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La scrittura giornalistica in radio: scriviamone e parliamone

Questo post apre il ciclo della rubrica “tipi di scritture”. Via via affronterò il tema della diversificazione della scrittura. Per farlo tratterò l’argomento con un ospite che scriverà insieme a me il post. Oggi parlerò della scrittura giornalistica in radio insieme a Daniele Campanari.

Ben arrivati a questo nuovo appuntamento. Come gia anticipato parleremo della scrittura giornalistica radiofonica. State sintonizzati sul canale…
Mi fermo, non sono una speaker, ma ammetto che la tentazione di usare il linguaggio orale in questo post scritto, è forte. Innanzitutto vorrei dividere la scrittura giornalistica in più settori poiché esiste quella televisiva, di stampa e radiofonica. Ai microfoni, anzi alle penne non sarò sola, ma mi farà compagnia Daniele Campanari. Daniele, a cui do del tu perché già lo conosco, è uno speaker, scrive per la radio, ma non solo: le sue poesie ottengono un discreto successo.
Cos’è la scrittura radiofonica? Daniele saprà spiegarlo meglio, da profana e tuttavia ammiratrice e ascoltatrice di radio, posso dire che è un modo per comunicare attraverso la voce, ma che dietro c’è  un lavoro scritto, di preparazione ai propri pezzi da leggere. Si può improvvisare, specie in momenti vuoti, negli imprevisti. Alla base c’è una professionalità nel saper comunicare emozioni, fatti di cronaca, scambi con gli ascoltatori, storie attraverso un microfono. Facile? Per niente. Oltre ad avere doti scrittorie, è richiesta una bella voce con una perfetta dizione, padronanza scenica, anche se non si viene visti dal pubblico; solo attraverso l’ascolto. Ed è questo che mi ha sempre affascinato degli speaker che hanno allietato le mie giornate. Prima di lasciargli la parola, volevo ringraziare Daniele per il suo intervento. Non è mai abbastanza divulgare questo genere di scrittura giornalistica. Per chi ascolta la radio, gli speaker ci accompagnano durante la giornata: al lavoro, in macchina mentre viaggiamo, in casa e volendo anche quando facciamo sport. Peccato non sentire la voce di Daniele (potete sentirlo comunque attraverso Radio Immagine, radio locale di Latina, come doppiatore in tante pubblicità e anche nei suoi video su FB e altrove). E ora è proprio a lui che lascio la parola per sapere meglio cos’è la scrittura giornalistica in radio. State sintonizzati sulle nostre frequenze.

Innanzitutto una distinzione tra due scritture: giornalistica radiofonica e per la radio. Con la prima intendiamo, sintetizzando, il giornale radio: prodotto confezionato a partire dalle notizie recuperate dalle agenzie di stampa in collaborazione con la redazione interna. Quando si parla di giornale radio bisogna considerare il tempo della messa in onda. Conosciamo quanto sia importante sapere quando la luce è spenta o accesa per la vita di ognuno, figuriamoci quanto possa essere determinante il tempo radiofonico a cominciare dai secondi. Il tempo del gr (giornale radio) varia al variare della scelta editoriale e dal numero di giornalisti in conduzione. Se la conduzione è affidata a un solo giornalista raramente il gr supererà i 2 minuti e 30 secondi; al contrario, se ci sono due voci – magari intervallate da servizi – allora il pacchetto durerà di più, almeno il doppio del tempo precedente. Per questo motivo la scrittura giornalistica radiofonica cambia a seconda della messa in onda. Ma una è la costante: rapidità. Considerato lo standard temporale disponibile non è compito del giornale radio approfondire la notizia. Dunque il prodotto sarà flash, adatto a un ascolto rapido e aggiornato.
Detto questo, arriviamo alla “scrittura per la radio”.
Scrivere per la radio vuol dire preparare un programma, prepararsi alla propria conduzione. Se l’idea dalla quale partiamo è contenuta nella realizzazione di una trasmissione, è impensabile non aver “scritto” almeno la scaletta seguita on-air. Al contrario, se siamo conduttori di una radio di flusso riempiremo il minuto soltanto appoggiandoci alla notizia per risultare spontanei. Questa non è una regola “scritta”, alcuni conduttori preferiscono scrivere e leggere quello che vogliono dire. Però un consiglio: leggi facendo finta di non leggere. E studia le tue news.

 

Daniele Campanari campanari

Conduttore radiofonico, giornalista e doppiatore pubblicitario

https://voci.fm/item/2275-daniele-campanari.html

 

 

 

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Pubblicato in: anniversario, racconto

La prima volta de “La voce di Calibano” IX° giorno

Siamo arrivati al nono giorno di festeggiamenti  … e purtroppo anche l’ultimo… è stato bello condividere insieme a tutti quelli che sono passati a dare un’occhiata al blog questa festa, questo anniversario di scritture, di racconti, recensioni e amenità varie. Con immenso piacere devo dire che siete venuti in tanti a sbirciare, siamo cresciuti e non solo di numero.

Un grazie particolare a tutti gli autori che hanno voluto raccontare una “prima volta”, ogni brano era un piccolo dono che abbiamo apprezzato, che ci ha commosso, oppure divertito, che ci ha fatto sognare, riaffiorare ricordi sopiti, ma anche ridere. Perché questa è la magia della scrittura, in pochi secondi è capace di trasportarti in mondi sconosciuti, in pensieri che non sono i tuoi, in dimensioni che pensavi di aver dimenticato. Un viaggio extracorporeo a bassi costi e senza controindicazioni.

Un grazie anche a Roberto Di Veglia e alle sue splendide foto che hanno accompagnato i racconti.

Infine, dopo aver condiviso tutti i racconti di questa iniziativa sul suo Blog: https://hermioneat.blogspot.it/ (e di questo le siamo molto grati)…come dicono gli “americani”…the last but not least … ( rullo di tamburi) …Patricia Moll. Scrittrice dalla verve spiccata, che a modo suo ha voluto raccontarci la Prima volta.

La mia prima volta

patricia firmato

La mia prima volta…sono vecchia ormai, non ricordo più. Poi, certe cose sono così intime che intime devono restare. Lo so! Magari qualche maschietto potrebbe essere infastidito da questo tacere. Un po’ di curiosità “leggermente” morbosa c’è sempre ahahahahahh naturalmente scherzo. O no? E chi lo sa! Ognuno la interpreti come preferisce ahahahahahha
E qui mi sono giocata il racconto. Nel cestino lo butteranno ma non importa 🙂
Tornando in tema, la prima volta di che, mi chiedevo. Uhm…fatemi un po’ pensare.
La prima volta che ho acceso una sigaretta? No, ormai son tutti salutisti e sfruculiano.
La prima volta che ho messo le mani sul volante? E se dico che presi un incrocio stretto in terza e centrai in pieno un muretto si mettono a ridere, sempre i soliti maschietti ovvio. Loro son capaci a fare tutto. E dopo questa battuta, no, non finisco nel cestino della munnezza. Direttamente nella stufa, a bruciare nell’inferno di una camera di combustione rovente ahahahah.

Ok… allora la prima volta di che?
La prima volta che ho usato il mio computer. Me lo regalò il marito per il mio xx mo compleanno. La figlia mi diede qualche istruzione e io col mio quadernino e la mia pennina trascrissi tutto alla perfezione. Salvo poi ovviamente non sapere dove il suddetto quadernino fosse finito. Comunque, ricordo che mi sedetti al tavolo e lo accesi. Poi, lo guardai e gli chiesi “e ora io e te che facciamo?”
Poi, mi venne un’idea. Prendere tutti i fogli che avevo conservato, interviste, articoli vari, recensioni di libri e…copiarli. Ecco! La mia prima volta col computer fu questa. Dattilografare, come una brava segretaria d’altri tempi, quella che studiò a quella maled… “amata” scuola chiamata Segretaria d’Azienda. Sbagliai, cancellai il lavoro appena fatto, rifeci tutto da capo poi poco per volta imparai. Più o meno. Però il mio personal… guai a chi me lo tocca anche se ormai è stagionato.
Vero Sibilla che noi due ci vogliamo taaaaanto bene?


Patricia Moll

Sono Patricia, mamma moglie casalinga blogger più casinista che normale 🙂
Ho troppi anni per volerli ancora contare, ma sono comunque nata dopo l’estinzione dei dinosauri. Non pensate subito male eh… ahhahaahh. Nonostante gli anta ormai superati abbondantemente, non voglio crescere e allora mi diletto a cucinare, scrivere racconti, poesie, pensieri confusi che mi frullano per la testa, pensare alle mie adorate piante grasse e soprattutto ai miei animali. Cagnolina, gatti, gallinelle. Per il resto… credo di rientrare nella norma. Buona o cattiva, bella o brutta, simpatica o antipatica a seconda di chi mi giudica.
Io, però, me ne frego altamente e vivo lo stesso.

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La prima volta de “La voce di Calibano” VIII° giorno

Certi episodi della vita possono essere immagazzinati nella mente ed essere ricordati alla perfezione, altri invece vengono dimenticati con facilità.
Questa caratteristica del nostro comportamento viene chiamato memoria selettiva, ricordiamo solo ciò che in qualche modo è stato significativo per noi.  Per questo alcuni affermano che la nostra identità è una collezioni di ricordi scelti dalla nostra memoria selettiva. Insomma ricordiamo alcuni avvenimenti e non altri perché il nostro cervello tende a rifiutare ciò che non è necessario e a conservare quello che è davvero importante.

Il racconto di oggi è  proprio un esempio di memoria selettiva, un ricordo, una riflessione che la nostra Marina Guarneri ci ha regalato.

Riflessioni in Privato.

privato firmato

La prima volta che me lo sono trovato davanti, grosso, compatto, quasi solenne, ho provato un senso di vertigine che mi ha graffiato la corteccia cerebrale. Me la ricordo bene quella sensazione!
Ho un treno di aggettivi per descrivere come lo vedevo allora: austero, sollecito, pulsante… Era lì, pronto, che si donava a me.
Stentavo ad allungare una mano anche solo per sfiorarlo, in preda al panico da inesperienza. Sembravo una pusillanime al primo lancio col paracadute; frignavo: “no, vabbè, dai, facciamolo domani” e mi sminuzzavo le unghia coi denti, imbalsamata dentro la paura di non essere capace di arrivare fino in fondo. Ero un bradipo che tardava il contatto, impegnata in una riflessione prolissa se fosse meglio fuggire (sono ancora in tempo per farlo) o concedermi (tanto non durerà troppo.)
Alla fine ho capito che crescere voleva dire anche assumersi la responsabilità della decisione presa e ne ero certa, nessuno mi stava costringendo: quella cosa lì, io, l’avevo scelta.
Mi sono impegnata molto per fare una discreta figura e che indimenticabili nottate! E quando è venuto il momento di dimostrare il risultato ottenuto, sono andata. Testa alta, spalle dritte, salivazione azzerata, ho aspirato più aria che potevo, l’ho trattenuta dentro i polmoni qualche secondo, l’ho soffiata fino a rallentare il battito cardiaco e poi… l’ho preso.
Un fiero 27 in diritto privato, la mia prima materia all’università. Anche il mio primo studio traumatico. E purtroppo non l’ultimo.


Marina Guarneri

Scrivo e leggo, leggo e scrivo, non riesco a farne a meno. Amo tutto quello che ha una familiarità con la fantasia: la metto su carta, la vivo grazie ai libri; cosa singolare, considerato che ho masticato leggi e norme per anni. Ho realizzato il mio sogno vincendo un concorso letterario con il romanzo “31 dicembre” e continuo a riempire i cassetti di scritti spesso lasciati incompiuti. Da circa cinque anni ho trovato un modo meraviglioso per parlare di scrittura e di tutto ciò che le ruota attorno: lo faccio nel mio blog, Il taccuino dello scrittore, dove racconto e mi racconto, chiacchiero, condivido pensieri e riflessioni, mi confronto con persone che hanno gli stessi miei interessi. Un altro modo per godermi le passioni che coltivo.

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La prima volta de “La voce di Calibano” VII° giorno

Il racconto di oggi porta la firma di Antonio Zoppetti. Non abbiamo alla fine del brano una sua presentazione, quella che in gergo chiamiamo “Bio”, ma in pratica il suo racconto parla per lui: una raffica di calembour che mi ha ricordato Gianni Rodari e la sua capacità di giocare con le parole, un divertirsi e allo stesso tempo far divertire, riuscire a tirar fuori l’animo fanciullesco del lettore, spesso sepolto sotto i chili di polvere della quotidianità e degli anni che passano.

Per chi fosse curioso e volesse saper qualcosa di più su Antonio Zoppetti può dare un’occhiata al suo blog… https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/

Intanto potete leggere questo suo piacevole racconto, tutto da gustare, una vera e propria librìdine.

La librìdine

libridine firmato

Davanti a quella risposta restò completamente allibrito: “Davvero è la prima volta?”
La ragazza annuì e arrossì.

Dunque non aveva mai letto un libro in vita sua!
“Di questi tempi non è facile trovare una ragazza di questo calibro ancora completamente illibrata.” Pensò sornione mentre le mostrava la sua libreria con fare da uomo vissuto.

La giovane si avvicinò allo scaffale alla ricerca di un’opera che la attraesse. Ce n’erano tantissime, di ogni genere e dimensione. Alcune enormi e pesanti anche più di un ettolibro. Altre così piccine che non raggiungevano la libbra. Alla fine delibrò per un trattato di enologia che le sembrava molto indicato per una libragione. Lo afferrò e glielo porse.

“Ottima scelta, un libro di assaggistica!”
“E adesso?” Sussurrò lei.
Libravano si guardavano negli occhi. Lei aveva un’espressione di librità che le brillava nelle pupile in modo intrattenibile. Quel libro non doveva essere un libro normale, pensò. Era un po’ libro e un po’ no. Un lìbrido insomma. Infatti, all’improvviso uscì fuori un colibrì che si librò nell’aria alla ricerca di una librosuzione, probabilmente. La giovane sentì la testa girare e il cuore battere forte, al punto che perse l’equilibro. Lui le carezzò il dorso. Poi la solleticò sul frontespizio e infine appoggiò l’indice sul book. Nello stesso istante la fanciulla fu pervasa da un’incontenibile libridine. Lui se ne rallibrò e alzò il volume. Poi prese a sfogliarla. Lei si riempiva di quella lettura e sentiva la sua librificazione aumentare. Per la prima volta si sentì donna, sotto quella copertina.

Quando ebbero finito lui l’accompagnò a casa con la sua librousine. La baciò e le promise che si sarebbero rivisti presto. Ma non l’avrebbe mai più rivista, quel bel tomo non era altro che uno spregevole allibratore.

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La prima volta de “La voce di Calibano” VI° giorno

Quando ho pensato di raccontare una “prima volta”, d’istinto mi sono venuti in mente due momenti: la prima volta che ho fatto l’amore e quando sono diventata madre. Due momenti importanti nella mia vita, come in quella di ogni donna e madre. Ci ho pensato ancora e ho deciso di virare su qualcosa che fosse più leggero e non raccontasse di questioni così intime.
Il sesso, la prima volta è particolarmente “segnante”, sai che stai diventando donna e le tue pulsioni, fino ad allora frutto della fantasia, diventeranno reali nel fare l’amore con il tuo compagno. Volevo tenere per me, quel ricordo. E che dire della prima volta che hai sentito tuo figlio piangere? La prima volta che diventi madre è qualcosa d’indescrivibile, non saprei trovare le parole giuste per raccontarlo. Volevo condividere qualcosa di meno impegnativo, ma vero, reale, io che di solito parlo di me con fatica. Ma questo non è che un mini assaggio, un aneddoto divertente che ripensandoci può essere una spiegazione al mio studio della lingua spagnola. Perché? Leggetelo e capirete.

La prima volta in volo verso la Spagna

2018-Tiziana Spagna

Il cuore batte forte e ti stringo la mano. Forse abbiamo paura, tu più di me anche se per te, non è il primo viaggio in aereo. Io sono così eccitata; non sono mai stata su un volo aereo e l’incoscienza si mescola all’emozione di felicità: la prima volta che viaggio con te e per giunta su un aeroplano. Non so cosa mi spinga, poi, a rilassarmi, dopo un inizio di terrore; la tua faccia è ancora tesa e io non faccio altro che godermi ogni novità: il discorso dell’assistente di volo, il panorama da un finestrino ovale, l’idea di andare in Spagna e la tua mano che avvolge la mia e viceversa. Si vede che stiamo insieme da poco, l’aria felice è stampata per tutto il giorno in mezzo agli altri, persi nelle chiacchiere o, al contrario, in mute reazioni. Anche qui: io esterno con le parole la felicità del nostro primo viaggio, tu taci e mi fai capire la contentezza con i tuoi gesti finché non parte l’aereo e questa stasi emotiva rimane in perfetto equilibrio per tutto il percorso Roma – Palma di Maiorca. I cuori sono sospesi per poi atterrare in albergo. Tutto così strano: dal dividere per una settimana gli oggetti e le abitudini in quella stanza fino a conoscere ogni piccolo particolare del nostro linguaggio fisico e mentale. La nostra prima (breve) convivenza per giunta lontano da casa. Sarà per questo che troviamo tutto interessante, stimolante ai nostri occhi. Ci accendiamo come le luci del sole in spiaggia (per altro con una sabbia bianca e finissima) o come quella delle tante discoteche che illuminano il viale di Santa Ponsa. Le mani sembrano appiccicate nonostante il caldo, si staccano per poco, il tempo di una canzone anni ‘80 che balliamo. Vederti muovere mi provoca una risata, sei il solito palo in mezzo alla pista e la tua timidezza va oltre fregandosene di figuracce, visto la tua esibizione poco elegante. Una sigaretta. Un po’ di relax dopo tanto ballare. Una foto sulla panchina fuori dal locale: io, te e la sigaretta. Ci facciamo scattare la foto da un ragazzo che ha la metà degli anni nostri e ci scappa una risata. Saremo i più vecchi. Dal ridere quasi ti cade la sigaretta. Lasci le mie spalle che cingi per fare la foto e tasti i pantaloni come un poliziotto che cerca la refurtiva. Dell’accendino nessuna traccia e io non fumo. Non mi sono portata neppure la borsa, tutto infilato nei miei jeans. Poche cose portate; voglio essere libera di muovermi in una città che mi è piaciuta da subito, libera di stringerti, libera di ballare. Chiedi tu per accendere, mi sussurri. E come si dice accendino in spagnolo? Non lo so. Arranco uno spagnolo maccheronico e l’unica cosa da fare, oltre a chiedere “fuego”, è quella di mimare col pollice il gesto dell’accendino. Tu sei sulla panchina, io mi sono spostata verso un signore con la sigaretta in bocca. Avrei potuto prendere la tua sigaretta e farmela accendere. Nella fretta non ci ho pensato, ma almeno ho provato a interagire in una lingua non mia. Ci si capisce lo stesso, non sono lingue troppo distanti, ma non basta una ‘s’ per parlare spagnolo. Sigaretta accesa e nuova parola da cercare sul dizionario e nuovo giro di parole, musica, aria salmastra e mani incrociate. E baci al sapore di nicotina. Forse non sono così male le tue labbra al sapore naturale, senza aver fumato. Speriamo che la prossima volta ti dimenticherai le sigarette, oltre l’accendino.

N.b. in spagnolo accendino si dice: encendedor.

 

Pubblicato in: anniversario, racconto

La prima volta de “La voce di Calibano” V° giorno

Oggi abbiamo un curioso racconto di una prima esperienza amorosa, con finale a sorpresa. Raffaele Abbate ci porta nel Parco Nazionale degli Abruzzi, con la storia di una giovane coppia negli anni ’70.

 LA PRIMA VOLTA INSIEME AI CAMOSCI

camosci firmato

Nello sviluppo delle persone sono importanti le modalità con le quali si è svolto per la prima volta l’accoppiamento. Tali modalità influenzano lo sviluppo intellettivo, quello sociale ed addirittura quello economico.
La loro prima volta risale agli inizi degli anni ’70.
Me l’hanno raccontata con la promessa che avrei mantenuto il segreto.
Racconto la storia indicando solo le inziali dei loro nomi. Lei M.C., Lui S. A.
In quegli anni c’è stata una grande evoluzione dei costumi sessuali, una maggiore libertà (non a caso c’è stato il ’68), ma i problemi e le difficoltà per la prima volta restano sempre gli stessi.
I due si sono messi insieme frequentando la stessa facoltà universitaria: Architettura, che a quel tempo aveva nomea di costumi sessuali evoluti.
Le opzioni sono aumentate: i poco ospitali sediolini di una Dyane 6, le panche del Club Privè in un umido sottoscala, la solita casa dell’amico compiacente che finalmente è andato ad abitare da solo.
Ma la fanciulla malgrado la rivoluzione sessuale rifiuta con la solita risposta:

“Ma per chi mi hai preso?”.
Dopo numerosi tentativi falliti all’interno della Dyane finalmente lui organizza una spedizione nel “Parco Nazionale degli Abruzzi” sperando che la natura, il verde e l’aria salubre e frizzantina vinca le resistenze di … “pensi sempre alla stessa cosa”
Dopo tre ore di ballonzolante viaggio, con un irrefrenabile mal d’auto per entrambi, con conseguenti numerose fermate lungo il percorso (le strade dell’Abruzzo hanno questa tremenda particolarità, danno il mal d’auto anche al guidatore), giungono pallidi e stremati all’inizio del Parco, dove, finalmente lasciano la “cloridrica” Dyane.
Si addentrano per la passeggiata della Camosciara alla ricerca di una radura tranquilla ove poter finalmente consumare.
La pioggia prima leggera poi sempre più intesta l’inzuppa e si sentono dannunziani tra le coccole aulenti e le tamerici salmastre (cazzo salmastre in montagna e poi D’Annunzio è di destra e all’epoca era out).
Per la pioggia torrenziale i turisti in gita si dileguano e finalmente trovano una radura che fa al caso loro.
Il verde prato protetto dagli ombrelli delle alte conifere è quasi asciutto e entrambi sopra quel bel prato ebbero l’ora più dolce, liberi dalle leggere vesti.
Intanto piove su lori corpi ignudi e silvani et consumatum est….
Tutto avviene però sotto lo sguardo sorpreso e perplesso di un camoscio ed una camoscia…
I due finalmente riacquistano il senso del tempo e dello spazio e la silvana scena d’amore si trasforma in farsa.
Lei ha paura degli animali e lancia un urlo.
Il camoscio e la camoscia si spaventano e quando gli animali sono spaventati in genere si incazzano e quando si incazzano caricano.
Lui, eroico, cerca di far scudo con il suo corpo e si becca una cornata.
E sì, nelle parti nobili.
Un urlo si leva altissimo ed il tapino si lancia a pancia in giù sul prato, per trovare refrigerio nell’umida erbetta.
Sfortunatamente va a beccare i residui organici che le due bestie guardone avevano depositato sul prato.
E si sa i camosci si liberano una volta alla settimana per cui le dimensioni dei residui sono notevoli.
Urla, tramestio, versi lamentosi dei camosci ed arrivano i Guardiaparco.
Da allora il destino dei due è segnato ma è anche segnato il destino dei boschi d’Italia e delle specie protette che vivono in alta montagna.
I due vivono ancora insieme lui fa il costruttore e lei l’architetto.
Sono i maggiori responsabili di costruzioni abusive nei parchi italiani e della estinzione delle specie protette che vivono da secoli.
Sull’Aspromonte hanno spianato un intera collina che era l’habitat naturale del Muflone Calabrese che si da allora si è estinto.


Raffaele Abbate

L’autore nasce nella prima metà del secolo scorso in una piangente cittadina di provincia (Benevento). Riceve una educazione libera (non giocare a pallone che sudi, non ti toccare che diventi cieco, non guardare quelle signore sul ciglio della strada che prendi le malattie) e compie brillantemente gli studi superiori in Liceo Classico della provincia di Napoli al cui confronto l’orfanotrofio di Davide Copperfield è un asilo Montessori. Frequenta l’università di Napoli a metà degli anni ‘60 e viene vagamente sfiorato dal ‘68. Si laurea e entra nella pubblica amministrazione. Malgrado “la capa fresca” ha fatto una brillante carriera all’INPS dove ignoravano ovviamente alcuni aspetti della sua personalità poco consoni ad un dirigente pubblico (navigatore di internet, chattarolo, blogger, grafomane). Dal mese di maggio del 2003 è tornato libero e si è dedicato alla scrittura. Ha pubblicato 4 libri da maggio 2003 a agosto 2015-

il suo blog è : https://raffaeleabbate.wordpress.com/

 

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La prima volta de “La voce di Calibano” IV° giorno

Il racconto di oggi è un bel regalo di Federica Panara che con il suo flusso di coscienza ci parla di amore, di come i genitori siano capaci di trasmettere il loro amore, senza che neppure ci rendiamo conto di come questo avvenga.

La prima volta che sono stata figlia

panara


Siamo venuti al mondo tutti allo stesso modo. Nel dolore. Tra le grida.
Alcuni come doni attesi, altri come fardelli pesanti.
Il destino con me è stato generoso. Seconda figlia di due giovani sposi.
Desiderata. La figlia femmina dopo il primogenito maschio, tutti tranne mio fratello, comprensibilmente innervosito dal mio arrivo. Tutti aspettavano questa nascita.
La naturale evoluzione della specie. La naturale evoluzione della famiglia.
Veniamo tutti al mondo allo stesso modo. Da una madre e da un padre.
Che siano uova, semi o corpi a stringersi poco importa, in noi convivono due pezzi, due entità: la mamma e il papà.

Duro il compito dei genitori e non si finisce mai di esserlo. Avrai sempre un pezzo di te che vive in un altro essere. Un pezzo che cade, impara, sbaglia, gioisce e soffre. Un pezzo che vive nonostante te. Un pezzo che vive grazie a te. L’essere figli invece è tutta un’altra cosa. Più semplice. Si può rinnegare un genitore, si può osteggiarne l’autorità, si può credere e sperare che non si diventerà mai come loro. Si può essere figli senza necessariamente amare un padre o una madre. Si può essere figli infelici, ma comunque si ha la possibilità di non ripetere quegli errori che tanto ci hanno fatto soffrire.

La prima volta che mi sono sentita figlia non è stata nel chiedere aiuto ai miei genitori, non è stata quando li ho abbracciati da bambina e nemmeno durante le furiose litigate adolescenziali. No! Nemmeno il giorno in cui mi sono diplomata o al mio primo fallimento.
Il destino con me è stato generoso. Sono stata educata alla libertà, al perdono, all’accoglienza e al sacrificio, all’onestà prima di tutto, punti fermi, braccia aperte e testa alta.
L’amore è stato una costante. L’ho sempre sentito l’amore dentro e fuori di me.

La mia prima volta da figlia è arrivata tutta insieme, alla fine degli anni novanta: non più bambina e nemmeno adolescente. L’università e la lotta politica, la musica alta e i capelli colorati. I primi amori (sbagliati) e la voglia di spaccare il mondo.

Mia mamma si è ammalata: aveva il cancro.
Il giorno prima era la mamma che cucinava cose buone e riordinava le mie cose, una costante che nei miei pensieri sarebbe rimasta sempre lì.
Primo colpo: ricovero, intervento, terapie.
La sua stanchezza e la capacità di far finta che tutto fosse normale, un po’ più complicato, ma normale. È andata bene, è stata fortunata. Siamo stati fortunati. Al primo respiro di quiete, dopo qualche mese il secondo colpo: toccava a mio padre.
È andato a lavorare un pomeriggio che aveva 52 anni .
La mattina seguente ne aveva 80. Un ictus. Trasporto d’urgenza, sedie a rotelle, un lato immobile, mesi di riabilitazione, mesi di disperazione.
Il giorno prima era un uomo goliardico e iperattivo, severo ma giusto, una costante (anche lui) che nei miei pensieri sarebbe rimasta sempre lì.
La sua incredulità, il suo dolore, la sua rabbia e la consapevolezza che nulla sarebbe stato più normale, tutto complicato, mai più normale. È andata bene, è stato comunque fortunato.
Lui è testardo. Ha imparato di nuovo a parlare, a camminare, a guidare, a mangiare.
È stata una fatica vederlo cambiare.

Se penso alla prima volta in cui mi sono sentita figlia devo ammettere che è stato il momento in cui i miei genitori ho rischiato di perderli. Non mi fa onore come figlia. Avevo poco più di vent’anni e sono diventata figlia. Mai prima di allora avevo sentito così forte in me l’amore, la riconoscenza, la grandezza della mia fortuna. Mai prima di allora avevo sentito così forte in me la paura e il bisogno di loro. Sono diventata figlia e adulta. Due cose molto importanti per un essere umano. Due cose che avrebbero dovuto avvenire in momenti distinti.
È andata bene, sono stata fortunata.
Ho avuto la possibilità di essere adulta e figlia, una possibilità che in molti non hanno più .
Dopo quasi due decenni, non è cambiato nulla: altri spaventi, altre gioie, altre preoccupazioni ma è rimasto costante il mio modo di essere figlia. Non ho più quella paura folle, l’ho trasformata in un dono, ho apprezzato ogni consiglio, ogni sfuriata, ogni buon pasto, ogni risata.
Meno capricci e più attenzioni.
In questi due decenni ho capito che la mia maturità di figlia è l’essenza stessa dell’essere figlia; ho delle certezze.
È solo grazie a quei due corpi stretti insieme, alla fusione delle loro vite, del loro essere se io non solo vivo, ma vivo così pienamente ogni cosa. È solo grazie alla mia prima volta da figlia che sono diventata figlia ogni giorno. Come in ogni cosa che evolve. Come in ogni cosa che vive. Come ogni cosa, cambia. Il cambiamento, seppur traumatico è aria fresca.
La mia prima volta da figlia è da vent’anni ed è cambiare ogni giorno per avvicinarmi al loro cambiamento. Cambiare in meglio, spero, perché non saranno sempre qui e vorrei potermi guardare un giorno e amar(mi) come solo loro sanno fare.
Naturalmente, incondizionatamente, amare.


Federica Panara

Sono nata in estate nella bella Orvieto.
Vivo da sempre a Porano, fiera ragazza di campagna, non ho mai desiderato andarmene, amo parlare con la gente che incontro e conosco da una vita, ma non ho paura degli sconosciuti. Sognavo di fare la showgirl o la grafica pubblicitaria, sono diventata tolettatrice. Amo il mio lavoro, degli animali apprezzo la purezza, se non gli piaci lo vedi subito. Mi perdo nei tramonti, nella delicatezza dell’alba e nella pioggia sui vetri, sono malinconica. Scrivo per non scoppiare.
Sorrido molto, cerco di avere un approccio positivo alle cose.
Ho quarant’anni e divido la mia casa con un gatto nero.

Pubblicato in: anniversario, racconto

La prima volta de “La voce di Calibano” III° giorno

Quando si parla della “Prima volta” e poi lasciamo i puntini di sospensione … stiamo facendo riferimento a quella prima volta là…quella in cui abbiamo incontrato il sesso.

Ecco, questo racconto parla di “quella cosa là…”, ma preferisco precisare che non è autobiografico, né fa riferimento a personaggi, fatti e situazioni realmente esistite; è un miscuglio di tante esperienze, come dice Carver: “Nessuna della storie che scrivo è mai successa, ma le storie non nascono dal nulla. […] Hanno qualche punto di riferimento nel mondo reale… (Niente trucchi da quattro soldi – Raymond Carver -Edizioni Minimum Fax). Cosi per questo racconto che ho scritto diversi anni fa.

Il “G-spot” e la prima volta

Gspot firmato


Guardi la prima volta è sempre la prima volta, per tutti. Sfido chiunque a dirmi che non ha provato un pochino d’ansia, quando ha dovuto confrontarsi con il sesso.
Sì dottoressa, ai miei tempi il sesso si conosceva attraverso lo scambio di quei giornalini “zozzi”, mimetizzati in mezzo ai vari Tex, Zagor e Topolino, né genitori né scuole.
Io poi, dottoressa, sono arrivato tardi al primo amplesso. Non ero particolarmente bello, né furbo, anzi ero un po’ imbranato e infine ero cristiano cattolico praticante, vittima di quella dicotomia per cui l’eros e l’amore sono due cose disgiunte.
Il sesso è peccato. Per questo se hai davanti una donna e il tuo unico pensiero è quello di scopartela, beh! Stai facendo una cosa peccaminosa. Forse è proprio questo che ti eccita: il peccato. Più una cosa è peccaminosa, più ti tira, non so se è chiaro. Noi cristiani cattolici praticanti siamo così, vogliamo andare a letto con delle mignotte, ma sposare delle sante. Delle pie donne, come le nostre mamme, che non riusciamo proprio ad immaginare gemere e contorcersi dal piacere mentre fanno sesso. Al massimo queste figure semi-divine possono giacere passive nella posizione del missionario, al motto: “Non lo fò per piacer mio, ma per far piacere a Dio”.
Sono cresciuto così: con mia madre che diceva il rosario e mio padre che aveva i giornali porno nascosti nel mobiletto del bagno, perciò di giorno mi facevo il segno della croce, prima di mangiare, e di notte ripensando alle figure viste sui giornali me lo menavo.
Dottoressa capirà, per noi maschi il sesso è una gara continua, una specie di campionato infinito, non ha mai soste e termina quando siamo nella fossa.
A dodici anni inizia con la domanda: “Ma tu ce li hai i peli…là?”
Vede io adesso sono così peloso da far schifo. Soprattutto i ciuffi dietro la schiena sono veramente odiosi e così sono costretto a radermi. All’epoca però i peli pubici tardavano ad arrivare. Per questo mentivo spudoratamente davanti ai miei amici, quando mi chiedevano se anche io avessi “i peli…là”. Oddio un paio striminziti c’erano, quindi non ricordo se consigliato del sapiente amico di turno, oppure se frutto di una mia intuizione provai a tagliarli, in maniera da stimolarne la crescita.
La seconda domanda è: “Quanto ce l’hai lungo?”
Vede sono rimasto scioccato fin dai tempi della scuola della dimensione del membro di un certo Triulzi Vincenzo, un mio compagno di classe che già in terza media poteva gareggiare con Jhonn Holmes: il mitico negrone, pornodivo americano.
Le prime esperienze in Borgata si facevano con le donne di strada, quelle che bruciavano i copertoni per scaldarsi la sera. Io non ci sono mai andato, avevo paura di prendermi qualche malattia, mica l’AIDS, che neanche esisteva, ma lo “Scolo”. Dottoressa esiste ancora lo “Scolo”? La malattia di Casanova; avevo letto su un libro che Casanova si curava astenendosi dal sesso per un paio di mesi. Io partecipavo però al rito preparatorio, quello della masturbazione, Si perché prima di affrontare una di “quelle” bisognava scaricarsi, per non venire subito e fare una figuraccia. Si saliva in macchina con i più grandi, si faceva il giro, e loro erano lì, con quelle gambe nude, le mutandine in mostra, i visi sgraziati dal trucco eccessivo.
Sonia “la truciolona” faceva dei pompini a costi popolari, riceveva in casa ed era la preferita dei miei amici. Ma io avevo paura, ero piccolo, pensavo di averlo piccolo, e quando ci scaricavamo in macchina mi giravo di lato, per non farmi vedere. Poi aspettavo in macchina, andare con le mignotte era peccato.
Insomma ero arrivato alle soglie dei diciannove anni e non ero mai stato a letto con una donna, neanche a pagamento, Sì la teoria la sapevo tutta, studiata a fondo su quei giornalini dai nomi illuminanti: Jacula, Lando, Maghella… ma la pratica era un’altra cosa.
Per questo, quando Roberta “la racchia” mi cominciò a fare il filo, il solito amico sgamato mi disse «Aoh! Ma che stai ‘spettà! Se non ti fai manco questa, mi sa che rimani vergine per tutta la vita.»
Roberta non era quel che si dice un “bocciuolo”, ma aveva due tette tante. Sì, il viso era deformato da un naso aquilino e gli occhi, se pur di un verde smeraldo, andavano ognuno per conto suo. Per farle capire il suo viso deve immaginarsi un incrocio tra Dante Alighieri e Lello Arena, ma senza barba. Non per niente era soprannominata Roberta la racchia.
Però vestiva sempre mettendo in mostra il meglio del suo repertorio, delle gambe affusolate e delle tette enormi.
La mia morale mi impediva di fare sesso con lei, se non fossi diventato il suo ragazzo e lei in fondo ci teneva.
Il primo appuntamento lo organizzarono le sue amiche. Andammo in una pizzeria vicino casa sua, dal nome non proprio originale: “Bella Napoli”. Per l’occasione indossavo i miei jeans migliori, quelli aderenti, a sigaretta, che mettevano in mostra il pacco, dopo la doccia mi ero spruzzato tutta la boccetta del mio prezioso Paco Rabanne. Avevo così tanto profumo addosso che ci si poteva disinfettare un’intera caserma, i capelli erano stirati dal gel e sfoggiavo la Lacoste rossa, che mi era costata una tombola. Insomma era un figo, così credevo.
Roberta aveva una camicetta azzurrina con le spalline, come andava di moda all’epoca. Le “cose” gli ballonzolavano, perché non indossava il reggiseno e ovviamente portava una minigonna di jeans, calze bianche a rete che inguainavano le gambe e le rendevano sexy, ai miei occhi.
Prima della pizza mangiammo bruschette e supplì e io, come consigliato dagli amici, tentai di farle bere birra. – con due boccali parte. – Così mi avevano detto.
Di boccali ne bevemmo quattro e la pizza neanche la finimmo, parlammo del caldo afoso di quell’anno e di come ti faceva sentire fiacco, del pallone, di calcio, di come tutti i ragazzi non parlassero che di quello. Comunque, a dir la verità, era lei che parlava, io mi limitavo ad annuire, ormai ero concentrato sul mio obiettivo: il sesso.
Avevo passato circa due ore del pomeriggio precedente a provare e la sequenza per arrivare “lì”, ormai la sapevo a memoria.
Musica di sottofondo, con un braccio avvolgo la sua spalla mentre mi avvicino e comincio a baciarle la guancia salendo fino all’orecchio, con l’altro braccio le sfioro i capelli e senza farmi notare lo allungo fino ad arrivare alla manopola dei sedili, faccio pressione e delicatamente il sedile va giù, mentre continuo a baciarla inizio a sbottonare la camicetta fino a mettere a nudo il seno.
Questo nelle prove. Poi invece.
– Ti accompagno a casa?
– C’è ancora luce. Andiamo a fare un giro nel parco?
– Non hai paura? Girano certe storie…
– Insieme a te no! Ci sei tu che mi difendi.
Questa frase smontò momentaneamente tutte le mie baldanzose idee di sesso. Passeggiamo nel parco tra i ruderi dell’acquedotto romano, continuando a chiacchierare di banalità varie, lei mi guardavo con occhi accesi d’amore, io fissavo le sue tette. Poi raccolse da terra una margherita e cominciò la litania del “m’ama, non-m’ama”, si piantò dritta davanti a me e l’ultimo petalo me lo soffiò addosso, su gli occhi. Feci in tempo a sentirle dire “m’ama”, mentre appoggiava le sue labbra sopra le mie.
Istintivamente durante il bacio le misi le mani sul culo, dovevo comportarmi da uomo, pensai. Lei delicatamente le scostò, mi prese per mano e senza dire niente, passo dopo passo, mi condusse davanti al suo portone. Qui mi baciò di nuovo.
Poi, neanche fosse Cenerentola, corse via salendo i gradini delle scale a due a due, mentre mi gridava: – Ci vediamo domani a scuola.
Io mi sentivo un po’ Richard Gere, un po’ Carlo Verdone, dentro di me c’erano come due luci che si accendevano a intermittenza: Verdone – Gere – Verdone – Gere – Verdone…
Rimasi così impalato, come un semaforo impazzito, per buoni cinque minuti, alla fine mi decisi a muovermi per tornare a casa. Salii sulla 127 gonfio di orgoglio maschile: quelle tette adesso erano la mia riserva di caccia.
«Ma non l’hai portata al capanno, dietro al parco? E la figa gliel’hai toccata? Volevi essere un gentiluomo? Ma che gentiluomo… tu sei un cojone!»
Più o meno questi furono i commenti degli amici. Per loro ero un caso disperato.
Il problema era che io proprio non sapevo da dove iniziare a toccare una donna, cioè tutta quella parte prima di arrivare al sesso. Come bisogna comportarsi? Qual è il momento giusto per baciarla? Devo aspettare che faccia lei la prima mossa? Quando camminiamo insieme devo abbracciarla? E per toccarla come faccio? Mentre la bacio le metto una mano lì? E poi come si va avanti?
Questi interrogativi mi tormentavano lasciandomi scontento e depresso, quanto le spiegazioni che davo a Gianni, l’amico più “amico” che avevo, a cui non riuscivo, nonostante diversi tentativi, a far comprendere la definizione di: pressione osmotica di una soluzione salina a concentrazione ipotonica.
Gianni era quello con cui passavo il pomeriggio a studiare, insieme si preparava l’esame di maturità. Fu proprio lui, che mosso a compassione mi introdusse nel mondo dei rituali sessuali indiani, del Tantra.
Gianni aveva un libro, rubato a suoi genitori, dal titolo illuminante: “The secret art of female sexual ecstasy”. Non so quanto mi sia stato di aiuto nell’approccio alle donne, ma col senno di poi, posso dire che mi è servito molto nello studio dell’inglese.
All’inizio guardavamo le figure e le foto, e già quelle bastavamo a eccitarci, poi abbiamo iniziato a tradurre e siamo rimasti affascinati dalla parte relativa al “Punto G”. Il fatto che anche le donne potessero venire, cioè eiaculare, se correttamente stimolate, era per noi una notizia bomba. Sapere una cosa del genere era come aver vinto Wimbledon o il Roland Garros: da perfetti sconosciuti saremmo entrati nella prime dieci posizione della classifica. Già ci vedevamo attorniati dal resto della popolazione maschile della nostra scuola, che ci chiedeva di quale segreto eravamo in possesso per avere tutte le donne ai nostri piedi, impazzite per i nostri massaggi. Invidiati dagli uomini e osannati dalle donne, perlomeno così pensavamo.
Now you can put in search of the G-spot, insert your finger in the vagina of your partner and feeling up and down, along an imaginary line that goes from the pubic bone up to the cervix. Generally recognize the G-spot tissue from his slightly wrinkled and sometimes more turgid, more in relief than the surrounding areas, like the roof of the palate…
-Cioè hai capito? Non è importante quanto è grosso, ma con il dito devi saper riconoscere il “Punto G”.
it as an olive, a knob, a small island or as “a fat and small caterpillar”. But not always this sacred spot is recognizable at first contact, the only solution is to continue to touch the different points and with a little patience sooner or later you will find an area that will change your consistency under pressure, swelling…
– Gianni… ma mentre stai lì, che “ravani” con il dito, che fai, la baci?
– Ma che baci! Questo è un massaggio, devi essere concentrato sul respiro. Ma leggi, invece di guardare solo le figure.
…Once you’ve located the area that interests you, stay there and keep a gentle touch and imagine to breath through your finger. Ratirahasya calls this touch with finger: ardhentu.
The G spot is not as sensitive as the clitoris, requires much more pressure. You can also switch to change the constant touch with various movements accompanied by your breath…
– Vedi che dice Rativatteneapesca, – much more … devi spingere e quello si gonfia.
– Eh gia’… ma che è un palloncino.
– Sì, un Super-tele… tu con le donne…proprio non imparerai mai.
…Stay at least 15-20 minutes at the G spot. Generally, a constant motion and continuously helps to relax more, while a rhythmic movement is perceived as more challenging…
– 15-20 minuti a moveje er dito su e già nella figa, concentrato sul respiro, pe faje gonfia ‘sto punto sacro, a me ‘sti indiani me parono dei pazzi.
– Sei il solito materialista, hai letto le indicazioni: devi carezzare le gambe, il ventre… devi fare in modo che l’energia si diffonda per tutto il corpo, devi dargli la tua energia d’amore, ma un po’ di romanticismo, no eh…
…You have to imagine that during expiration the energy starts from your elbow (not your finger) to a radius of up to G spot and the outgoing air creates vibrations and pulsations stimulating for the woman…
– L’energia parte dal gomito? Ma io l’energia ce l’ho da un’altra parte…ma con il mio affare gonfio che ci faccio? Non dice niente su quello?
– Ma smettila! Che non ce l’hai più grosso di una nocciolina. Stai zitto che adesso arriva la parte più interessante.
…Do not expect the usual contractions as they occur during clitoral orgasm. This will be harder, but when you reach to enlarge the gate the woman arrives at the peak of pleasure with ejaculation.
– Lo vedi che dice: riesci a farla arrivare al picco del piacere e lei eiacula… al picco, quella grida come un’ossessa, non capisce più niente… allora sì che puoi usare “l’affare”, tanto grande o piccolo, mica se ne accorge… presa dalle contrazioni del piacere.
– Allora il segreto è riuscire a trovare ‘sto “Punto G”. Certo che 15-20 minuti sono tanti, forse scrivono così per esser sicuri, secondo me ne bastano 10. Io con 10 minuti sono già venuto due volte.
Ecco, queste erano le indicazioni, ora bisognava metterle alla prova, cioè verificare se quanto scritto corrispondesse a verità.
La decisione, su chi avrebbe dovuto sperimentare la tecnica, fu di facile soluzione, anche perché l’unico dei due che aveva una ragazza ero io.
Roberta la settimana precedente, con il bacio in bocca, era diventata a tutti gli effetti la mia ragazza, anche se non ne ero particolarmente orgoglioso.
Quella settimana a scuola era diventata particolarmente appiccicosa, tutti quei sorrisini, quelle smancerie mi mettevano a disagio, come il fatto che aveva voluto il mio diario, per scriverci non so cosa.
Non che avessi grandi segreti sul mio diario, più che altro annotavo qualche appunto delle lezioni e poi, siccome soffrivo di colite, avevo preso l’abitudine di segnare tutti i giorni se andavo di corpo e come andavo, del tipo: oggi niente, oppure, 10 maggio oggi lenta, ma non completamente liquida. Insomma c’erano appunti sul tenore della mia cacca che non avevo piacere fossero divulgati.
Comunque il giorno dopo Roberta mi diede indietro il Dario, con dei disegni molto belli fatti da lei, qualche frase presa dai cantanti del momento, qualche cuore sparso qua e là, ma soprattutto alla pagina del 15 maggio aveva scritto: stasera i miei vanno a cena e teatro a vedere un certo Carmelo Bene, ti aspetto a casa, sono sola!
Era fatta. L’occasione per sperimentare il rituale che porta alla conoscenza del “Punto G” era arrivata.
Lei mi aspettava con una di quella magliette del pigiama con tutti gli orsetti disegnati, aveva poi dei pantaloncini larghi di maglina. Appena entrai dentro casa mi baciò e ancora abbracciati ci spostammo sul divano. Qui si sedette a cavalcioni sulle mie gambe sbattendomi in faccia le sue enorme tetti. A quel punto le sollevai la maglietta e presi a succhiarle i capezzoli, come un bimbo affamato. Quel gioco sembrava piacerle, la vedevo chiudere gli occhi e inarcare la schiena.
La mia eccitazione cresceva come le dimensioni del mio “affare”, mi alzai, con lei ancora sopra di me e girandomi la deposi lunga sul divano, stavolta ero io a salirle sopra, mentre il mio bacino aveva iniziato a danzare comandato da impulsi animaleschi. Lei per nulla intimorita pensò che era giunto il momento di sbottonarmi i Levi’s, ma io fui più rapido, scattai in piedi ed oltre a calarmi i pantaloni misi a nudo il mio torace, gettandomi poi sopra di lei, ormai priva dei pantaloncini e con il peloso monte di venere in vista. Il mio movimento pelvico avrebbe fatto invidia a Elvis, cominciai andare su e giù con un ritmo forsennato, sicuro di impressionarla, al confronto i pistoni di una Ferrari sarebbero sembrati tartarughe in letargo, fino a quando lei, con la più candida delle voci mi disse: -ma perché non lo metti dentro?.
Ma perché dove sono? Non lo dissi, ma lo pensai.
Lei, grazie a quell’attimo di pausa riflessiva, mi introdusse nella sua vagina e così un mondo di sensazioni sconosciute mi avvolse, come una spirale di piacere, una vibrazione intensa, un’onda che durò pochi secondi e che raggiunse l’apice con la mia eiaculazione.
Al “G-spot” non pensai più e mi accasciai soddisfatto sopra di lei.