Pubblicato in: racconto

Downtown

Embed from Getty Images

“Downtown, downtown”.
Avete mai giocato da bambini a far finta di parlare inglese? Io ci passavo un sacco di tempo. Così mi ripetevo quella parola che mi faceva troppo ridere.
“Downtown, downtown”.
Sembrava quasi uno scampanellio. Quello degli alberghi, nella hall, quando cerchi il portiere per avere le chiavi.
Ero in Canada per le vacanze, due settimane di soggiorno a Toronto per imparare l’inglese. Una vacanza studio, perché i miei genitori ci tenevano tanto a questa storia dell’inglese. Io avevo accettato. Due settimane all’estero da solo, quando hai sedici anni, non ti sembra vero. Nessun genitore che ti controlla, estrema libertà, massima pacchia, così pensavo.
– Vacanze Studio in Famiglia. Per vivere dall’interno l’esperienza quotidiana del paese che si sta visitando, con le sue abitudini, tradizioni e cultura, in famiglie giovani, simpatiche, ospitali e assolutamente affidabili per la loro serietà e moralità 
Così recitava la brochure. Avevo scelto il Canada per una certa idea di natura selvaggia che associavo a quel paese.
Dividevo la mia stanza con un ragazzo greco. Il suo nome era Eric. Alto biondo, non avresti mai detto che veniva da Corinto e neanche io ci ho creduto, fino al giorno in cui mi ha fatto vedere il passaporto. Eric Anastasopoulos era un tipo strano, per lo meno per quelle che erano le mie abitudini. Venivo da un quartiere periferico di Roma e non avevo conosciuto nessuno che facesse meditazione. Eric tutte le sere stendeva il suo tappetino blu, incrociava le gambe ed emetteva dei suoni gutturali. I suoi occhi fissavano un punto verso l’infinito, ma davanti aveva un divano, ricoperto di un stoffaccia rossa e lisa e sopra il divano un quadro raffigurante dei pescatori che al tramonto gettavano le loro reti. Dalla finestra, la luce gialla di un lampione dava un chiarore tremolante alla stanza,  pareva respirasse insieme ad Eric. Io ero in soggiorno che sbirciavo e dentro di me ridevo. Mi sembrava così buffa quella scena. Una volta avevo provato a dirglielo: “Dai Eric, smettila con ‘sta pagliacciata, andiamo a fare un giro”. Ma lui neanche mi aveva risposto.
La famiglia che ci ospitava si chiamava De Carlo. Era di origini italiane, abruzzesi per la precisione. Lei aveva più di cinquant’anni, ma possedeva lo sprint di una ventenne, ci teneva alla linea e andava in palestra tre volte alla settimana. Si poteva definire una bella donna, se non fosse stato per la pelle abbronzata, ma avvizzita, e le rughe che le segnavano il viso. Lui invece aveva la classica pancia gonfia da bevitore di birra; era perennemente a dieta, ma di nascosto si abbuffava di gelato.
Quel giorno mi trastullavo con il mio mantra infantile e sorseggiavo in cucina un bicchiere di Ginger-ale, aspettando Eric. Ero pronto per la serata con il gruppo del corso d’inglese. Il programma prevedeva una visita al centro della città: “downtown” appunto. Un passaggio rapido all’Air Canada Centre, con eventuale shopping delle magliette o altra paccottiglia dei Raptors, la squadra di Basket; infine salita alla CN Tower con cena a 360 metri di altezza. Da lì, nel ristorante che gira intorno all’asse della torre, si poteva avere una visuale di tutta la città, con la particolarità del pavimento di vetro che ti dava la sensazione di essere sospeso sopra lo Sky Dome.
Ci passarono a prendere intorno alle 17.00 con un pulmino, arrivammo dalle parti di Yonge Street e da li proseguimmo a piedi. Mentre camminavano lungo il viale, fui attratto da una serie di case basse e rosse, tanti villini a schiera con mattoni a vista. La nostra guida mi disse che erano vecchi alloggi universitari dei primi del novecento. I grattacieli in lontananza davano un certo non so che di misterioso e antico a queste case. Affacciata a una finestra c’era una cicciona di colore, che innaffiava il suo micro giardino. Eric iniziò a fare dei gesti con le braccia per attirare la sua attenzione, poi le chiese se la pianta che si vedeva al di là del muretto di recinzione fosse una Camellia sinensis. “Yea! Do you know it?” Rispose la cicciona sorridendo.
“Yea” confermò Eric.
La cicciona fece segno a Eric di entrare e lui lo fece a me. Così, senza che il capo-gruppo se ne accorgesse, ci staccammo dal resto della comitiva, per entrare in casa della cicciona.
Lei parlava e sorrideva, ma tralasciando le quattro parole d’inglese che conoscevo, non riuscivo a capire cosa dicesse. Invece Eric sembrava completamento a suo agio in casa di una sconosciuta. Si comprendevano a meraviglia. La cicciona ci fece segno di sedere e mise sul fuoco una teiera. Ogni frase che diceva era accompagnata da “Yea” e terminava in una risata. Avevo intuito che parlavano di erbe medicinali, per via di alcuni nomi noti anche a me. Nella sua cucina c’era un frigorifero e un fornello che formavano un unico mobile incastrato tra il lavandino e la parete. Lei faceva fatica a muoversi, si girò su se stessa, si chinò e da un cassetto tirò fuori una scatola di latta, di quelle per i biscotti. All’interno c’erano dei sacchetti di juta pieni di una specie di polvere color verde-marrone. Probabilmente dell’erba secca sbriciolata. Intanto la teiera aveva iniziato a fischiare. La cicciona prese un cucchiaio e versò la polvere contenuta nei sacchetti in una tazza, dove poi versò anche l’acqua della teiera. La tazza emanava un forte odore di agrumi, di mandarino forse. Ci invitò a bere, porgendoci la tazza sempre sorridendo. Io chiesi timidamente “Can I ‘ve sugar please?” Sia la cicciona che Eric risero. Pensai che era una conseguenza del mio pessimo inglese, ma lei mi rispose “No”.
Così disse. Semplicemente – No – senza essere contrariata, lo pronunciò dolcemente ma in maniera perentoria. Allora Eric mi spiegò che era tè verde, proveniente direttamente dal Giappone.
“Ah!” feci io, ma solo per darmi un contegno, come se avessi capito il collegamento Giappone – zucchero – tè
Poi la cicciona mi chiese conferma del fatto che ero italiano ed io risposi “Yes”. “Ah!” fece stavolta la cicciona. Quindi doveva esserci un rapporto tra l’Italia, il Giappone, lo zucchero e il tè che in quel momento proprio non riuscivo a comprendere.
Comunque, anche se rimasi un po’ malfidente bevvi quella specie di tisana, copiando Eric e la cicciona. Tenevano la tazza con tutte due le mani, avvicinavano lentamente la tazza alle labbra, soffiavano e poi un sorso alla volta bevevano.
Anche io bevvi, ma non successe niente, solo mi sembrò un po’ amaro.
La cicciona, che poi venni a sapere si chiamasse Mrs. Webster, offrì uno dei sacchetti che stavano nella scatola di latta ad Eric. Mentre a me, che all’epoca ero magrolino, regalò dei biscotti fatti in casa, ripieni di pezzetti di cioccolata, di un buono che non scorderò mai. Quando me li consegnò, al momento del congedo, mi abbracciò e mi disse nella sua lingua – Presto imparerai, perchè hai fame di conoscenza –
“Che cosa imparerò?” le chiesi, ma lei sorrise. Pensai non avesse capito perchè avevo parlato in italiano. Ma senza che aggiungessi neanche una parola Eric si girò verso di me e con naturalezza mi spiegò che era una sensitiva e sicuramente aveva avuto una visione.
Provai allora a chiederle di nuovo (stavolta utilizzando il mio inglese scolastico) se la frase era corretta e cosa intendesse lei per imparare.
-Trovare il centro, la via che conduce al centro –
Anche questo disse in inglese, senza una particolare espressione del volto, sempre sorridendo.
Ci abbracciò di nuovo mentre ci accompagnava alla porta.
Eric mi disse che nel sacchetto c’era un estratto di genziana per i De Carlo, avrebbe aiutato lui ad eliminare la pancia gonfia.
Poi successe una cosa strana, Eric inizio a tossire, si lamentava di un dolore al braccio, d’un tratto il colorito della sua pelle divenne pallidissimo, disse che si sentiva mancare e si accasciò sul marciapiede.
Non so come mi è venuto, ero veramente poco più di un bambino, mi ricordo che il palazzo di fronte era in costruzione, travi di legno e operai che lavoravano, ma non chiamai nessuno, almeno all’inizio. Provai a fare un massaggio cardiaco ad Eric. Vicino a noi era parcheggiata una moto italiana, una Guzzi California. Il proprietario era un medico e arrivò proprio nel momento più giusto. Mi chiese cosa stava succedendo, io risposi in italiano: “Sta male, non lo so, mi è svenuto davanti”. Lo dicevo affannato e con le lacrime agli occhi, mentre rimanevo chino sopra di lui, nel disperato tentativo di rianimarlo. Il medico con fare brusco mi spinse via ed iniziò a praticare correttamente il massaggio cardiaco. Poi dalla giacca tirò fuori un telefono e mi disse “Guaglio’ chiamma ‘o 911”, Così feci e in poco tempo arrivò un’ambulanza che portò Via Eric.

Così mi ritrovai solo e spaventato e dovevo in qualche modo arrivare alla CN Tower, Downtown di Toronto, per ricongiungermi con il mio gruppo e comunicare anche l’accaduto.
Ripensai alle parole di Mrs. Webster e quasi mi venne da ridere – Imparare a trovare la via che conduce al centro – non era stata una profezia per il futuro.

Annunci
Pubblicato in: contest

Leggere non è peccato – la vittoria

Leggere non è peccato, assolutamente no. È stato dimostrato attraverso questo contest: http://www.nadiabanaudi.it/2017/07/20/9755/
cui prende il nome e che quest’anno è stato organizzato da:
Nadia Banaudi (http://www.nadiabanaudi.it/)
Silvia Algerino (http://www.lettorecreativo.it/)
Roberta Dieci (https://www.robertadieci.com/blog).
Le ringrazio per aver indetto un contest frizzante che ha ispirato diversi racconti interessanti. Parlare di “contraddizioni femminili” per quel che mi riguarda, è stato stimolante al punto di aver trasmesso, o almeno lo spero, la stessa situazione contraddittoria che poniamo noi donne quotidianamente. Dobbiamo ammetterlo: siamo contraddittorie. Il mio racconto era incentrato sulla gelosia attraverso una donna che predica bene, ma razzola male. Afferma che nella coppia non ci si dovrebbe controllare e poi…è la prima a fiondarsi sul telefono del fidanzato quando squilla. Il tutto “condito” da elementi stuzzicanti. Non svelo oltre, vi invito, per chi non l’avesse ancora fatto, a leggere per intero il racconto vincitore di “Leggere non è peccato 2017” qui:
https://lavocedicalibano.wordpress.com/2017/09/01/unocchiata-al-cellulare/

Ringrazio chiunque mi abbia letto e votato.
Aspetto con curiosità i tre libri gentilmente messi in palio da Nadia Banaudi con ” Vita e riavvita”, Silvia Algerino con “Come fossimo già madri” e Roberta Dieci con “I sogni non fanno rumore”.
Eccoli:

libri

E ora mi godo la vittoria. Presto sfoglierò con mano i premi.
Prima passerò i libri al mio compagno di blog Calibano che ringrazio: senza di lui non ci sarebbe né questa, né altra di vittoria. Anzi no, prima li leggerò io i libri, anzi no, uno a te e due a me. No, tutti e tre. Uhm, no, spetta a me leggerli per prima.
Che contraddittoria!
Grazie Calibano di sopportarmi, ma noi donne siamo così:
dolcemente contraddittorie.

Leggete sempre e comunque.
Buona lettura a tutti.

 

Pubblicato in: racconto

Essere Padre: ovvero il passetto

Embed from Getty Images

Oggi ho giocato a biliardino con le mie figlie e ho pianto.
Eravamo in Oratorio e la più grande, che ha undici anni, mi ha tirato per un braccio e mi ha detto: “Papà, papà! Vieni a giocare a biliardino?”. Subito ci è venuta dietro  la mezzana, che di anni ne ha solo nove; e quando ci ha visto giocare anche la più piccola (solo sei anni) si è unita a noi, ma considerata la sua altezza (si fa per dire) poteva soltanto rimettere la pallina in campo.
Il mio cuore si è riempito di orgoglio, non mi sembrava vero che mi volessero coinvolgere e avessero piacere di giocare con me, nonostante la mia scontrosità, il mio essere burbero, la mia lontananza dai loro vissuti. Io, un padre troppo occupato per loro, preso dai miei impegni e problemi lavorativi.
Naturalmente ho vinto, le ho stracciate, anche se giocavo al rallentatore. Ma quella mano, che mi ha tirato il braccio e mi ha trascinato a giocare, mi ha dato più felicità di mille vittorie. Ma soprattutto, mai avrei creduto che una partita a calcio-balilla sarebbe stata in grado di ricordarmi che sono padre.
Che significa essere padre?
Un giorno la tua compagna, tua moglie, la tua fidanzata oppure la tua amante, comunque generalmente una donna (almeno per adesso), con il viso più o meno sorridente ti dice: “Sono incinta”. Da quel momento sei padre, ma forse non te ne accorgi finché non arriva l’esperienza magica del parto. Dove, tra le voci del personale medico che cercano di tranquillizzarti e la mano di lei che ti stritola il braccio (mentre urla versi disumani), vedi spuntare da quella fessura (si proprio quella, “la fessura” per cui bramavi tanto),  fare capolino la sua testolina. Ancora qualche spinta, le ultime grida e “lei” viene fuori. Il dottore la piazza tra le tue mani e tu controlli che abbia proprio tutto: due braccia, due gambe e dopo averle contato anche le dita dici: “Uaoo! Questa è mia figlia, è bellissima!”.
L’euforia finisce in fretta, alla prima notte con le colichette di fronte ai suoi pianti disperati. Quando poi ti accorgi che “lei” (la tua bellissima figlia) è un po’ imbranata, ha scarse capacità atletiche e a nove anni non sa ancora andare in bici, ti convinci che non è figlia tua, anche se ufficialmente sei il padre.
Quali sono i compiti di un padre?
Ci sono sicuramente una marea di libri che ti spiegano come essere un buon padre (tutti di psicologi o pedagoghi americani, al massimo svedesi o olandesi, mai visto un libro di un pedagogo cinese o arabo). Questi libri sono generalmente comprati da tutti  i neo-genitori, ma secondo me nessun papà li legge. Non hai tempo; e poi francamente, per quel che mi riguarda, l’unico momento dedicato alla lettura è quando vado in bagno, dove ho la mia collezione di Tex che mi aspetta.
Anche io ho avuto un padre, anzi a dir la verità ce l’ho ancora. Ci ho pensato, quando in Oratorio giocavo al biliardino con le mie figlie. Mi sono ricordato che non ho mai giocato a calcio-ballila con mio padre e non mi venivano alla memoria giornate passate a scherzare e giocare con lui. L’unica cosa che mi tornava in mente era la frase che mi diceva quando era intento a fare qualche lavoretto domestico: “Ruba con gli occhi”, questo mi diceva. Io potevo solo guardare, essendo imbranato e incapace non mi era concesso di “fare”, ma potevo imparare osservando.
Così quando mia figlia mi ha chiesto: “Ma Papà come si fa a fare quel movimento lì?” l’ho guardata; ho rifatto il passaggio della pallina da un ometto all’altro della stessa asta calciando in rete e le ho risposto: “Questo? Il passetto”.
Mi sono detto che forse essere un buon padre significa semplicemente insegnare a fare il “passetto” alle proprie figlie e mi è scappata una lacrimuccia.

 

Pubblicato in: racconto

Un’occhiata al cellulare

“Amore, squilla il telefono.” dico con un insolito falsetto.
Mi precipito dalla cucina fino in salotto per arrivare prima di lui, ma ecco che arriva con i capelli bagnati, l’asciugamano ancora in mano.
L’accappatoio lascia scoperti i suoi pettorali scolpiti. Lo vedo passare davanti a me che prende il telefono e si dirige in camera per parlare indisturbato. La cipolla sul tagliere subisce la mia rabbia, la spezzetto per bene, mentre ripenso a come è stato veloce nel rispondere.
“Tutto bene? Chi era?” gli chiedo fingendo indifferenza.
“Niente cara, era una chiamata di lavoro.” con quella voce bassa e pacata che mi manda fuori di testa.
Non ci credo. Il suo sorriso ancora stampato sulla faccia mi lascia perplessa. Quella fossetta sulla guancia sinistra mi preoccupa. Era troppo contento di parlare al telefono, ma con chi parlava? Mentre rimugino lui si avvicina e sento il suo profumo. Guardo la cipolla triturata. Decisamente è pronta per essere saltata in padella.
“Ti è arrivato un messaggio” mi sussurra porgendomi il cellulare.
“Adesso mi controlli anche il telefono?” quasi gli urlo scoppiettante e rossa in faccia, sembro la cipolla di Tropea che ha cominciato a soffriggere.
“Pensavo di farti un favore a portarti il telefono. Stai sempre lì a smanettare con il cellulare che…”
“Che? Cosa? Ma che dici? Non è vero. E poi non ci eravamo detti di non prendere e non sbirciare il telefono degli altri? “
“Valeria, te l’ho portato e non ho visto chi era. Hai pure il codice. Come faccio a leggere? Tu invece che ci facevi vicino al tavolo dov’era il mio? E strillavi come una gallina che il telefono squillava”
“Eri in doccia pensavo non sentissi. Comunque io non guardo il tuo telefono e non voglio che tu lo faccia. “
“Non ti guardo niente, non sono geloso, lo sai. E non ti scordare che tu hai messo il codice di sblocco, io no.”
“Che vuoi dire? Io non ho sbirciato nulla.” Adesso anche i cubetti di pancetta soffriggono è il momento della passata di pomodoro.
Sono gelosa, lo ammetto. Chi non lo sarebbe di Manuele? Li sento i commenti di quelle cornacchie al club quando gli prepara la scheda di allenamento. Innamorarmi dell’istruttore di fitness è stata la mia rovina e la mia fortuna allo stesso tempo. Sono dimagrita, sono tornata “la Valeria” di dieci anni fa. Se ne sono accorti tutti e i complimenti si sprecano, non solo in palestra. Single da due anni, dopo la storia con Michele ero ingrassata di quindici chili. Brutta. Tanto.
Le altre ragazze in palestra sbavavano per Manuele, io pensavo solo a dimagrire. Dopo un anno abbondante ci sono riuscita. Lui si dedicava più a me, ma in fondo le altre che bisogno avevano? La più in carne portava una 44. Il circolo delle “secche”. Aride, più che altro. Alcune hanno addirittura cambiato corso, appena saputo che io e Manuele ci eravamo messi insieme.
È un guaio stare con uno bello come lui. Ogni volta che lo vedo nudo penso che arriverà una ragazza più giovane e lo porterà via da me. Mi dico che dovrei star serena e non pensarci; in fondo dimostra ogni giorno di amarmi.
“Stasera vogliamo saltare la cena?” mi dice, mentre alle spalle mi cinge i fianchi con le mani
“No, perché?” rispondo quasi indispettita
“A forza di saltare in padella quegli spaghetti, saranno stracotti.”
“E allora non mangiarli!”
“Quando ti arrabbi, sei così carina che mi vien voglia…”
Con lui è cosi, alla fine i litigi finiscono per essere una scusa per fare sesso.
L’amatriciana è rimasta in cucina, la padella sui fornelli spenti. Noi accesi dalla nostra passione in camera da letto.
Mi piace quando dopo i nostri amplessi lui si addormenta, la testa appoggiata al mio seno, in quel momento è solo mio. Sarebbe tutto perfetto, se non fosse per quegli odiosi “bip” colonna sonora dei messaggi sul telefono. Non resisto, ne approfitto e do un’occhiata al cellulare. Era sua madre, per fortuna. Mi rilasso e penso che “occhio non vede e cuore non duole”. Prima di appoggiare il telefono, leggo Marisa in rubrica dopo mamma. Ed ora questa chi è?

Questo racconto partecipa al seguente contest

lett creativo

http://www.lettorecreativo.it/contest-contraddizioni-femminili/

 

Pubblicato in: Recensioni

Storia di una Gabbianella e del Gatto che le insegnò a Volare

Storia di una Gabbianella e del Gatto che le insegnò a Volare
di Luis Sepùlveda

zorba1- – Parola d’onore –

Questa espressione mi fa venire in mente i mafiosi: l’onorata società, almeno così veniva chiamata nei tempi A.R. (avanti Riina). Adesso forse “mantenere la parola data” è rimasta una caratteristica appannaggio solo dei Boy scout.

Zorba non è un mafioso e neanche un boy scout, eppure proprio da una sua promessa, anzi da tre, nasce questa storia:

…“ Promettimi che non mangerai l’uovo”

Stridette aprendo gli occhi

Prometto che non mi mangerò l’uovo”

ripetè Zorba.

Promettimi che ne avrai cura finchè non sarà nato il piccolo” stridette sollevando il capo.

Prometto che avrò cura dell’uovo finchè non sarà nato il piccolo”.

E promettimi che gli insegnerai a volare”…

Zorba per chi non lo sapesse è un gatto nero (a parte una piccola macchia bianca sulla gola) grande e grosso che vive a Amburgo nella zona del porto, dove è nato e dove stava per morire, nelle fauci di un pellicano, se non fosse intervenuto un bambino a salvarlo.

I gatti, si sa, non volano, ma Zorba ha promesso a Kengah, (una gabbiana dalle piume color argento) che avrebbe insegnato a volare al piccolo. Lo ha promesso mentre la gabbiana, stremata dal volo e ricoperta della peste nera (il petrolio rovesciato in mare), sente che la fine si avvicina e decide di deporre un uovo.

Il Porto è forse l’emblema di tutte le periferie, un “postaccio” abitato da gente malfamata, dove il degrado la fa da padrone, dove devi imparare velocemente le regole del gioco, (pena la sopravvivenza), dove il pericolo è sempre in agguato. Proprio nel porto Sepùlveda ambienta questa storia perché: …La parola d’onore di un gatto del porto impegna tutti i gatti del porto…

Tutta la comunità dei gatti: Colonello, Segretario, Diderot e Sopravento, si unisce per aiutare Zorba a mantenere le promesse. Si chiamano “compagni” tra di loro, ma non si avverte un richiamo ad un ideologia politica. Tuttavia è chiarissimo il pensiero dello scrittore Cileno, che riesce con questo breve racconto a darci anche una “piccola lezione” sullo straniero, sul diverso: ”… Ti vogliamo tutti bene, Fortunata. E ti vogliamo bene perchè sei una gabbiana, una bella gabbiana. Non ti abbiamo contraddetto quando ti abbiamo sentito stridere che eri un gatto, perchè ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa […] Ti abbiamo dato tutto il nostro affetto senza alcuna intenzione di fare di te un gatto […] abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio: abbiamo imparato ad apprezzare, a rispettare e ad amare un essere diverso…”

I gatti, pur di aiutare Fortunata, infrangono un Tabù, quello di miagolare l’idioma degli umani. Non riescono ad insegnare a volare alla piccola gabbiana ed hanno bisogno dell’aiuto degli umani. Ecco che Sepùlveda non ha perso tutte le speranze nell’uomo e nella sua capacità di immaginazione. Grazie ad essa si può vedere oltre la miseria, oltre la sconfitta, oltre l’apparenza, e forse si può aiutare un gatto ad insegnare a volare a una gabbianella. Perchè solo il poeta potrà svelare a Zorba come nei gabbiani

Il loro piccolo cuore

– lo stesso degli equilibristi –

per nulla sospira tanto

come per quella pioggia sciocca

che quasi sempre porta il vento

che quasi sempre porta il sole

Pubblicato in: racconto

Zapping e Zumba

Embed from Getty Images

È già venerdì, la settimana sembra essere volata. Mi preparo per andare in palestra, non vorrei far tardi.
“Ciao Sandra, oggi non posso venire con te; ho la visita dal dentista. Mi dispiace.”
Il trillo del telefono poggiato sul tavolo in salotto non l’ho sentito. Mio figlio ha messo di nuovo il silenziatore al cellulare e solo ora ho letto il messaggio di Cinzia. Mi ero già vestita e preparata. Come ci vado ora in palestra? Se solo avessi la patente, ma io ho paura di guidare e non posso farmi quindici chilometri a piedi, altrimenti farei movimento prima ancora d’iniziare la lezione. Sono nervosa, ho fame, mi prende così quando c’è qualcosa che va storto. Vediamoci un po’ di televisione.

Niente, a quest’ora pare che non ci sia altro che oroscopi, cronaca nera, ricette di cucina, malattie devastanti su soggetti già provati e…nient’altro. Dieci minuti di zapping per sapere che non è la mia settimana propizia secondo le stelle, che hanno arrestato il marito della signora trovata morta, che la crema catalana non è come quella pasticcera e che sono fortunata ad essere in salute, un po’ in carne, ma sana. Per questo con Cinzia ci siamo iscritte insieme in palestra. Ci dobbiamo rimettere in forma per l’estate.

“E uno, e due, e uno e due. E ancora. Su, forza, tu che ci stai guardando, alzati e unisciti a noi.”
“Ma ce l’ha con me?”
“Sì, parlo con te. Riscaldati che iniziamo. Cominceremo con gli esercizi per mantenere in forma il girovita. Proprio così. Vi vedo. Dopo Natale i vostri addominali sono mosci. Ma ormai non avete scuse. Siamo a gennaio ed è ora di ricominciare.”
“ Ma io non lo so se…”
“Solleva le chiappe dalla sedia e inizia… muoviti!
E uno, e due…segui il ritmo, piede destro avanti, piede sinistro dietro e ancora su, e giù.”
Ho ancora il telecomando in mano, mentre eseguo i passi. È travolgente.
“Ah, ma allora ci sai fare. Vai a zumba?”
“Beh, sì…due volte a settimana con Cinzia”
“E allora vai…vai…Muovi i fianchi così, non fermarti. Vedrai come ti sentirai meglio.”
“In effetti, mi sento più sciolta”
“Non parlare. E uno, e due…”
“Oh, che ritmo. Un attimo che bevo.”
“No, non fermarti ora, perderai il ritmo.”
“Ma io ho sete.”
“Dai su, poi ti darò una pausa.”
“Ma ce l’ha con me?”
“Mamma , ma che fai, parli da sola?”
“Come?”
Mi giro con la testa, ma continuo coi movimenti e ancora il telecomando in mano come fosse un manubrio in palestra.
Mia figlia ha un tempismo nel beccarmi sempre sul più bello. Meglio sorridere e far finta di niente, non vorrei che pensasse davvero che parlavo con la signora della televisione.
“Ma no, tesoro. Cantavo la canzone, non senti? Un, dos,tres…viva la vida loca.
Dai viene anche tu a fare zumba.”
“La prossima volta, mamma. Devo tornare di nuovo all’università, avevo lasciato il libro in camera. Ciao, mamma. Ci vediamo alle sette.”
“A dopo, allora. Ciao.”
Per tutto il tempo non mi sono fermata, per non perdere il ritmo. Fine della lezione. Appoggio il telecomando, non vorrei girarci il sugo.

Pubblicato in: Recensioni

Il “lamento di Portnoy”

portnoy

Atti di esibizionismo, voyuerismo, feticismo, autoerotismo e coito orale sono assai frequenti; come conseguenza della – moralità – del paziente, tuttavia, né le fantasie né le azioni si traducono in autentica gratificazione sessuale, ma piuttosto in un soverchiante senso di colpa unito a timore di espiazione, soprattutto nella fantasmatica della castrazione

Il preambolo di O. Spielvogel, fantomatico psicoanalista di Alexander Portnoy, ci fa subito capire dove Roth andrà a parare, anche perchè, (a parere dello stimatissimo Spielvogel), gran parte di questi sintomi vanno ricercati nei legami formatisi nel rapporto madre figlio.
Proprio da questo parte Roth: da quel personaggio indimenticabile che è nostra madre.
Il “lamento di Portnoy” è un lungo monologo del protagonista durante una seduta di terapia, niente di pedante o tecnico. Il tutto viene raccontato in maniera dissacrante e cinica, alla Roth, nel tipico stile della comicità ebreo-americana: avete presente Groucho Marx o Woody Allen. Ecco l’accostamento con Allen non è casuale, anzi, più di qualcuno maligna che Woody abbia scopiazzato da Roth molte idee per la realizzazione dei suoi film.
Proseguendo con la lettura si conosce meglio questo “disturbo” di Portnoy; questa sua tensione sessuale, spesso di natura perversa, in contrasto con gli impulsi etici ed altruistici della cultura e tradizione ebraica, su cui Roth ironizza, ma dalla quale non riesce a separarsi.
Secondo Roth è la stessa tradizione ebraica, che come una grande mamma, lo controlla mentre cerca di “vivere” l’America.
Come un filo rosso, questo confronto tra lo stile di vita americano e la cultura Yiddish percorre tutto il libro.
E’ paradossale come viene affrontata la questione antisemita; soprattutto se si pensa che il romanzo è ambientato intorno agli anni quaranta/cinquanta, gli anni della seconda guerra mondiale, della Shoah. Roth ci descrive il modo di pensare degli ebrei, che considerano una minaccia la completa integrazione con i “goyische” (i non ebrei), in una sorta di “razzismo” o antisemitismo alla rovescia.

Emblematico è il seguente passaggio:

… per essere solidali e comprensivi e piantarla di trattare la donna delle pulizie come se fosse una bestia da soma, come se non provasse la stessa aspirazione alla dignità del resto della gente! E ciò vale anche per i goyim! Non tutti abbiamo avuto la fortuna di nascere ebrei, capisci. E allora un pizzico di comprensione per i meno fortunati, ok? Perchè ne ho piene le tasche di goyische qui e goyische là! Se è cattivo è goyim, se è buono è ebreo! Non vi accorgete, cari genitori da cui lombi sono stato generato, che un tale modo di pensare è una barbara idiozia? Che state solo tradendo le vostre paure? La primissima distinzione che ho appreso da voi, ne sono certo, non è stata giorno o notte o caldo e freddo, ma goyische e ebreo!…

Ecco la paura del diverso, che è alla base di tutti i razzismi: la “xenofobia”.

Portnoy si ritrova, dicevamo, con una madre iper-controllante. Sembrava quasi che parlasse della mia (per capire cosa avevo in mente o cosa stavo combinando era capace di controllare la spazzatura, come il più esperto degli investigatori). Ma è impressionante come questi genitori Yiddish di Portnoy siano simili allo stereotipo di quelli italiani: sempre preoccupati di come e quanto il figlio mangi, che si sposi e abbia figli. Identico è il sistema con quale agiscono per ottenere l’amore del proprio figlio (il senso di colpa). Quanti non hanno ricevuto un rimprovero dalla madre (o dal padre) perchè non si fanno sentire per telefono? A me ed a Portnoy è successo.
Ma c’è una frase della madre di Portnoy che più di ogni altra mi ha colpito. Una frase che mia madre mi ha ripetuto non so quante volte:

…Guarda un giorno sarai genitore anche tu, e allora ti accorgerai di cosa vuol dire. E allora forse la smetterai di prendere in giro la tua famiglia.

Insomma un testo che qualcuno potrebbe definire scurrile, ma sicuramente divertente e mai banale. Roth ci fa riflettere sui mali della nostra società attraverso la patologia di Portnoy, che in questo modo si descrive:

“… Forse è tutto ciò che sono realmente: un leccatore di figa, una bocca schiava del buco femminile. Lecca! E così sia! Forse la soluzione più saggia per me è vivere a quattro zampe! Strisciare attraverso la vita ingozzandomi di passera, lasciando che a raddrizzare i torti e a fare i padri di famiglia siano le creature erette!…”.

Non c’è soluzione alle contraddizioni del protagonista, che pur avendo un QI di 158, un lavoro di responsabilità ben remunerato e gratificante, vive per setacciare figa.
Se il linguaggio “diretto” e le problematiche relative al sesso non vi infastidiscono, dovrebbe essere un “Must”.

Pubblicato in: racconto

Let’s dance

– Allora ce lo prendiamo un caffè?
– Ma sì va! Che stanotte non ho dormito per niente.
– Che è successo?
– Pensieri.
Lavoro alla Carpenteria Mercalli al Prenestino e tutte le mattine, prima di rinchiudermi nel capannone di cemento e vetro, vado al bar per un caffè. Siamo in trenta a lavorare per il Signor Mercalli. Per fortuna quest’anno in cinque andranno in pensione, c’è crisi e abbiamo poche commesse, si rischia di finire licenziati.
Non possiamo farci vedere inoperosi, così, anche e non ho niente da fare, mi metto a revisionare il tornio, quasi ci parlo ormai. Finito il mio, passo a quello degli altri. Mi chiamo Franco Campoli e sono un operaio specializzato.
– Franco ce l’hai una sigaretta?
– Eh che ti pare che sto senza sigarette!
– Che hai oggi? Ti vedo sul depresso andante
– Marco beato te! Tu sei giovane, che ne sai de quanti problemi danno i figli.
Marco è un collega e un amico, sempre spensierato. Quando lavoriamo sullo stesso pezzo non può fare a meno di raccontarmi delle sue avventure amorose e della sua moto. Mi diverte sentirlo. Ogni tanto mi chiede consigli, su come evitare le vibrazioni della moto, se vale la pena cambiare le sospensioni o modificarla in qualche modo. Poi fa sempre di testa sua. I giovani sono così, non ascoltano nessuno.
– Ma quanti anni ha adesso tuo figlio? Tredici’?
– Quasi quindici ormai
– Ho capito! Le ragazzette eh? Inizia ad avere problemi amorosi
– Magari! E’ proprio il contrario, sapessi che m’ha raccontato mia moglie
– Cioè?
– Che Sandro vuole andare all’estero con un amico a studiare Danza! Io so’ stato tutta la notte sveglio. Voi vede’… che m’è venuto un figlio frocio
– Che scuola, che tipo di danza?
– Ma che ne so! Però ‘sta storia di Sandro con la calzamaglia e il tutù proprio non mi va!
– Sei proprio retrogrado! Guarda che pure io faccio hip hop.
– De che? Cos’è che fai ? Niente niente va a fini’ che sei dell’altra sponda?
– A Franco, ma che stai a di? A me mi piace la pernicocca, ah bello!
– La pernicocca pelosa?
– La pernicocca spaccarella, col pelo o senza, basta che c’è lo spacco.
Insomma mia moglie l’altra sera, quando sono tornato dal lavoro mi ha detto che doveva parlarmi di Sandro, nostro figlio.
All’inizio quando ci siamo sposati, sembrava quasi che Stefania non riuscisse a rimanere incinta, io ci davo dentro in quel senso capite… ma niente. Stava quasi diventando una malattia, visite dai dottori, analisi, terapie. Poi un bel giorno, me lo ricordo come fosse ieri, dovevamo andare al supermercato, era un sabato mattina, che Stefania mi dice – Ah Fra’ ricordate che devo passa’ in farmacia.
Al momento non avevo proprio dato peso alla cosa. Quando poi siamo arrivati a casa, mentre stavo sistemando la carne nel freezer, Stefy esce dal bagno con una specie di termometro in mano, gridando – E’ blu! Franco è blu! C’è l’abbiamo fatta!
Per scaramanzia non mi aveva detto niente, ma era in ritardo di tre settimane. L’ho baciata e abbracciata, ero felice, così felice che avrei fatto volentieri all’amore, ma lei non ha voluto, aveva paura.
Dopo circa nove mesi è nato Sandro, un bel pupo di quasi quattro chili. Un dono del Signore, anche perché è rimasto figlio unico e tutta la nostra vita gira intorno a lui.
Così, quando l’altra sera Stefy mi dice: – Sai, oggi stavo mettendo in ordine la stanza di Sandro ho visto che leggeva ‘sto libro – e mi dà in mano un libro tutto rosso, con una scritta: Il Diario di Nijinsky, ipotizzo siano le memorie di qualche comunista rivoluzionario, di quelli che vanno di moda adesso.  Alzo la voce e  faccio la prima gaffe con mia moglie: – Gli ho sempre detto al ragazzo di non immischiarsi con la politica – ma lei per tutta risposta mi fulmina –  che politica è un ballerino russo!
Mentre mi dice queste cose tira fuori dal libro un foglio di colore rosa piegato a metà, lo apre e inizia a leggere: …per fare un ballerino ci vogliono circa dieci anni di allenamento continuo metodico, senza pause o distrazioni. I progressi sono lenti, un difficile passo dopo l’altro e se c’è la stoffa dopo dieci anni uno impara a padroneggiare lo strumento, che poi è il corpo umano, macchina meravigliosa e impareggiabile. Trascorso questo tempo vi guardate allo specchio e notate il modo in cui le orecchie aderiscono alla testa, osservate la linea dei capelli, pensate alle minuscole ossa dei polsi, al prodigio di un piede relativamente piccolo sul quale grava tutto il peso del vostro corpo e concludete: è un miracolo. La Danza è proprio la celebrazione di questo miracolo…
Firmato Marta Graham
– Chi è? La sua insegnante – dico sprezzante.
Seconda gaffe – …ma che! E’ una ballerina americana, una coreografa – mi risponde mia moglie.
– Una core che ? – faccio io.
– Lasciamo sta’, beata ignoranza, comunque Sandro mi ha detto che vuole lasciare la scuola e andare in Francia, per studiare danza.
– Che cosa ? Ma io lo corco de botte, a lui e alla coregrafica o come cavolo si chiama lei. Non se deve manco permette’ de pensarci, a…
A quel punto mia Moglie cerca di calmarmi: – Dai che è solo per due settimane, per un seminario, uno “steige”, (che a me tutte ‘ste parole straniere me danno ai nervi). Mi dice che ci va anche un suo amico, Fabio (come se io lo conoscessi), perché ai migliori poi faranno un provino, per entrare in Accademia.
Certo lei è un po’ preoccupata, per le due settimane di assenza a scuola, però in fondo Sandro è sempre stato bravo, ha buoni voti, alla fine sono solo due settimane – Figurati se scelgono proprio lui – così mi dice.
Io penso: cosa diavolo mi fai tutta ‘sta manfrina, se siete già d’accordo?
Poi lei conclude il discorso con quella frase: – Comunque mi ha detto che ci tiene alla tua presenza al saggio di fine anno.
– Così ha detto? Che ci tiene…alla mia presenza – rispondo un po’ seccato. Ma come parla questo qui. Ma siamo proprio sicuri che è figlio mio? – chiedo cercando di fare lo spiritoso, ma mia moglie non apprezza e mi lascia con il Nijinsky in mano, uscendo dalla stanza.
Quando Sandro rientra a casa provo a parlarci.
– Ma che cos’è ‘sta storia dello “steige” e poi ‘sto libro chi te l’ho dato?
– Papà! Ma dove l’hai preso? – mi fa lui strappandomelo dalle mani – me l’ho dato la mia insegnate di danza, Evy, è un libro che parla di un grande ballerino russo, un vero adespota.
– Un vero che? Ma come parli, che ti è successo. Alien s’impossessato di mio figlio, esci da questo corpo, alieno esci…
– Ma papà finiscila! – mi urla contro e corre a rinchiudersi in camera sua.
Giugno, tempo di saggi di danza. Cosi alla fine mi hanno costretto ad andare al Teatro Giulio Cesare di Roma, per lo spettacolo di fine anno; insieme a me c’è Marco il mio collega, mia moglie e la Signora Perini: la vicina di casa con la passione del pettegolezzo.
Sono seduto nervoso su una poltroncina di velluto rosso, soffro il caldo e spero che tutto finisca presto.
Il suono delle percussioni riempie il palco, prima ancora dei ragazzi. Poi arriva il movimento dei loro corpi, a scandire il ritmo, come uno strumento invisibile. La voce del cantante pronuncia frasi incomprensibili.
Let’s dance put on your red shoes and dance the blues
Let’s dance to the song they’re playin’ on the radio…
Non capisco, ma penso siano parole di ribellione. La vocina insinuante della signora Perini mi incalza in un orecchio: – Certo che 800 euro sono una bella cifra; costato caro questo steigge! – avrei voglia di zittirla dicendole: – ma perché non si fa ‘na bella chilata di… – ma freno il mio impeto, preso dalle geometrie che si formano davanti ai miei occhi.
If you say run, I’ll run with you If you say hide, we’ll hide
Because my love for you Would break my heart in two…
I muscoli dei ragazzi grondano di energia che ti arriva come un’onda e ti risucchia verso di loro. Si muovono come fossero una sola persona: girano, saltano, invadono tutto lo spazio e sembrano sfidarti. Sandro è lì con loro.
Let’s dance for fear your grace should fall
Let’s dance for fear tonight is all…
Marco mi dà di gomito quasi gridandomi – Aoh! Certo che tuo figlio è proprio un animale da palcoscenico.
– Dici? – rispondo. Intanto anche il mio piede batte al ritmo della musica.
Let’s sway you could look into my eyes Let’s sway under the moonlight,
this serious moonlight…
Sandro percorre tutta la diagonale del palco, poi salta e mentre è ancora in aria, con uno strano, ma spettacolare movimento, si gira verso il pubblico aprendo le gambe con una spaccata area. Tutti applaudono.
If you say run, I’ll run with you…
I ragazzi compongono e scompongono figure come fossero ingranaggi del mio tornio. Ormai non mi contengo più e batto le mani sui braccioli della poltroncina, come fossi il batterista della band.
Il cantante grida, convinto che le sue parole possano cambiare il mondo, le corde del basso vibrano, cosi le mie vene, piene di suono. La musica mi percorre con un diluvio di note, di luci, di colori, una spirale che arriva fino a noi spettatori, come se il ritmo ci potesse avvolgere e trasportare in altri mondi, ed è così che succede, una sensazione di libertà, che non mi appartiene, si impadronisce di me, un vortice gioioso mi trasporta in sentieri ignoti, una strana euforia mi confonde.
Mi giro verso mia moglie e le chiedo dubbioso – ma è proprio sicuro che non lo prenderanno all’Accademia, che è stato solo un gioco?
Lei mi sorride felice come una pasqua e mi dice – Amo’… ma non lo vedi quanto è bravo!
Let’s dance Let’s dance Let’s dance Let’s dance…

Pubblicato in: Recensioni

Cattedrale


 


 
Ho letto da qualche parte che negli anni del benessere si chiede alla letteratura di raccontare la vita, mentre in quelli di crisi di scrutarne le ragioni, com’è proprio della poesia.

I racconti di Carver si avvicinano molto a questo concetto, per la sensazione di ineluttabilità che pervade in ognuno. Le cose non potevano che andare così.

Raymond Carver, scrittore e poeta statunitense, nato da una famiglia umile (la madre era una cameriera e il padre lavorava in una segheria) fu ben presto costretto a lavorare. Di lui sappiamo che ha dovuto imparare i più svariati mestieri, per, come si dice “sbarcare il lunario”, ma non hai smesso di coltivare la propria passione: la lettura e la scrittura.
Le cronache raccontano che Raymond trascorse i primi tre anni della sua vita nella piccola cittadina di Clatskanie fino a quando, dopo lo scoppio della guerra, la famiglia Carver, decise di trasferirsi, nel 1941, a Yakima.
Così lui ricorda quella prima casa, nel volume uscito postumo «Carver Country» il mondo di Raymond Carver:

« …La prima casa di cui mi ricordi con chiarezza di aver abitato, al 1515 di South Fifteenth Street, a Yakima, aveva il cesso di fuori. La sera di Halloween, o qualunque altra sera, così, per scherzo, i ragazzini del vicinato, ragazzini di dieci anni o poco più, portavano via il nostro cesso e lo lasciavano vicino alla strada. Papà  doveva trovare qualcuno che lo aiutasse a riportarlo a casa…»

Nè l’infanzia né il resto della vita sono stati facili per Carver. Forse non lo sono per nessuno direte voi, ma la sua appartenenza alla «working class» me lo fa sentire particolarmente vicino.

Pur essendo cresciuto «artisticamente negli anni sessanta/settanta nel pieno della «beat generation» le sue opere sembrano non essere influenzate da quell’utopia collettiva e rivoluzionaria, ma raccontano storie di una quotidianità  precaria, non distante da quella dei nostri giorni.
«Cattedrale» del 1983 è un insieme di racconti: dodici. Fu il primo libro di Carver ad essere pubblicato in Italia (prima edizione nell’84), ma ebbe un clamoroso insuccesso. Solo nell’87 (forse eravamo più maturi per apprezzarlo?) questa opera trova il consenso del mondo letterario italiano.

Carver non amava i romanzi (non sono sicuro, ma con tutta probabilità non ne ha scritto nemmeno uno) o perlomeno si sentiva più a suo agio nello scrivere racconti. Nelle sue opere l’attenzione è concentrata su eventi minimi, forse banali, ma che sono descritti con una tensione crescente, come se qualcosa di speciale dovesse succedere da un momento a l’altro. Poi in effetti non c’è nessun cambiamento nella vita dei personaggi di Carver (inteso come risoluzione di un conflitto interiore), ma qualcosa illumina la scena, generalmente un oggetto. Abbiamo così, come succede nella poesia, quella cosa che rivela e «risolve» la verità, la visione dell’umanità che si schiude alla fine del racconto.
Emblematica è forse la storia che dà  il titolo alla raccolta: Cattedrale.

Un uomo ha una moglie che per ragioni di lavoro è diventata amica con un cieco

«…gli leggeva varie cose, rapporti e analisi di casi, relazioni, roba del genere...».

All’improvviso questo cieco fa irruzione nella vita dell’uomo.

«Questo cieco, vecchio amico di mia moglie, stava arrivando da noi per trascorrervi la notte. Sua moglie era morta e lui era in visita dai parenti della defunta nel Connecticut. Aveva telefonato a mia moglie dalla casa dei suoceri. Avevano preso accordi. Sarebbe arrivato in treno, un viaggio di cinque ore, e mia moglie sarebbe andato a prenderlo alla stazione. Non lo vedeva da quando aveva lavorato per lui un estate a Seattle, dieci anni prima. Lei ed il cieco si erano tenuti in contatto…»

Questo l’incipit del racconto.
L’uomo non sembra apprezzare questo arrivo e prova una sorta d’imbarazzo, quasi misto a gelosia. Poi la televisione e un documentario sulle cattedrali europee ribaltano la situazione

È stato a quel punto che il cieco si è schiarito la gola. Gli è venuto su qualcosa. Ha tirato fuori un fazzoletto dalla tasca di dietro. Poi ha detto: “Ho capito, fratello. Non è un problema. Capita. Non stare a preoccupartene troppo”, così ha detto. “Ehi, sta’ a sentire. Me lo fai un favore? Mi è venuta un’idea. Perché non ti procuri un pezzo di carta pesante? E una penna. Proviamo a fare una cosa. Ne disegniamo una insieme. Prendi una penna e un pezzo di carta pesante. Coraggio, fratello, trovali e portali qua”, ha detto