Pubblicato in: anniversario, racconto

La prima volta de “La voce di Calibano” III° giorno

Quando si parla della “Prima volta” e poi lasciamo i puntini di sospensione … stiamo facendo riferimento a quella prima volta là…quella in cui abbiamo incontrato il sesso.

Ecco, questo racconto parla di “quella cosa là…”, ma preferisco precisare che non è autobiografico, né fa riferimento a personaggi, fatti e situazioni realmente esistite; è un miscuglio di tante esperienze, come dice Carver: “Nessuna della storie che scrivo è mai successa, ma le storie non nascono dal nulla. […] Hanno qualche punto di riferimento nel mondo reale… (Niente trucchi da quattro soldi – Raymond Carver -Edizioni Minimum Fax). Cosi per questo racconto che ho scritto diversi anni fa.

Il “G-spot” e la prima volta

Gspot firmato


Guardi la prima volta è sempre la prima volta, per tutti. Sfido chiunque a dirmi che non ha provato un pochino d’ansia, quando ha dovuto confrontarsi con il sesso.
Sì dottoressa, ai miei tempi il sesso si conosceva attraverso lo scambio di quei giornalini “zozzi”, mimetizzati in mezzo ai vari Tex, Zagor e Topolino, né genitori né scuole.
Io poi, dottoressa, sono arrivato tardi al primo amplesso. Non ero particolarmente bello, né furbo, anzi ero un po’ imbranato e infine ero cristiano cattolico praticante, vittima di quella dicotomia per cui l’eros e l’amore sono due cose disgiunte.
Il sesso è peccato. Per questo se hai davanti una donna e il tuo unico pensiero è quello di scopartela, beh! Stai facendo una cosa peccaminosa. Forse è proprio questo che ti eccita: il peccato. Più una cosa è peccaminosa, più ti tira, non so se è chiaro. Noi cristiani cattolici praticanti siamo così, vogliamo andare a letto con delle mignotte, ma sposare delle sante. Delle pie donne, come le nostre mamme, che non riusciamo proprio ad immaginare gemere e contorcersi dal piacere mentre fanno sesso. Al massimo queste figure semi-divine possono giacere passive nella posizione del missionario, al motto: “Non lo fò per piacer mio, ma per far piacere a Dio”.
Sono cresciuto così: con mia madre che diceva il rosario e mio padre che aveva i giornali porno nascosti nel mobiletto del bagno, perciò di giorno mi facevo il segno della croce, prima di mangiare, e di notte ripensando alle figure viste sui giornali me lo menavo.
Dottoressa capirà, per noi maschi il sesso è una gara continua, una specie di campionato infinito, non ha mai soste e termina quando siamo nella fossa.
A dodici anni inizia con la domanda: “Ma tu ce li hai i peli…là?”
Vede io adesso sono così peloso da far schifo. Soprattutto i ciuffi dietro la schiena sono veramente odiosi e così sono costretto a radermi. All’epoca però i peli pubici tardavano ad arrivare. Per questo mentivo spudoratamente davanti ai miei amici, quando mi chiedevano se anche io avessi “i peli…là”. Oddio un paio striminziti c’erano, quindi non ricordo se consigliato del sapiente amico di turno, oppure se frutto di una mia intuizione provai a tagliarli, in maniera da stimolarne la crescita.
La seconda domanda è: “Quanto ce l’hai lungo?”
Vede sono rimasto scioccato fin dai tempi della scuola della dimensione del membro di un certo Triulzi Vincenzo, un mio compagno di classe che già in terza media poteva gareggiare con Jhonn Holmes: il mitico negrone, pornodivo americano.
Le prime esperienze in Borgata si facevano con le donne di strada, quelle che bruciavano i copertoni per scaldarsi la sera. Io non ci sono mai andato, avevo paura di prendermi qualche malattia, mica l’AIDS, che neanche esisteva, ma lo “Scolo”. Dottoressa esiste ancora lo “Scolo”? La malattia di Casanova; avevo letto su un libro che Casanova si curava astenendosi dal sesso per un paio di mesi. Io partecipavo però al rito preparatorio, quello della masturbazione, Si perché prima di affrontare una di “quelle” bisognava scaricarsi, per non venire subito e fare una figuraccia. Si saliva in macchina con i più grandi, si faceva il giro, e loro erano lì, con quelle gambe nude, le mutandine in mostra, i visi sgraziati dal trucco eccessivo.
Sonia “la truciolona” faceva dei pompini a costi popolari, riceveva in casa ed era la preferita dei miei amici. Ma io avevo paura, ero piccolo, pensavo di averlo piccolo, e quando ci scaricavamo in macchina mi giravo di lato, per non farmi vedere. Poi aspettavo in macchina, andare con le mignotte era peccato.
Insomma ero arrivato alle soglie dei diciannove anni e non ero mai stato a letto con una donna, neanche a pagamento, Sì la teoria la sapevo tutta, studiata a fondo su quei giornalini dai nomi illuminanti: Jacula, Lando, Maghella… ma la pratica era un’altra cosa.
Per questo, quando Roberta “la racchia” mi cominciò a fare il filo, il solito amico sgamato mi disse «Aoh! Ma che stai ‘spettà! Se non ti fai manco questa, mi sa che rimani vergine per tutta la vita.»
Roberta non era quel che si dice un “bocciuolo”, ma aveva due tette tante. Sì, il viso era deformato da un naso aquilino e gli occhi, se pur di un verde smeraldo, andavano ognuno per conto suo. Per farle capire il suo viso deve immaginarsi un incrocio tra Dante Alighieri e Lello Arena, ma senza barba. Non per niente era soprannominata Roberta la racchia.
Però vestiva sempre mettendo in mostra il meglio del suo repertorio, delle gambe affusolate e delle tette enormi.
La mia morale mi impediva di fare sesso con lei, se non fossi diventato il suo ragazzo e lei in fondo ci teneva.
Il primo appuntamento lo organizzarono le sue amiche. Andammo in una pizzeria vicino casa sua, dal nome non proprio originale: “Bella Napoli”. Per l’occasione indossavo i miei jeans migliori, quelli aderenti, a sigaretta, che mettevano in mostra il pacco, dopo la doccia mi ero spruzzato tutta la boccetta del mio prezioso Paco Rabanne. Avevo così tanto profumo addosso che ci si poteva disinfettare un’intera caserma, i capelli erano stirati dal gel e sfoggiavo la Lacoste rossa, che mi era costata una tombola. Insomma era un figo, così credevo.
Roberta aveva una camicetta azzurrina con le spalline, come andava di moda all’epoca. Le “cose” gli ballonzolavano, perché non indossava il reggiseno e ovviamente portava una minigonna di jeans, calze bianche a rete che inguainavano le gambe e le rendevano sexy, ai miei occhi.
Prima della pizza mangiammo bruschette e supplì e io, come consigliato dagli amici, tentai di farle bere birra. – con due boccali parte. – Così mi avevano detto.
Di boccali ne bevemmo quattro e la pizza neanche la finimmo, parlammo del caldo afoso di quell’anno e di come ti faceva sentire fiacco, del pallone, di calcio, di come tutti i ragazzi non parlassero che di quello. Comunque, a dir la verità, era lei che parlava, io mi limitavo ad annuire, ormai ero concentrato sul mio obiettivo: il sesso.
Avevo passato circa due ore del pomeriggio precedente a provare e la sequenza per arrivare “lì”, ormai la sapevo a memoria.
Musica di sottofondo, con un braccio avvolgo la sua spalla mentre mi avvicino e comincio a baciarle la guancia salendo fino all’orecchio, con l’altro braccio le sfioro i capelli e senza farmi notare lo allungo fino ad arrivare alla manopola dei sedili, faccio pressione e delicatamente il sedile va giù, mentre continuo a baciarla inizio a sbottonare la camicetta fino a mettere a nudo il seno.
Questo nelle prove. Poi invece.
– Ti accompagno a casa?
– C’è ancora luce. Andiamo a fare un giro nel parco?
– Non hai paura? Girano certe storie…
– Insieme a te no! Ci sei tu che mi difendi.
Questa frase smontò momentaneamente tutte le mie baldanzose idee di sesso. Passeggiamo nel parco tra i ruderi dell’acquedotto romano, continuando a chiacchierare di banalità varie, lei mi guardavo con occhi accesi d’amore, io fissavo le sue tette. Poi raccolse da terra una margherita e cominciò la litania del “m’ama, non-m’ama”, si piantò dritta davanti a me e l’ultimo petalo me lo soffiò addosso, su gli occhi. Feci in tempo a sentirle dire “m’ama”, mentre appoggiava le sue labbra sopra le mie.
Istintivamente durante il bacio le misi le mani sul culo, dovevo comportarmi da uomo, pensai. Lei delicatamente le scostò, mi prese per mano e senza dire niente, passo dopo passo, mi condusse davanti al suo portone. Qui mi baciò di nuovo.
Poi, neanche fosse Cenerentola, corse via salendo i gradini delle scale a due a due, mentre mi gridava: – Ci vediamo domani a scuola.
Io mi sentivo un po’ Richard Gere, un po’ Carlo Verdone, dentro di me c’erano come due luci che si accendevano a intermittenza: Verdone – Gere – Verdone – Gere – Verdone…
Rimasi così impalato, come un semaforo impazzito, per buoni cinque minuti, alla fine mi decisi a muovermi per tornare a casa. Salii sulla 127 gonfio di orgoglio maschile: quelle tette adesso erano la mia riserva di caccia.
«Ma non l’hai portata al capanno, dietro al parco? E la figa gliel’hai toccata? Volevi essere un gentiluomo? Ma che gentiluomo… tu sei un cojone!»
Più o meno questi furono i commenti degli amici. Per loro ero un caso disperato.
Il problema era che io proprio non sapevo da dove iniziare a toccare una donna, cioè tutta quella parte prima di arrivare al sesso. Come bisogna comportarsi? Qual è il momento giusto per baciarla? Devo aspettare che faccia lei la prima mossa? Quando camminiamo insieme devo abbracciarla? E per toccarla come faccio? Mentre la bacio le metto una mano lì? E poi come si va avanti?
Questi interrogativi mi tormentavano lasciandomi scontento e depresso, quanto le spiegazioni che davo a Gianni, l’amico più “amico” che avevo, a cui non riuscivo, nonostante diversi tentativi, a far comprendere la definizione di: pressione osmotica di una soluzione salina a concentrazione ipotonica.
Gianni era quello con cui passavo il pomeriggio a studiare, insieme si preparava l’esame di maturità. Fu proprio lui, che mosso a compassione mi introdusse nel mondo dei rituali sessuali indiani, del Tantra.
Gianni aveva un libro, rubato a suoi genitori, dal titolo illuminante: “The secret art of female sexual ecstasy”. Non so quanto mi sia stato di aiuto nell’approccio alle donne, ma col senno di poi, posso dire che mi è servito molto nello studio dell’inglese.
All’inizio guardavamo le figure e le foto, e già quelle bastavamo a eccitarci, poi abbiamo iniziato a tradurre e siamo rimasti affascinati dalla parte relativa al “Punto G”. Il fatto che anche le donne potessero venire, cioè eiaculare, se correttamente stimolate, era per noi una notizia bomba. Sapere una cosa del genere era come aver vinto Wimbledon o il Roland Garros: da perfetti sconosciuti saremmo entrati nella prime dieci posizione della classifica. Già ci vedevamo attorniati dal resto della popolazione maschile della nostra scuola, che ci chiedeva di quale segreto eravamo in possesso per avere tutte le donne ai nostri piedi, impazzite per i nostri massaggi. Invidiati dagli uomini e osannati dalle donne, perlomeno così pensavamo.
Now you can put in search of the G-spot, insert your finger in the vagina of your partner and feeling up and down, along an imaginary line that goes from the pubic bone up to the cervix. Generally recognize the G-spot tissue from his slightly wrinkled and sometimes more turgid, more in relief than the surrounding areas, like the roof of the palate…
-Cioè hai capito? Non è importante quanto è grosso, ma con il dito devi saper riconoscere il “Punto G”.
it as an olive, a knob, a small island or as “a fat and small caterpillar”. But not always this sacred spot is recognizable at first contact, the only solution is to continue to touch the different points and with a little patience sooner or later you will find an area that will change your consistency under pressure, swelling…
– Gianni… ma mentre stai lì, che “ravani” con il dito, che fai, la baci?
– Ma che baci! Questo è un massaggio, devi essere concentrato sul respiro. Ma leggi, invece di guardare solo le figure.
…Once you’ve located the area that interests you, stay there and keep a gentle touch and imagine to breath through your finger. Ratirahasya calls this touch with finger: ardhentu.
The G spot is not as sensitive as the clitoris, requires much more pressure. You can also switch to change the constant touch with various movements accompanied by your breath…
– Vedi che dice Rativatteneapesca, – much more … devi spingere e quello si gonfia.
– Eh gia’… ma che è un palloncino.
– Sì, un Super-tele… tu con le donne…proprio non imparerai mai.
…Stay at least 15-20 minutes at the G spot. Generally, a constant motion and continuously helps to relax more, while a rhythmic movement is perceived as more challenging…
– 15-20 minuti a moveje er dito su e già nella figa, concentrato sul respiro, pe faje gonfia ‘sto punto sacro, a me ‘sti indiani me parono dei pazzi.
– Sei il solito materialista, hai letto le indicazioni: devi carezzare le gambe, il ventre… devi fare in modo che l’energia si diffonda per tutto il corpo, devi dargli la tua energia d’amore, ma un po’ di romanticismo, no eh…
…You have to imagine that during expiration the energy starts from your elbow (not your finger) to a radius of up to G spot and the outgoing air creates vibrations and pulsations stimulating for the woman…
– L’energia parte dal gomito? Ma io l’energia ce l’ho da un’altra parte…ma con il mio affare gonfio che ci faccio? Non dice niente su quello?
– Ma smettila! Che non ce l’hai più grosso di una nocciolina. Stai zitto che adesso arriva la parte più interessante.
…Do not expect the usual contractions as they occur during clitoral orgasm. This will be harder, but when you reach to enlarge the gate the woman arrives at the peak of pleasure with ejaculation.
– Lo vedi che dice: riesci a farla arrivare al picco del piacere e lei eiacula… al picco, quella grida come un’ossessa, non capisce più niente… allora sì che puoi usare “l’affare”, tanto grande o piccolo, mica se ne accorge… presa dalle contrazioni del piacere.
– Allora il segreto è riuscire a trovare ‘sto “Punto G”. Certo che 15-20 minuti sono tanti, forse scrivono così per esser sicuri, secondo me ne bastano 10. Io con 10 minuti sono già venuto due volte.
Ecco, queste erano le indicazioni, ora bisognava metterle alla prova, cioè verificare se quanto scritto corrispondesse a verità.
La decisione, su chi avrebbe dovuto sperimentare la tecnica, fu di facile soluzione, anche perché l’unico dei due che aveva una ragazza ero io.
Roberta la settimana precedente, con il bacio in bocca, era diventata a tutti gli effetti la mia ragazza, anche se non ne ero particolarmente orgoglioso.
Quella settimana a scuola era diventata particolarmente appiccicosa, tutti quei sorrisini, quelle smancerie mi mettevano a disagio, come il fatto che aveva voluto il mio diario, per scriverci non so cosa.
Non che avessi grandi segreti sul mio diario, più che altro annotavo qualche appunto delle lezioni e poi, siccome soffrivo di colite, avevo preso l’abitudine di segnare tutti i giorni se andavo di corpo e come andavo, del tipo: oggi niente, oppure, 10 maggio oggi lenta, ma non completamente liquida. Insomma c’erano appunti sul tenore della mia cacca che non avevo piacere fossero divulgati.
Comunque il giorno dopo Roberta mi diede indietro il Dario, con dei disegni molto belli fatti da lei, qualche frase presa dai cantanti del momento, qualche cuore sparso qua e là, ma soprattutto alla pagina del 15 maggio aveva scritto: stasera i miei vanno a cena e teatro a vedere un certo Carmelo Bene, ti aspetto a casa, sono sola!
Era fatta. L’occasione per sperimentare il rituale che porta alla conoscenza del “Punto G” era arrivata.
Lei mi aspettava con una di quella magliette del pigiama con tutti gli orsetti disegnati, aveva poi dei pantaloncini larghi di maglina. Appena entrai dentro casa mi baciò e ancora abbracciati ci spostammo sul divano. Qui si sedette a cavalcioni sulle mie gambe sbattendomi in faccia le sue enorme tetti. A quel punto le sollevai la maglietta e presi a succhiarle i capezzoli, come un bimbo affamato. Quel gioco sembrava piacerle, la vedevo chiudere gli occhi e inarcare la schiena.
La mia eccitazione cresceva come le dimensioni del mio “affare”, mi alzai, con lei ancora sopra di me e girandomi la deposi lunga sul divano, stavolta ero io a salirle sopra, mentre il mio bacino aveva iniziato a danzare comandato da impulsi animaleschi. Lei per nulla intimorita pensò che era giunto il momento di sbottonarmi i Levi’s, ma io fui più rapido, scattai in piedi ed oltre a calarmi i pantaloni misi a nudo il mio torace, gettandomi poi sopra di lei, ormai priva dei pantaloncini e con il peloso monte di venere in vista. Il mio movimento pelvico avrebbe fatto invidia a Elvis, cominciai andare su e giù con un ritmo forsennato, sicuro di impressionarla, al confronto i pistoni di una Ferrari sarebbero sembrati tartarughe in letargo, fino a quando lei, con la più candida delle voci mi disse: -ma perché non lo metti dentro?.
Ma perché dove sono? Non lo dissi, ma lo pensai.
Lei, grazie a quell’attimo di pausa riflessiva, mi introdusse nella sua vagina e così un mondo di sensazioni sconosciute mi avvolse, come una spirale di piacere, una vibrazione intensa, un’onda che durò pochi secondi e che raggiunse l’apice con la mia eiaculazione.
Al “G-spot” non pensai più e mi accasciai soddisfatto sopra di lei.

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17 pensieri riguardo “La prima volta de “La voce di Calibano” III° giorno

  1. Bravo. Di solito, quando si affrontano questi argomenti, i rischi sono due: o si cade nella banalità che fa sorridere oppure si scade nella volgarità che fa piangere. Tu non sei stato né banale né volgare e il racconto risulta molto gradevole.
    Sai cosa penso, inoltre? Che parlare di queste cose venga meglio a voi maschi, le femmine sono sempre un po’ trash quando tentano di descrivere certi momenti di intimità. È un’impressione che ho io, però, eh.

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  2. Bellissimo! Fresco, ironico, stimolante ad ogni riga e che ti fa sul serio calare dentro la testa di un ragazzo di diciannove anni – di qualche decennio fa… – . Ho sorriso e poi ho anche sghignazzato di piacere. Certo, a saperlo sarei ricorsa ad altri metodi, come dire, più propedeutici e meno grammaticali, per iniziarmi all’english language.
    Essendo io femminuccia, la mia prima volta è impressa a fuoco con caratteri di assoluto e struggente romanticismo, ma non ti nascondo che, dopo aver letto il racconto, ho provato a ribaltare i termini e a narrarmela da un punto di vista diverso: eh si, c’avrei da prendere spunto per ridere su un tentativo di soffocamento attuato dal mio allora fidanzato troppo preso probabilmente dalla foga, su una serie di disquisizioni relativa ai posizionamenti a destra e a manca e sopratutto sui tempi. Ah!, che shock, neppure la pubblicità della Pic mi aveva mai fatto lo stesso effetto.

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      1. Parecchie cose sono cambiate. Suppongo che anche l’animo delle ragazze più giovani si sia evoluto seguendo l’epoca: e la nostra epoca, così social, così digitale, al romanticismo intrinseco e dell’immaginazioni di cui ci nutrivamo noi donzelle degli anni ’80/90, lascia veramente poco spazio. Alla fine, non dipende neppure da loro, dalle ragazze di oggi… Ed anche i giovinetti, diciamocelo, sù, non han bisogno di scovare giornaletti dai cassetti del bagno per ingraziare le menti e alimentare gli impulsi. Per non parlare degli smartphone!!! Obbrobrio degli obbrobri , ancora prima di scoprire dal vivo re e regina, hanno già svelato i particolari tramite selfie… Orribile, no?
        A rileggerci ^_^

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  3. Fantastico!!!
    (sicuro che John Holmes non fosse bianco?…)
    Grande, davvero spassoso. L’introduzione carveriana poteva far pensare a tutt’altro clima è temperatura narrativa (e pure scoraggiare), invece è stato tutto molto divertente, intenso e splendidamente raccontato.
    Complimenti!

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    1. Grazie… sai che non sono sicuro di Holmes…all’epoca si nominava per fare riferimento alle dimensioni e quindi me lo sono immaginato così…ma non l’ho mai visto in azione…ahahah

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  4. In effetti dopo il tuo commento sono andato a farmi una cultura su Wikipedia…Etnia: caucasica, pelle bianca, occhi blu…coinvolto in una serie di omicidi relativa alla banda di Wonderland Avenue, cocainomane è morto di Hiv. A fine carriera, quando era malato, ha girato alcuni film anche in Italia, in particolare “Carne bollente” con Cicciolina…Si è fatto cremare perché aveva paura che il pene potesse essergli escisso per feticismo o collezionismo …in fondo una storia triste.

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