Calendario dell’avvento

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Un calendario dell’avvento mostra i giorni rimanenti fino alla vigilia di Natale.
Si tratta di un’usanza molto diffusa nei paesi di lingua tedesca, dedicata ai bambini per accompagnare il periodo di attesa della grande festa.

L’avvento appunto (parola che deriva dal latino adventus e significa “venuta”, anche se nell’accezione più diffusa viene indicato come “attesa”) è il  periodo di preparazione al Natale.

Ci dobbiamo preparare alla venuta, alla nascita del messia (per chi è credente), all’inizio di un nuovo anno …oppure solo al rito consumistico del regalo e del cenone, all’abbuffate di dolci… alla festa in famiglia.

Noi de “La voce di Calibano” abbiamo deciso di prepararci pubblicando ogni giorno un testo di un autore diverso, dal 1 dicembre al 24.

Una sorta di calendario dell’avvento dove un racconto, una poesia, una filastrocca, una foto, un disegno… insomma una piccola o grande riflessione possa aiutarci a capire il senso del Natale.

Se vuoi collaborare e far parte dell’iniziativa invia la tua opera entro il 18 novembre a

calibano.writer@gmail.com

 

 

 

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Pubblicato in: racconto

Suonano le campane per il morto

 

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Il rintocco delle campane sveglia Giovanni che si appoggia al bastone per non cadere. È la seconda volta che viene disturbato dal sonno. La moglie lo rimprovera sempre di non mettersi a dormire sulla sedia, ma di andare sul letto. Testardo e fedele al suo amico a quattro zampe, si sistema dopo pranzo sotto l’ulivo. La faccia è secca dai raggi del sole, che la pianta con poco fogliame non riesce a proteggere dall’esposizione. Il calore lo sopporta bene, lavorando per anni il piccolo orto subito sotto l’oliveto piantato dal bisnonno Ernesto. I piedi sono coperti dalla figura di Poldo, il cane maremmano che vive con loro. Un tempo faceva la guardia al gregge, ma ora sia lui che il suo padrone sono troppo anziani per allevare degli animali. Non può essere d’aiuto neanche Cecilia; le sue mani hanno l’artrite e non riesce a mungere e fare il formaggio. Venduto tutto al nipote dei Gavinu, nel 2007, si godono il riposo estivo. A fine settembre torneranno a Roma, vicino ai figli. Per il momento l’aria salutare di Poggio Cancelli li ristora e li fa tornare indietro di dieci anni prima, quando ancora erano attivi nei campi.

Si alza dalla sedia lentamente per non far male a Poldo e per non cadere. Le scarpe sono consumate e vuole finire di romperle prima di buttarle. Alla moglie dice rassicurandola che ne comprerà un paio quando saranno in città. Lei scuote la testa sicura che non lo farà prima che tutta la suola sia consumata. Per quel poco che si muove, lei non insiste oltre.

– Hai sentito le campane? Hanno suonato a “morto”.
– L’ho sentite. Mica sono sorda. Chi è morto?
– Non lo so. Non vorrei che…
– Sante?
– Ma no, è tornato a Roma da due giorni, me l’ha detto il postino.
– Hanno fatto bene, sta male e se deve morire, meglio che lo faccia a casa sua.
– Casa sua sta qua.
– Dai figli, Giovanni. Che noioso che sei.
– Siamo nati qui ed io qui voglio morire.
– Va bene, ma per ora sei vivo. Chi è morto, allora?
– Tu sai tutto, con quella lingua. Com’è? Non hai parlato oggi con la tua amica?
– Parlo con Rosalba quanto voglio.
– State sempre a chiacchierare… possibile che non sapete chi stava male?
– Non so niente. Mi faccio i fatti miei.
– E allora perché al paese vi chiamano “lingue lunghe”?
– Fatti gli affari tuoi.
– Io sì. Voi…
– Sei venuto tu a chiedere chi è morto.
– Perché tu sai tutto.
– Prima ancora che muore?
– Eh, soprattutto prima che uno muore.
– Come se non ho niente da fare.
– Ti dai da fare pure troppo, con la lingua.
– Che cafone!
– A chiacchierare, per altro nemmeno mi ricordo più.
– Sei un porco!
– Sei una pettegola!
– Nessuno è perfetto.
– Mi dai un bicchiere di vino?
– Ti fa male, poi muori.
– Almeno dopo hai tutto il tempo per parlare con Rosalba.
– Porco, antipatico, cinico e…
– E rompiscatole.
– Ecco. Non ti sopporto più. Sempre a fare battute.
– Sono di spirito. Me lo passi il vino?
– Eccolo. Bevi, poi non voglio sapere niente se…
– Ma chi mi ammazza? Se non ci sei riuscita tu in quasi cinquant’anni.
– Non si sa mai.
– Dopo ti mettono in prigione.
– Mi riposo.
– Dopo non puoi spettegolare con Rosalba.
– Ma perché ti sta antipatica?
– Sbagli. Mi sta simpatica. Almeno per un’ora sto tranquillo che non mi chiami.
– Ma chi ti chiama.
– Perché non chiami Rosalba? Lei lo sa di sicuro chi è morto.
– Sei tremendo!
– Chiamala.
– Va bene, aspettami qui.
– E chi si muove?

Giovanni sa che sua moglie è una donna sensibile. Anche se non sembra, Cecilia è un tipo riservato, l’unica con cui si lascia andare è Rosalba, l’amica d’infanzia a Poggio Cancelli. Il suo cinismo aiuta la moglie a star allegra, dopo tanti dolori che la vita non le ha risparmiato, come stavolta. Giovanni lo sa che è morta Rosalba, Poldo lo ha svegliato ore prima quando ha visto le macchine davanti casa di Rosalba. Sua moglie riposava nel letto e non ha visto il movimento a casa dell’amica. Giovanni è cinico per poi tornare tenero quando la moglie tornerà in lacrime e non avrà più voglia di parlare. Solo allora l’abbraccerà e le racconterà di quanto anche lui volesse bene a Rosalba.

Pubblicato in: racconto

Downtown

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“Downtown, downtown”.
Avete mai giocato da bambini a far finta di parlare inglese? Io ci passavo un sacco di tempo. Così mi ripetevo quella parola che mi faceva troppo ridere.
“Downtown, downtown”.
Sembrava quasi uno scampanellio. Quello degli alberghi, nella hall, quando cerchi il portiere per avere le chiavi.
Ero in Canada per le vacanze, due settimane di soggiorno a Toronto per imparare l’inglese. Una vacanza studio, perché i miei genitori ci tenevano tanto a questa storia dell’inglese. Io avevo accettato. Due settimane all’estero da solo, quando hai sedici anni, non ti sembra vero. Nessun genitore che ti controlla, estrema libertà, massima pacchia, così pensavo.
– Vacanze Studio in Famiglia. Per vivere dall’interno l’esperienza quotidiana del paese che si sta visitando, con le sue abitudini, tradizioni e cultura, in famiglie giovani, simpatiche, ospitali e assolutamente affidabili per la loro serietà e moralità 
Così recitava la brochure. Avevo scelto il Canada per una certa idea di natura selvaggia che associavo a quel paese.
Dividevo la mia stanza con un ragazzo greco. Il suo nome era Eric. Alto biondo, non avresti mai detto che veniva da Corinto e neanche io ci ho creduto, fino al giorno in cui mi ha fatto vedere il passaporto. Eric Anastasopoulos era un tipo strano, per lo meno per quelle che erano le mie abitudini. Venivo da un quartiere periferico di Roma e non avevo conosciuto nessuno che facesse meditazione. Eric tutte le sere stendeva il suo tappetino blu, incrociava le gambe ed emetteva dei suoni gutturali. I suoi occhi fissavano un punto verso l’infinito, ma davanti aveva un divano, ricoperto di un stoffaccia rossa e lisa e sopra il divano un quadro raffigurante dei pescatori che al tramonto gettavano le loro reti. Dalla finestra, la luce gialla di un lampione dava un chiarore tremolante alla stanza,  pareva respirasse insieme ad Eric. Io ero in soggiorno che sbirciavo e dentro di me ridevo. Mi sembrava così buffa quella scena. Una volta avevo provato a dirglielo: “Dai Eric, smettila con ‘sta pagliacciata, andiamo a fare un giro”. Ma lui neanche mi aveva risposto.
La famiglia che ci ospitava si chiamava De Carlo. Era di origini italiane, abruzzesi per la precisione. Lei aveva più di cinquant’anni, ma possedeva lo sprint di una ventenne, ci teneva alla linea e andava in palestra tre volte alla settimana. Si poteva definire una bella donna, se non fosse stato per la pelle abbronzata, ma avvizzita, e le rughe che le segnavano il viso. Lui invece aveva la classica pancia gonfia da bevitore di birra; era perennemente a dieta, ma di nascosto si abbuffava di gelato.
Quel giorno mi trastullavo con il mio mantra infantile e sorseggiavo in cucina un bicchiere di Ginger-ale, aspettando Eric. Ero pronto per la serata con il gruppo del corso d’inglese. Il programma prevedeva una visita al centro della città: “downtown” appunto. Un passaggio rapido all’Air Canada Centre, con eventuale shopping delle magliette o altra paccottiglia dei Raptors, la squadra di Basket; infine salita alla CN Tower con cena a 360 metri di altezza. Da lì, nel ristorante che gira intorno all’asse della torre, si poteva avere una visuale di tutta la città, con la particolarità del pavimento di vetro che ti dava la sensazione di essere sospeso sopra lo Sky Dome.
Ci passarono a prendere intorno alle 17.00 con un pulmino, arrivammo dalle parti di Yonge Street e da li proseguimmo a piedi. Mentre camminavano lungo il viale, fui attratto da una serie di case basse e rosse, tanti villini a schiera con mattoni a vista. La nostra guida mi disse che erano vecchi alloggi universitari dei primi del novecento. I grattacieli in lontananza davano un certo non so che di misterioso e antico a queste case. Affacciata a una finestra c’era una cicciona di colore, che innaffiava il suo micro giardino. Eric iniziò a fare dei gesti con le braccia per attirare la sua attenzione, poi le chiese se la pianta che si vedeva al di là del muretto di recinzione fosse una Camellia sinensis. “Yea! Do you know it?” Rispose la cicciona sorridendo.
“Yea” confermò Eric.
La cicciona fece segno a Eric di entrare e lui lo fece a me. Così, senza che il capo-gruppo se ne accorgesse, ci staccammo dal resto della comitiva, per entrare in casa della cicciona.
Lei parlava e sorrideva, ma tralasciando le quattro parole d’inglese che conoscevo, non riuscivo a capire cosa dicesse. Invece Eric sembrava completamento a suo agio in casa di una sconosciuta. Si comprendevano a meraviglia. La cicciona ci fece segno di sedere e mise sul fuoco una teiera. Ogni frase che diceva era accompagnata da “Yea” e terminava in una risata. Avevo intuito che parlavano di erbe medicinali, per via di alcuni nomi noti anche a me. Nella sua cucina c’era un frigorifero e un fornello che formavano un unico mobile incastrato tra il lavandino e la parete. Lei faceva fatica a muoversi, si girò su se stessa, si chinò e da un cassetto tirò fuori una scatola di latta, di quelle per i biscotti. All’interno c’erano dei sacchetti di juta pieni di una specie di polvere color verde-marrone. Probabilmente dell’erba secca sbriciolata. Intanto la teiera aveva iniziato a fischiare. La cicciona prese un cucchiaio e versò la polvere contenuta nei sacchetti in una tazza, dove poi versò anche l’acqua della teiera. La tazza emanava un forte odore di agrumi, di mandarino forse. Ci invitò a bere, porgendoci la tazza sempre sorridendo. Io chiesi timidamente “Can I ‘ve sugar please?” Sia la cicciona che Eric risero. Pensai che era una conseguenza del mio pessimo inglese, ma lei mi rispose “No”.
Così disse. Semplicemente – No – senza essere contrariata, lo pronunciò dolcemente ma in maniera perentoria. Allora Eric mi spiegò che era tè verde, proveniente direttamente dal Giappone.
“Ah!” feci io, ma solo per darmi un contegno, come se avessi capito il collegamento Giappone – zucchero – tè
Poi la cicciona mi chiese conferma del fatto che ero italiano ed io risposi “Yes”. “Ah!” fece stavolta la cicciona. Quindi doveva esserci un rapporto tra l’Italia, il Giappone, lo zucchero e il tè che in quel momento proprio non riuscivo a comprendere.
Comunque, anche se rimasi un po’ malfidente bevvi quella specie di tisana, copiando Eric e la cicciona. Tenevano la tazza con tutte due le mani, avvicinavano lentamente la tazza alle labbra, soffiavano e poi un sorso alla volta bevevano.
Anche io bevvi, ma non successe niente, solo mi sembrò un po’ amaro.
La cicciona, che poi venni a sapere si chiamasse Mrs. Webster, offrì uno dei sacchetti che stavano nella scatola di latta ad Eric. Mentre a me, che all’epoca ero magrolino, regalò dei biscotti fatti in casa, ripieni di pezzetti di cioccolata, di un buono che non scorderò mai. Quando me li consegnò, al momento del congedo, mi abbracciò e mi disse nella sua lingua – Presto imparerai, perchè hai fame di conoscenza –
“Che cosa imparerò?” le chiesi, ma lei sorrise. Pensai non avesse capito perchè avevo parlato in italiano. Ma senza che aggiungessi neanche una parola Eric si girò verso di me e con naturalezza mi spiegò che era una sensitiva e sicuramente aveva avuto una visione.
Provai allora a chiederle di nuovo (stavolta utilizzando il mio inglese scolastico) se la frase era corretta e cosa intendesse lei per imparare.
-Trovare il centro, la via che conduce al centro –
Anche questo disse in inglese, senza una particolare espressione del volto, sempre sorridendo.
Ci abbracciò di nuovo mentre ci accompagnava alla porta.
Eric mi disse che nel sacchetto c’era un estratto di genziana per i De Carlo, avrebbe aiutato lui ad eliminare la pancia gonfia.
Poi successe una cosa strana, Eric inizio a tossire, si lamentava di un dolore al braccio, d’un tratto il colorito della sua pelle divenne pallidissimo, disse che si sentiva mancare e si accasciò sul marciapiede.
Non so come mi è venuto, ero veramente poco più di un bambino, mi ricordo che il palazzo di fronte era in costruzione, travi di legno e operai che lavoravano, ma non chiamai nessuno, almeno all’inizio. Provai a fare un massaggio cardiaco ad Eric. Vicino a noi era parcheggiata una moto italiana, una Guzzi California. Il proprietario era un medico e arrivò proprio nel momento più giusto. Mi chiese cosa stava succedendo, io risposi in italiano: “Sta male, non lo so, mi è svenuto davanti”. Lo dicevo affannato e con le lacrime agli occhi, mentre rimanevo chino sopra di lui, nel disperato tentativo di rianimarlo. Il medico con fare brusco mi spinse via ed iniziò a praticare correttamente il massaggio cardiaco. Poi dalla giacca tirò fuori un telefono e mi disse “Guaglio’ chiamma ‘o 911”, Così feci e in poco tempo arrivò un’ambulanza che portò Via Eric.

Così mi ritrovai solo e spaventato e dovevo in qualche modo arrivare alla CN Tower, Downtown di Toronto, per ricongiungermi con il mio gruppo e comunicare anche l’accaduto.
Ripensai alle parole di Mrs. Webster e quasi mi venne da ridere – Imparare a trovare la via che conduce al centro – non era stata una profezia per il futuro.