, mi ha detto di non dirlo a nessuno, però hanno preso insieme un cocktail a bordo piscina.
– Che cos’è un cocktail?
– Niente Valentina, scherzavo, dai dormi che è tardi.
– Tu mi prendi sempre in giro.
Passata una mezz’ora, per essere sicuro che la sorellina si sia addormentata, Carlo si alza dal letto. Sopra il comodino di Valentina, luccicante nel buio della stanza, brilla il campanellino d’ottone, uno di quelli che una volta si usavano durante la messa. Carlo fa ancora un passo, ma quando tende la mano per prenderlo, sente qualcosa sotto i piedi.
“Winnie ha bisogno di coccole, dai un abbraccio a Winnie…”
Il peluche della sorella per un attimo ferma il respiro di Carlo. Valentina però non si sveglia e così, con un po’ di fortuna, lui si impadronisce del campanellino.
Ora è arrivato il momento di attuare la seconda parte del piano: scioglierlo nell’acido muriatico.
Con il gingillo ben saldo tra le mani, Carlo si avvia verso il bagno. Durante il passaggio lungo il corridoio vede dalla finestra uno strano bagliore. Sembra quasi che una palla luminosa abbia rimbalzato sul balcone. Incuriosito si precipita a dare un’occhiata. In cortile però non c’è nessuno. Guarda in lontananza e non vede niente di particolare. Riprende deciso il cammino verso il suo obiettivo, quando all’improvviso, senza alcun motivo, si mette ad agitare il campanello.
Il suono del “din don” echeggia nella notte.
– Era ora che lo facessi.
– Chi è?
– È tutto il giorno che aspettavi questo momento, di’ la verità!
– Ma chi sei?
Una sagoma biancastra, dalla forma vagamente somigliante a quella di un gatto, si avvicina lentamente. Carlo non riesce a distinguerlo abbagliato dalla diffusa luminescenza che emana.
– Sono quello che desideravi.
– Io volevo solo essere lasciato in pace.
– Proprio per questo sono qui.
Mentre il gatto-palla di luce pronuncia queste frasi, il campanello continua a suonare. La sagoma davanti a Carlo risplende sempre di più, così tanto da costringerlo a chiudere gli occhi. Un grande calore lo avvolge e un fastidioso ronzio, che pian piano diventa assordante, lo attraversa. Lo sfolgorio è una spirale, un vortice, una vertigine, un vuoto che lo riempie di niente. Si sente trasformato in pura essenza, libero, fluttuante, senza gravità, scisso in un milione di atomi, di particelle che danzano, di elettroni, di energia in movimento, un bagliore, un lampo e poi il buio.
Nero.
Solo oscurità intorno, e tanto freddo.
Oltre lo spazio c’è il nulla.
Carlo apre gli occhi e vede il nulla.
Poi, un pochino più in là, raggomitolato come una nuvola nel cielo, il gatto-palla di luce sonnecchiante.
Carlo non fa in tempo a capire dove si trova che una domanda lo aggredisce.
– Non volevi viaggiare nello spazio?
– Lo spazio? Ma… siamo nello spazio?
– Sì ragazzo mio.
– E’ tutto buio e poi ho freddo, ma fa sempre così freddo?
– No, se hai una pelliccia di luce come me.
– E come si fa ad averla?
– Devi appartenere alla stirpe degli stellieri. Ma basta con le domande, goditi il tuo regalo.
– Non voglio star qui da solo, che regalo è?
– Ma come? Finalmente hai il tuo viaggio nello spazio e ti metti a brontolare. Voi umani siete ben strani.
– Ma sono da solo, che ci faccio qui tutto solo?
– Così sei lontano da tua sorella, quella fastidiosa, viziata e super coccolata. Non eri tu quello che si lamentava del comportamento nei suoi confronti?
– Sì, soltanto perché ha cinque anni meno di me, pensano sempre che è piccola e mi dicono in continuazione che devo aiutarla… aiuta Valentina a fare i compiti… aiuta Valentina a riordinare la stanza… aiuta Valentina a vestirsi… insomma lei è fastidiosa, non sta mai ferma, prende e si mette a curiosare nei miei cassetti, usa i miei giochi e durante le feste è insopportabile, ce l’ho sempre intorno.
– Ecco, appunto, qui puoi vedere le tue adorate stelle, senza che nessuno ti infastidisca
– Ma qui fa troppo freddo, non puoi riportarmi a casa? E poi non vedo niente, a parte te.
– Non ti sei accorto che sei della stessa materia di cui son fatte le stelle?
– Io?
– Sì, tu! Come ti ho detto sono uno stelliere e il mio mestiere è accendere le stelle. La mia energia è alimentata dai sogni dei bambini, per questo sei qua.
– Ma io voglio mia mamma e mio papà, e anche un po’ la mia sorellina.
– Io voglio, io voglio… non sai dire altro?
– Giuro che se mi riporti dai miei genitori non mi lamento più. Volevo solo vedere le stelle.
Colpito da quel rimprovero, tremolante dal freddo e impaurito dalla situazione, Carlo non riesce a trattenersi: inizia a piangere e le lacrime sembrano cristalli di ghiaccio, quando cadono emettono un suono. Un “din” seguito da un “don”, che si ripete.
Din don, din don, din don.
Carlo vede il gatto-palla di luce avvicinarsi come una scia biancastra scintillante. Sprigiona piccole esplosioni, sorde, senza rumore, e più si avvicina, più diventa grande. Carlo trema dalla paura, chiude forte gli occhi e si porta le braccia al viso per coprirsi. Rimane così rannicchiato per un tempo indefinito, quasi senza respirare, nel più assurdo silenzio, ma non succede niente.
Allora si fa forza e, prima piano, poi sempre più velocemente, inizia a ripetere una canzoncina: il signor di Tornavento tiene il tempo, tiene il tempo… il signor di Tornavento…
Dondolato dal ritornello prova ad aprire gli occhi.
Attraverso uno spiraglio delle palpebre si fa strada il faccione di Valentina.
– Ma hai dormito tutta la notte qui nel corridoio?
– Valentina…
Carlo è così contento di vedere la sorella che gli viene da ridere. Disteso a terra la tira verso di lui e se la fa cadere addosso. Si rotolano abbracciati, poi Valentina si mette a cavalcioni e allora Carlo scalcia e fa un verso con le labbra come fosse un cavallo imbizzarrito. Anche Valentina ride.
– Ti ricordi Vale? Devi scrivere la letterina a Babbo Natale, hai scelto che regali chiedere?
– No, ancora no. Sono indecisa.
– Se ti scrivo io la letterina, mi regali il campanellino?
– Non posso, devo aiutare gli Angeli. Secondo te quanti sono?
– Boh! No lo so… però… dai fallo suonare, che forse spuntano le ali a un gatto.
– Cosa?
– No, niente…
Din, don, din don, din don.


Le risposte di Laura ai quesiti sul Natale

Chi è Calibano potete vederlo sbirciando tra le pagine del Blog, visto che sono uno degli autori.

Vi propongo invece le risposte di Laura Teodori alle nostre curiosità sul Natale.

1) Qual è il Natale che ricordi con particolare attenzione e perché?

Ricordo le vigilie di Natale ai tempi della mia adolescenza quando mia madre e mia nonna cucinavano e friggevano “di magro” naturalmente e in pastella un po’ di tutto , carciofi , zucche, broccoli, ricotta, cipolle, alici e persino le mele…ne veniva fuori una piramide deliziosa. Nonostante chiudessero la porta della cucina, l’odore si spargeva per tutta la casa e si mescolava ad altri odori …percepibili solo a Natale, e c’era il Presepe fatto da mio padre e la tavola apparecchiata con cura …con mia sorella ci aggiravamo nelle stanze godendoci il calore e l’atmosfera misteriosa dell’attesa…

2) Se potessi scegliere, cosa vorresti ti regalassero per Natale?

Vorrei che mi regalassero un viaggio in Grecia che è la terra dei miei avi…

3) Se pensi al Natale, quale racconto, romanzo o poesia ti viene in mente?

Se penso al Natale più che altro mi viene in mente il film “Fanny e Alexander” di Ingmar Bergman…capolavoro…

4) Non è Natale senza… continua tu.

Non è Natale senza …bambini

5) Pandoro o panettone?

Sicuramente panettone…con tanta uvetta e rigorosamente fatto con lievito madre…

 

Pubblicato in: Calendario dell'avvento, iniziative

Gli angeli vanno col monopattino

data 8 dicembre

Gli Angeli vanno col monopattino

Emmanuel Gallot-Lavallée

Ero andato al nord per accompagnare un’amica in ospedale. Non avevo nulla da fare, ho spinto una porta per caso. Ero entrato in una stanza ed era pure occupato. Stavo per dire: Ops! Scusatemi, cercavo il bagno! Perché gli adulti, quando fanno una figuraccia, devono sempre mentire. Ma una vocina ha risposto: – Sì, dicono molte cose a proposito degli angeli… Era la voce di una piccola bambina sdraiata nel letto. E senza pensarci su, ho aggiunto al volo: E sono tutte sbagliate. La bambina era pallida, e vicino a lei era seduto un uomo. Probabilmente suo padre. Scusate, ho detto e sono uscito. Mi sono un po’ vergognato per non aver salutato la bambina e per essere entrato per sbaglio. L’indomani quindi ho bussato e sono entrato. Tenevo in mano un pacchetto di caramelle. L’ho appoggiato sul comodino. Sono caramelle degli angeli, ho detto… La bambina non ha nemmeno guardato il pacco e si è tirata il lenzuolo come a coprirsi la faccia. Ha detto: Ma io non posso mangiarle! Infatti, non le devi mangiare ma solo annusare, ho precisato. Dipende comunque da ciò che dicono gli angeli. Chiedi a loro e vedrai. Il punto di vista degli angeli è sempre importante. Poi ho fatto un inchino, come fanno i giapponesi. Stavo per uscire e mi sono girato. A proposito, lo sapevi che gli angeli vanno sempre col monopattino? Sì, certo! Mi ha risposto lei. Ci siamo guardati e siccome non avevo più nulla da aggiungere sono uscito. Nell’albergo dove alloggiavo, non avevo granché da fare. E dovevo pure rimanere una settimana intera poiché le analisi della mia amica erano lunghe da fare. Così ho preso un foglio e fatto un disegno. Rappresentava la piccola e un angelo (che aveva appena parcheggiato il suo monopattino vicino al letto). Mangiavano entrambi le caramelle, ma di nascosto. È un classico: gli angeli sono santi ma sono rimasti molto bambini e a volte sono insopportabili, ve lo dico io. Anche se a pensarci bene, lo sono molto di più i grandi, per non parlare delle malattie le quali sono insopportabilissime. Credo che gli angeli aiutino sempre le persone in difficoltà. Aggiunsi queste parole sul foglio, in caratteri cubitali, e poi con la matita rossa ho sottolineato ‘Credo’. Ho precisato poi: Soprattutto le bambine che amano le caramelle. Ovviamente. Poi ho scritto tutto ciò che sapevo sugli angeli: la loro altezza, ciò che mangiano e il tipo di musica che a loro piace. Non ho scordato di precisare che i vecchi angeli non vanno più col monopattino perché è pericoloso per l’artrite, senza parlare della gastrite. Usano semplicemente gli sci o la bicicletta, e credimi, vanno fortissimo, a duecento l’ora. Si divertono da matti. Mi accorsi che stavo parlando a voce alta alla piccola. Era segno, dovevo rivederla. L’indomani mi sono precipitato nella stanza senza neanche bussare. C’era un’infermiera che rifaceva il letto. E la piccola? L’infermiera disse, È andata via ieri notte. Parlava senza girarsi. Dove? – Ma come dove, signore? Non lo sa forse… Sì certo… Certo. L’infermiera mi ha chiuso la porta in faccia. Sono uscito lentamente. Capivo di saper niente, ma noi grandi dobbiamo sempre avere una spiegazione. Alzai la testa, stava per piovere. Il cielo era nuvoloso e complicato, un po’ come quando disegno e non so se devo dipingere un salice piangente oppure un uomo che fa finta che tutto va bene. Vidi tra il disegno, un monopattino con due figurine. Andavano veloci! Poi sono tornato in albergo, la mia amica aveva fatto le valigie e potevamo tornare a Roma. C’è una lettera per te. Chi l’ha portata? Qualcuno. Qualcuno, dissi, ma non era una qualsiasi persona. Dentro la busta c’era una piuma di angelo color azzurro. Poi due righe. C’era scritto: “E mangiano pure le caramelle”. Ne ero sicuro.


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Emmanuel Gallot-Lavallée

casalingo, poeta e pittore, insegna il clown da trent’anni e si specializza ora nell’arte di guardare i tramonti. Si è formato a Parigi presso la scuola di Jaques Lecoq, di cui è stato assistente nel 1981. Nel 1984 ha fondato a Roma la Scuola Internazionale di Teatro con Silvia Marcotullio e Fiammetta Bianconi. Nel 2007 ha diretto i corsi di formazione teatrale, per il Comic Lab di Serena Dandini sulla Presenza scenica, il Melodramma, la Commedia dell’Arte, il teatro dell’Assurdo, il Surrealismo e i colori. Nel 2007-2008 dirige il laboratorio teatrale in un campo Rom in collaborazione con “Ridere per vivere”, realizzando il film documentario “Quando i Rom avevano le ali”. Insegna poi nella scuola Troisi (Scuola Nazionale Comici) a Firenze, crea la scuola residenziale “Il Circo d’Abbruzzo”, a Fontecchio, e la scuola “École des clowns”, a Roma. Autore di diversi libri con Cartman edizioni (Clown celeste, 2010; Che cosa è il clown?, 2012; Un clown alla ricerca di Dio, 2012; Scuola di teatro. Scuola di vita, 2011) e con Meef edizioni (Diario di un clown, 2012; Piccoli racconti spirituali, 2013; Angeli dalle ali verdi, 2016), per Editori Internazionali Riuniti ha già pubblicato Una vita da clown (2012).
Dirige in Italia e all’estero seminari, stage e laboratori di formazione professionale nei quali promuove la sua filosofia: essere, ritrovando il clown che ciascuno ha dentro di sé. Ama gli alberi e portare suo figlio a scuola.

Il suo sito internet è www.emmanuelgallot.com. Questo racconto lo trovate anche sul profilo facebook di Emmanuel Gallot-Lavallée

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L’albero

data 7 dicembre

L’ALBERO

Paolo Costantini

L’anno solare sta all’apparato digerente come le Feste stanno al colon. Dopo undici mesi senza intoppi, ecco questa inesorabile palude di materiale putrescente e puzzolente che si accalca verso lo scolo; questa porzione malata del mio spazio-tempo, che vorrei tagliar via come un chirurgo farebbe con un tumore intestinale. Vorrei che uno fra le migliaia di battiti di ciglia autunnali iniziasse un giorno di fine novembre e finisse non prima del 7 gennaio.
Anni fa riuscii finalmente a concretizzare questo sogno di chirurgia astrale, sia pure in forma attenuata: una ventina di giorni di vacanza in un’isola sperduta, lontano da luminarie alberi addobbati e pacchi regalo depositati là sotto, panettoni pandori panforti pan-tutto-il-resto, cene di San Silvestro, botti di Capodanno e calze della Befana.
L’ultimo giorno di lavoro iniziò come tutti gli altri. Avevo attraversato il parco quasi senza rendermene conto, a testa bassa, auricolari traboccanti musica classica, sguardo ipnotizzato dall’allarga stringi allarga stringi allarga stringi delle losanghe a mattoncini rossi intarsiati nel piastrellato grigio del vialetto. Tranquillo, con i miei soliti dieci minuti di anticipo, stavo sbucando sul marciapiede del viale quando un autobus mi sfrecciò davanti. Riuscii appena a leggere il numero sul display della fiancata: era il 6, proprio quello che dovevo prendere. Vista da dietro, la vettura pareva una maschera ghignante che mi faceva ciao ciao con un bel pennacchio di fumo nero.
La prima sensazione non fu la normale (per uno come me), sconfinata vergogna per questo sverginamento idiota (in anni di studio e lavoro non avevo mai perso l’autobus), ma la tagliente consapevolezza di qualcosa che non andava. Convenni con me stesso che ero uscito di casa alla solita ora, certificata dal segnale orario radio; che il gran freddo mi aveva fatto camminare più spedito del solito; e conclusi inequivocabilmente che dovevo avere almeno dieci minuti di anticipo sul bus, che a quella fermata transitava alle 6.51. L’orologio che avevo al polso segnava le 6.52. Impietrito, pensai a un ritardo della corsa precedente oppure a un’improvvisa modifica agli orari; poteva però trattarsi di un guasto al mio orologio. Niente di tutto questo. Stando alla tabella appesa alla palina della fermata, gli orari erano rimasti immutati e quella delle 6.51 era la prima corsa della giornata. L’orologio del cellulare e quello del portatile, che aprii sedendomi su un muretto gelido, concordavano sulle 6.53, scattate da qualche secondo.
L’universo sembrava essersi preso gioco di me, depennando dieci minuti dalla mia esistenza. Era proprio la chirurgia astrale dei miei sogni. Dovevo ridere? Oppure indignarmi per questo sopruso cosmico? O più costruttivamente, preoccuparmi per la mia salute mentale? Quasi a rafforzare quest’ultima ipotesi, mi ritrovai a camminare sul vialetto senza sapere come e perché, a testa bassa, sguardo fisso al motivo ipnotico del selciato. Mi fermai e alzai gli occhi.
Per descrivere quello che accadde in quel momento, utilizzai dentro di me, forse per la prima volta in vita mia, la parola “miracolo” senza nessuna riserva o ironia scettica. Il mondo esterno si insinuò a forza nella mia mente, come aria che penetra in un pacchetto sottovuoto al primo taglio di forbici. Incantato, spensi subito la radio e tolsi gli auricolari. Il cosmo sembrava essere stato creato poco prima. La brina copriva tutto – piante, aiuole, panchine, pista ciclabile, giochi per bambini – come un primordiale cellofan protettivo non ancora strappato via. A rovinare tutto, un abetino con indosso palline anni ’70 e qualche giro di corda luminosa lampeggiante. Distolsi lo sguardo, schifato. Tutti i paradisi terrestri hanno le loro zone d’ombra e i loro serpenti.
L’istinto matematico mi spinse verso un grande albero dalla chioma elegantissima. Era il più bel frattale vivente che avessi mai visto, l’ennesima dimostrazione che il mondo, come diceva Galileo, è geometria incarnata. Il tronco originava i rami, a loro volta padri di rametti e nonni di ramettini in una progressione potenzialmente infinita di pronipoti simili all’intera pianta. Conformazione analoga a quella del cavolfiore romano, indiscusso campione di estetica sul banco di frutta e verdura: un cono bitorzoluto composto da escrescenze coniche di identica struttura, figlie costruite a immagine e somiglianza del padre.
Mi avvicinai. La corteccia era incavata e rossastra come quella delle sequoie. I rami si muovevano al vento, erano braccia rivolte al cielo, tentacoli protettivi che mi attiravano. Sullo sfondo, nubi incendiate dal sole che si preparava a venire al mondo. Di colpo l’albero sembrò aggredito dal fuoco. I rami si scossero per una folata, ma fu come se li avesse agitati lui stesso per invocare aiuto.
Feci un passo, e il vento cessò. Fu come entrare in un ambiente caldo, accogliente, una stanza con un caminetto acceso. Stupefatto, tornai indietro come in una moviola e mi ritrovai nel vento e nel gelo. Di nuovo avanti: caldo e aria immobile. Allargai le braccia, mi spostai qua e là, camminai a braccia aperte lungo tutta la proiezione della chioma sul terreno. Chi mi avesse visto mi avrebbe preso per un pazzo che finge di volare; nella migliore delle ipotesi, avrebbe pensato a un bambino. E stavo reagendo proprio come un bambino, con quello stupore misto a spavento e curiosità che i piccoli riservano alle cose ignote.
Avevo accertato l’esistenza di una parete incorporea che circondava la pianta, un immaginario cilindro trasparente avvolto attorno alla chioma. Pura follia materializzata, da indagare a fondo. Mi avvicinai al tronco. Esitai, sfiorai la corteccia con un polpastrello tremante, appoggiai la mano: legno gelido, inerte.
Subito dopo udii un grido, accompagnato da bagliori rosso fuoco. Ritirai la mano terrorizzato e tutto scomparve di botto.
Mi ripresi e toccai un altro punto del tronco, poi un altro ancora: stesso risultato. Constatai che le allucinazioni si riproducevano dopo circa due secondi dal contatto con ogni parte del tronco e delle radici sporgenti dal terreno. Non si trattava dunque del mio io alterato, ma di un fenomeno indotto da lui, l’albero; proprio da lui. Era un albero psicotropo.
Non potevo andarmene così. Dovevo approfondire. La ragione poteva, e doveva, averla vinta. Mi feci coraggio e calcai la mano sul tronco, intenzionato a tenercela a lungo. Fu come se fossi finito in un vulcano: masse infuocate in movimento, fiamme, sfolgorii, e di nuovo l’urlo. Straziante, persistente, plausibile colonna sonora di un film sull’inferno dantesco. Non riuscii a sopportare l’impatto emotivo e dopo poco ritirai la mano.
Ogni analisi razionale si rivelava impraticabile. Mi sentii sconfitto. Mi voltai per andarmene e vidi una signora anziana, circondata da uno stuolo di gatti miagolanti, che stava venendo verso di me. Piccola, ondeggiante, portava due borse di paglia sfilacciata, una per braccio. Oltrepassò come se niente fosse la parete invisibile.
– Buongiorno, giovanotto!
– Da una delle borse l’anziana tirò fuori una pentola e iniziò a riempire con una mistura scura, forse frattaglie cotte, una delle ciotole vuote che – me ne rendevo conto solo in quel momento – erano posate vicino al tronco. Poi mi indicò l’altra borsa, posata lì accanto:
– Che fai lì impalato? Sistema i croccantini e leviamoci presto da questo ventaccio. Come ti chiami?
Vento? Non sentivo un filo d’aria e avevo caldo, tant’è che mi ero tolto il giaccone.
– Pier Giorgio. – Tirai fuori una scatola di croccantini, mi chinai e la versai in una delle ciotole.
– Hai un aspetto intelligente, sai? Che lavoro fai?
– Ricerca scientifica. Programmo i computer di un laboratorio.
– Lo dicevo io che hai una gran testa! Ma ti senti bene? Hai una faccia, mamma mia!
– Ho dormito male.
– E ti sei fermato proprio qui sotto? Occhio! I giovani, specie se carini come te, devono stare attenti.
– Attenti a cosa?
– Alla strega! Oggi è il 21 dicembre.
Sobbalzai, sentii un brivido sulla schiena. Mi alzai fingendo disinvoltura.
– La strega?
L’anziana aveva smesso di armeggiare e mi guardava torcendo la testa. Mi scrutava con un occhio semichiuso e una strana smorfia.
– Non sei di qui, vero? Altrimenti la sapresti. Dicono che è una leggenda, ma per me è tutto vero.
– Non mi vorrà dire che ancora si crede alle streghe, alla magia e via dicendo!
La donna fece per alzarsi, ma si bloccò:
– Ahi! La vecchiaia! – e si raddrizzò pian piano, tenendosi il fianco. – Il 21 dicembre di secoli fa venne bruciata una strega proprio qui – e indicò la base dell’albero. – L’avevano legata a un palo, avevano ammucchiato legna e dato fuoco. La notte di Natale, dal buco dove era piantato il palo venne su un albero strano, mai visto da queste parti, e alla Befana era già grande così. A primavera lo tagliarono e rinacque in una notte. Il vescovo andò a segnarlo e le foglioline nuove si seccarono subito. Chiamarono i soldati per tirarlo giù, e il comandante morì con la testa fracassata da un ramo che si era rotto. Allora lo lasciarono stare. Ogni cento anni, la notte di Natale viene una grande tempesta, un fulmine lo brucia, e dal ceppo rinasce ogni volta più bello di prima. Ci siamo! – e mi prese per il braccio. – I cento anni sono finiti! Forse fra tre giorni e tre notti… Ma tu stai male!
– No, niente, è il sonno…
– Macché sonno! – e mi diede una pacca sulla spalla. – È lei che ti ha baciato. Oggi è l’anniversario.
– Come? – Non so se riuscii a mascherare il tremito della voce.
– Ogni anno, di oggi, la strega sale sui rami e guarda giù. Quando vede passare un bel giovane lo attira qui sotto e lo bacia, e lui allora vede cose strane, ha caldo, sente urlare. Qualcuno è anche impazzito. Bella storia, eh? Forse non è vero niente, ma chissà. Io sono vecchia e a volte non so più se una cosa è vera oppure è una storia che mi hanno raccontato quando ero piccola. Ma facciamo finta che sia vero, tanto non costa niente! A Natale se ne raccontano tante, di storie. Ai bambini, e anche ai grandi, sai? Che freddo! Via! Copriti, ti ammali!
Toccò l’albero come se salutasse un amico e si allontanò con passo più vivace di prima, parlottando e canticchiando. Le borse le sbatacchiavano ai fianchi.
Sorrisi. Forse l’assurdità della situazione aveva agito su di me in modo paradossale. Forse fu la simpatia della gattaia, così somigliante a mia nonna. Fatto sta che ritrovai all’istante la voglia di indagare ancora. Mi feci forza e toccai l’albero con decisione.
Mi parve di udire un ululato lontano, indistinto, desideroso di prendere forma. Divenne una risata, prima enorme e rimbombante, poi leggera e sensuale.
Ecco un volto di giovane donna. Mi sorrideva, ammiccava, mi invitava a godere il suo corpo, che stava prendendo forma, sensuale, gocciolante, come appena uscito da acque primordiali.
Un urlo agghiacciante e la donna, ora rugosa e sdentata, fu avvolta dalle fiamme, sformandosi, dissolvendosi.
Poi, il nulla.
Ritirai la mano. Un vento gelido mi feriva il volto.
Toccai di nuovo il tronco. Non accadde niente. Riprovai calcando bene il palmo, in vari punti. Niente. Con ambedue le mani strinsi il legno quasi in un abbraccio e attesi a lungo. Niente. Alzai la testa e vidi solo un informe groviglio di rami neri.
Iniziai a tremare dal freddo. Mentre infilavo il giaccone udii un rombo familiare, ancora lontano. Infilai il vialetto di corsa, sbucai sul marciapiede e saltai sul bus, popolato dalle facce semiaddormentate di sempre.


Paolo Costantini

Nato nel 1966, ha avuto un bel po’ di fortuna. Quella di essere cresciuto in campagna da genitori di origine contadina, e quella di avere avuto un ampio spettro formativo: dalla musica (diploma di Conservatorio) alla scienza (lauree in Fisica e in Scienze dell’Informazione). Attualmente lavora come tecnico informatico presso un ente pubblico. Lettore onnivoro, deve ancora trovare qualcosa che non lo interessa.
Ha pubblicato racconti su antologie Delos Books


pescepirataCon Paolo, dopo una fugace conoscenza durante un corso di scrittura creativa in quel di Farfa (Rieti), ci siamo ritrovati all’interno di PescePirata : un forum letterario, dove si parla di libri, recensioni e letture; si fa scrittura creativa, giochi letterari e concorsi; si valutano romanzi, si collabora alla revisione e all’editing e si parla di tecnica, didattica ed editoria.


Queste le sue risposte ai nostri quesiti sul Natale.

1) Qual è il Natale che ricordi con particolare attenzione e perché?
Quello del 1994, perché pochi giorni prima ricevetti un telegramma con l’annuncio della vittoria a un concorso per dipendente pubblico.
2) Se potessi scegliere, cosa vorresti ti regalassero per Natale?
Un po’ di tempo.
3) Se pensi al Natale, quale racconto, romanzo o poesia ti viene in mente?
La poesia di Ungaretti che si chiama proprio “Natale”.
4) Non è Natale senza… continua tu.
… una triste sensazione di transitorietà cosmica.
5) Pandoro o panettone?
Lieve preferenza per il panettone