Pubblicato in: Calendario dell'avvento, iniziative

Il regalo più bello

data 5 dicembre

Il regalo più bello

Andrea Siviero

«… e poi mi hanno chiesto i documenti. Solo a me. Non hanno visto che ero l’unica persona per bene in tutta la stazione?»
«Sarà stato un caso».
«Fanno sempre così. È che vogliono lavorare il meno possibile».
«Forse volevano essere solo sicuri di non avere problemi. Almeno per stasera, no?»
«Dici?»
«Secondo me sì. Avranno pensato alle loro famiglie. Magari erano a fine turno e avranno pensato alle loro mogli e ai figli che li aspettavano a casa per il cenone della vigilia».
Vorrebbe dirle che invece lui non ha nessuna fretta di tornare a casa per il cenone della vigilia. Che preferisce starsene ancora un po’ in giro. Che preferisce perfino i piedi congelati, le luci intermittenti sopra la testa, la neve che adesso cade fitta e si attacca all’ombrello e alle maniche del cappotto piuttosto che tornare a casa. Vorrebbe andare da lei invece che a casa. Tanto sa già com’è a casa: l’arrosto nel forno, la tavola apparecchiata a festa, il centrotavola con il vischio, il servizio buono di piatti e bicchieri, forchette doppie, coltelli doppi, la forchettina per il dolce. Fino a qui niente di male: lo stesso palcoscenico di altre milioni di case in tutto il Paese. Ma è la sceneggiata che lo nausea. Sa che troverà i suoceri già seduti a tavola che sgranocchiano i grissini, sbriciolano il pane, che scalpitano in attesa dell’antipasto. E la battuta che gli faranno appena metterà piede in casa, la stessa di tutte le vigilie di Natale: “ecco Stachanov. Almeno stasera avresti potuto chiedere di uscire prima, no?” Come se lui si divertisse a lavorare. E poi sa già che dopo le domande sul lavoro sarà il momento delle frecciatine sul fatto che lui e sua moglie non hanno ancora avuto figli e ormai hanno già superato i quaranta. Gli sembra già di sentire la voce di sua suocera che dice: “e dire che avete fatto tutti i controlli di carattere fisiologico” mettendo tutta l’enfasi su quel fisiologico come se l’unico motivo valido per non fare figli sia un problema ai sistemi riproduttivi dei coniugi. E gli sembra già di vedere Elena che, nonostante queste inutili cattiverie che dovrebbero quantomeno indispettirla, fa finta di niente e continua con quella sua maschera da mogliettina felice, da deliziosa padrona di casa. Di solito non è così. Ha sempre qualcosa da ridire su tutto: su quanto lavora lui e quanto poco porta a casa; sul suo essere sempre così timido e rinunciatario quando si tratta di chiedere un aumento ai capi; su quel suo modo di prendere i discorsi sempre alla lontana, di non arrivare mai al punto; su quella sua abitudine di rifugiarsi nell’ironia quando è in difficoltà; sulla sua totale incapacità di sostenere una discussione. Un uomo senza palle, insomma. Così senza palle da “non aver avuto neppure il coraggio di chiedermi di sposarti. Ho dovuto fare tutto io”. È questo che pensa di lui sua moglie. Ma anche le persone fuori dalla famiglia non si salvano. Per sua moglie sono tutti gretti, interessati, tutti pronti ad approfittare del suo buon cuore. Tutti. Tranne i suoi genitori, naturalmente. Adesso pensa a quanto sarebbe bello far aspettare sua moglie e i suoceri per sempre. Quanto tempo passerebbe prima che cominciassero a tempestarlo di chiamate? Quanto prima di chiamare la polizia, se non rispondesse neanche al telefono? E se dalla questura mandassero proprio quei due agenti che lo hanno fermato in stazione, pensa. Sai che ironia rovinare il cenone anche a loro?
Non vuole tornare da quella che avrebbe dovuto definire: “la mia famiglia”. Adesso vorrebbe solo lei. È solo lei che lo fa stare bene. Vorrebbe vederla, ecco, per questo l’ha chiamata. La storia dei poliziotti era solo una scusa. Ormai ogni scusa è buona per chiamarla.
«Adesso dove sei?» le domanda. Con il freddo le parole si trasformano in nuvolette di vapore.
«Sono in camera da letto» risponde lei.
«Lo sai quanto mi piace quella camera…»
«Smettila!» ride. «Perché mi hai chiamata? Solo per dirmi dei poliziotti?»
«No, no. Volevo anche farti gli auguri».
«Be’, ce li siamo fatti già ieri, no?»
«Sì, certo. Ma volevo farteli oggi. Oggi è un giorno più giusto per gli auguri.»
«Credo di sì».
«Lo è».
«Sono contenta che tu mi abbia chiamata, ma adesso devo andare. Mi aspettano di sotto. Stasera c’è mio figlio, ricordi?»
Se lo ricorda bene. Era da un mese che lei gli parlava del figlio che sarebbe arrivato da Londra per passare con lei le feste. Sapeva quanto lei fosse fiera di quel ragazzo. “La cosa più importante della mia vita” diceva, e lui ogni volta era anche un po’ geloso e allo stesso tempo curioso. E poi lei aggiungeva “presto lo conoscerai”. Adesso, pensa, sarebbe bello approfittarne del cenone della vigilia per conoscerlo. Ha proprio voglia di parlare con qualcuno che ha visto il mondo, qualcuno che non se ne esca con i pettegolezzi sui vicini di casa o sulle notizie che propina il telegiornale. Pensa che ci starebbe bene in quella famiglia, dopotutto. Lui sarebbe proprio il tassello che manca.
«Aspetta…»
«Cosa c’è?»
«Volevo anche dirti che ho trovato il giorno giusto per noi».
«Non mi sembra il caso di parlarne adesso. Devo proprio andare».
«D’accordo. Ma ecco, vedi, sto pensando che non ho nessuna voglia di raccontare a mia moglie dei poliziotti in stazione. Sei l’unica a cui volevo raccontarlo. A te voglio dire tutto. Anche le sciocchezze».
«Sei un amore. Ma non stasera, stasera non è il caso».
«Invece lo è. Stasera è più giusto. Non ti pare?»
Attraverso il telefono sente un fruscio strano: lei deve aver avvicinato il microfono alla bocca per concentrare meglio la voce. Lo fa sempre quando si agita.
«È il giorno giusto per non fare pazzie, Carlo. Non roviniamo tutto».
«Non roviniamo niente. Oggi cominciamo a costruire. Ho pensato: passo da casa e dico tutto. Poi vengo da te».
«Ma stai scherzando?».
«Non sarebbe un bel regalo?»
«Tu sei pazzo».
«Cosa cambia oggi? Magari possiamo fare un giorno meno festoso. Che ne dici di un lunedì? Il Blue Monday ti sembrerebbe il giorno giusto? È già triste di suo. Sarebbe perfetto, non credi?»
«Tu sei pazzo!»
«Perché? Non è quello che hai sempre desiderato? Che lasciassi mia moglie per stare con te?»
«Non fare lo stupido. Oggi sarebbe terribile. Ne abbiamo parlato: non è il momento opportuno».
«Ne abbiamo parlato». Ripete. Poi resta in silenzio, continua a camminare nella neve. Si chiede se per caso si sente il crepitio dei passi dall’altra parte della linea. All’altezza del punto in cui deve svoltare a destra alza la testa per controllare la targa con il nome della via. Sa che è quella giusta, è la solita strada, ma con la neve non è così sicuro. «Ma stasera per me è diverso», dice.
Percorre ancora venti metri ed è arrivato davanti alla villetta. Sul tetto lampeggia un tubo led a forma di cometa. Lo conosce bene quel tubo, l’ha montato lui. Anche la ghirlanda sul cancello l’ha messa lui. Ma adesso sta guardando la finestra al primo piano. C’è la luce accesa. Si intravede una figura dietro le tende. È appoggiata al davanzale interno. Lui riesce appena a scorgerne la silhouette del busto, intuire la testa appena inclinata verso l’interno della stanza.
«Cosa c’è di diverso proprio stasera?», dice lei.
«Non lo so. Solo che mi pesa più del solito».
«Ma cosa ti costa aspettare la fine delle vacanze? Si tratta solo di qualche giorno, poi ci rivediamo e ne riparliamo. Faremo le cose per bene. Non avere fretta».
Adesso lui rimane in silenzio. Rivolge lo sguardo di nuovo a terra e poi dietro di sé. Il suo cammino è ancora ben visibile nel manto vergine. Basterebbe così poco, pensa. «Va bene», dice alzando di nuovo lo sguardo verso la finestra, «Niente scherzi, promesso. Prima mi sono solo lasciato un po’ andare. È ora che vai da tuo figlio. Ti ho già fatto perdere abbastanza tempo».
«Grazie al cielo, Carlo! Davvero, mi hai fatto preoccupare. Lo sai che non voglio passare per la rovinafamiglie. Oggi sarebbe stato davvero un disastro, credimi».
«Hai ragione».
«Ti amo, lo sai».
«Lo so».
«Ci vediamo dopo queste feste. Faremo tutto per bene».
«D’accordo».
«Allora ciao. E auguri».
«Auguri».
Poi il tu-tu-tu della linea occupata. La figura dietro le tende si muove, esce dall’inquadratura delle finestra. La luce si spegne. Se solo lei si fosse voltata, pensa, se solo avesse scostato le tende per guardare in strada si sarebbe trovata davanti il regalo più bello.


 

Andrea SivieroAndrea Siviero è nato a Moncalieri (TO) nel 1986. Vive a Rovigo. Copywriter, per mestiere scrive di argomenti medici e scientifici. Qualche volta si dedica alla narrativa: insegue il gioco del rovescio e gli anelli di Möbius. Progressivamente leopardiano, soffre della malattia dell’infinito. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su Inutile e ChronicaLibri. Fa parte della redazione della rivista letteraria Tre Racconti e collabora con l’organizzazione del concorso letterario Racconta un libraio.

Andrea si è anche confrontato con le nostre domande sul Natale. Siete curiosi di sapere se preferisce il Pandoro o il Panettone? Allora proseguite con la lettura.

1. Qual è il Natale che ricordi con particolare attenzione e perché?
Non c’è un Natale in particolare. Se penso al Natale provo una certa saudade per le vigilie di Natale di quando ero bambino. La famiglia si allargava un po’ di più, a cena a casa dei miei o dai miei nonni materni c’erano proprio tutti: nonni e zii. Si festeggiava in modo semplice, ecco, l’importante era stare insieme. Quando penso a quelle vigilie di Natale provo sempre una profonda sensazione di serenità.
2. Se potessi scegliere, cosa vorresti ti regalassero per Natale?
Un libro di fotografia. Un anno fa ne ho visto uno di Saul Leiter, un maestro della street photography a colori, e me ne sono innamorato. Alcune sue immagini sono perfette per questo periodo, tra l’altro.
3. Se pensi al Natale, quale racconto, romanzo o poesia ti viene in mente?
Un racconto celebre: Il giro di vite di Henry James.
4. Non è Natale senza…continua tu.
Senza le persone a cui voglio bene. E non è Natale senza i buoni propositi per l’anno nuovo. C’è chi li fa a Capodanno, ma io comincio a pensarci già dalla vigilia di Natale. Naturalmente, come tutti, ci sono propositi che mi trascino avanti da almeno 15 anni a questa parte e ogni anno a Natale mi prendo l’impegno di provare a farli diventare realtà, almeno entro il Natale successivo.
5. Pandoro o panettone?
Panettone tutta la vita. Soprattutto con l’uvetta e i canditi.

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